
WHEN THE LEVEES BROKE. A
REQUIEM IN FOUR ACTS
REGIA: Spike Lee
CAST: Harry Belafonte, Sean Penn, Shelton Alexander (...)
SCENEGGIATURA: N.D
ANNO: 2006
A cura di Alessandro Tavola
VENEZIA 06': IL LUCIDO SCHIAFFO
DELLA REALTA’
Spike Lee è oggi uno dei pochi
cineasti statunitensi attualisti, i cui film sono sempre riusciti ad essere
anche affresco della società (americana) nella quale erano ambientati, ancorati
al presente, al momento stesso del pubblico – si pensi ai più recenti She hates me e La 25a ora - e per questo hanno sempre avuto un’indole
documentaristica, nei contenuti e soprattutto nell’approccio e nella
messa in scena di certi argomenti.
Il caso volle che proprio quando Lee
era a Venezia in quanto presidente della giuria nel settembre del 2005, New
Orleans, la città del Jazz e del Blues, la città nera per eccellenza negli USA,
venne travolta dall’uragano Katrina, causando danni irreparabili. Un anno
dopo ecco ultimato nella sua integrità il documentario che segue i giorni
subito dopo la catastrofe, raccogliendo testimonianze, filmati delle operazioni
di salvataggio, dell’uragano stesso, di eventi connessi e conseguenze, di
chi è stato vittima e di chi avrebbe potuto fare qualcosa per evitare che il
tutto accadesse.
«Nei film il regista è Dio. Nei documentari Dio è regista.»
Massima di Hitchcock che sembra
essere stata ben seguita da Lee, che
qui raggruppa e monta ore e ore di materiale raccolto, suddividendolo in
quattro atti, ritmando per ordine cronologico i giorni successivi
all’evento, amalgamando il tutto in maniera assolutamente naturale ma
senza mescolare per la troppa fretta (meno di un anno di lavoro sembra essere
pochissimo in confronto all’imponenza del film).
Incazzata ma con le idee chiare, l’opera arriva a durare quattro ore e un
quarto, pensiero quasi estenuante sulla carta, ma a visione ultimata ogni
minuto risulta essere stato necessario: poche le ripetizioni concettuali, nel
fluire delle immagini la gravità della vicenda sullo spettatore si rafforza
sempre di più, andando a completare quel grido di dolore lucido, ma soprattutto
di sdegno motivato che vuole essere When
the levees broke. Orrore oggettivo.
Mai scadendo nell’ironia di parte, in totale assenza di sinistrismi
troppo marcati, e senza nessun sarcasmo troppo ammiccante, riesce a inquadrare,
dipingere e centrare l’obbiettivo, lasciandone l’annientamento a
chi guarda, che di fronte all’evidenza dei fatti non può che essere
concorde con ciò che viene descritto.
Nella prima parte ci si dedica alle interviste di chi ha subito la vicenda, tra
persone qualsiasi e volti noti come Harry
Belafonte, Terence Blanchard o Sean Penn (che volle partecipare
personalmente alle operazioni di soccorso), che, a posteriori, non possono non
ironizzare sulla catastrofe subita, in un abbondare di riso amaro.
La parte più di impatto è comunque quella che descrive ciò che era (è) la
negligenza e il menefreghismo del governo degli Stati Uniti in confronto a luoghi
e persone considerati Bushanamente secondari, se non inutili: il non arrivo dei
soccorsi nazionali (tragicomico quando viene mostrata la guarda a cavallo
canadese intervenire), quando invece le mobilitazioni post-Tsunami furono
immediate; le migliaia di persone rimaste senza casa, il totale tergiversare di
Bush e adepti riguardo la faccenda e,
soprattutto il fatto che la catastrofe si sarebbe potuta evitare.
Una sorta di “Sono più importanti i nostri bianchi in vacanza e le belle
figure col mondo che i nostri neri che stanno a casa propria.”
Graffiante, perfetto nel dover essere realtà, dando nulla per scontato, e
soprattutto un pugno nello stomaco. Meritevole del premio che ha vinto e
soprattutto di visibilità, dapprima in quel pulpito d’ignoranza sempre
maggiore che stanno diventando gli USA, dove When the levees broke potrebbe (dovrebbe) riuscire dove Fahrenheit 9/11 ha fallito.
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