QUANDO L’AMORE BRUCIA L’ANIMA – WALK THE LINE

REGIA: James Mangold
CAST: Joaquin Phoenix, Reese Witherspoon, Ginnifer Goodwin
SCENEGGIATURA: James Mangold, Gill Dennis
ANNO: 2005


A cura di Pierre Hombrebueno

UN MORTO DIRIGE UN FILM SU UN MORTO

James Mangold è uno di quei registi inafferrabili, nel senso che camminano nel filo di una non ben definita filmografia, incoerente sia stilisticamente che tematicamente e ideologicamente. Guardando dall’alto la sua breve carriera, notiamo almeno due film interessanti: Identità, hitchcockmania che incontra un viaggio Lynchiano, e Ragazze interrotte, che incarna in Angelina Jolie una rockstar più rockstar del Johnny Cash di questo film. Poi, spuntano fuori titoli di quelli a cui sputare sopra, come Kate & Leopold. Non sapremo mai, dunque, che cosa aspettarci da Mangold, che ha raggiunto il suo maggior successo (il perché è ancora mistero per il sottoscritto) con un biopic su Cash, il leggendario musicista contemporaneo di altri miti quali Elvis o Bob Dylan.
C’è innanzitutto la sfiga di essere uscito esattamente un anno dopo al Ray (Charles) di Taylor Hackford: se presi a confronto, la pellicola di Mangold assume direttamente una posizione di carta carbone, in quanto entrambe le opere seguono lo stesso schema narrativo: la giovinezza del protagonista tra traumi e pseudo tali, l’inizio della sua carriera, il successo, i guai con la droga, il catarsi(?) del ricordo, e infine il riacquisto del successo. Walk the line suona di già visto e sentito, e Mangold contribuisce alla non riuscita con la sua (non) mano registica anonima e senza personalità, trattando la storia di Cash come fosse Cinema narrativo (dove poi alla fine, da narrare c’è poco o nulla) quando in realtà dovrebbe essere introspettivo come la storia della Susanna Kaysen di Girl, Interrupted, perché il vero punto di forza di un soggetto come questo è la mente di Cash pervasa dalle paranoie esistenziali o simil-amorose, i suoi problemi rockeggianti e rockeggiati che già fecero la dannazione di un Brian Slade o di un Curt Wilde, o anche di un Ray Charles resosi anima soccombendo il corpo (momenti d’intensità ineguagliabili nel film di Hackford) da cui Mangold scappa in quanto preferisce, a quanto pare, non indagare ma solamente mostrare. Mostrare Cash che si fa di pillole o che spacca i gabinetti del backstage. Non c’è un vero catarsi in Walk the line, ma solamente una serie di avvenimenti più o meno disinteressanti sui tour di Cash, coniato per carità da bellissime canzoni, ma se ci bastasse questo ci saremmo accontentati di scaricare in internet qualche vecchio gig del buon vecchio cantante.
Mangold si mette dunque in una posizione sbagliata da assumere, forse per paura di sobbalzare gli aficionados di Cash, che qua è solamente corpo e voce(?) senza reale cuore e spirito. Nessun amore che brucia nessuna anima, anzi, da quel poco e brutto che vediamo, il protagonista è delineato solamente come uno stronzo insensibile, uno che non caga la sua famiglia e che non ci pensa due volte prima di mettere le corna alla moglie o abbandonare figli e genitori. E forse Cash era veramente così, chi se ne frega, ma, citando Woody Allen e il rapporto demiurgo-oggetto: bisogna chiedersi il perché. Perché Cash non caga la sua famiglia? perché appare così disumano?(?) perché soffre e perché ha cominciato a soffrire? Solo provando a rispondere a queste domande, o interrogarsi riguardo queste domande, Mangold sarebbe riuscito ad appropriarsi di un soggetto potenzialmente intro-analizzabile. Non importa come ci si interroga, se con le battute della sceneggiatura, le luci e le ambientazioni, o la macchina da presa. Però bisognava interrogarsi, cosa che Mangold non fa, perché Walk the line si limita ad essere strettamente Cinema(poi, Cinema?) di attori e di recitazione (o approssimazione), che non intende addentrarsi tra le anime veramente brucianti che ogni film che si ritrova Cash dovrebbe fare, domandarsi e analizzare. A scorrere sullo schermo vediamo corpi e sentiamo voci, quelli di Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon, che si ritrovano ad assumere la valenza fondamentale e cardine di tutta l’opera, riuscendo anche perfettamente ad immedesimarsi nei rispettivi ruoli, in particolare Joaquin Phoenix magnifico che parla cogl’occhi e che tenta di dare al proprio personaggio l’anima che merita, in un completo gioco di mimesi metempsicotica simbiosi sintonico alla Actors Studio. Ma davvero i romantici e gl’idealisti attoriali dovrebbero mettersi il cuore in pace perché una troupe di meravigliosi attori (o direzione attoriale qualsivoglia) non riesce a reggere o a migliorare le sorti di una pellicola costruita coi piedi sbagliati, quelli del regista che ha preso il Cinema per una televisione ad alto costo e che perciò rifiuta ogni approcciarsi cinematografico: non c’è la decima musa in Walk the line, o se c’è, è terribilmente scadente ed inutile, e sappiamo bene che un film inutile è quanto di più brutto possa capitare alla visione di una qualsiasi persona che abbia un’idea cinematografica. Come un razzo la macchina da presa di Mangold ci trapassa, nel senso più dispregiativo dell’affermazione perché è un trapassare freddo se non morto, una specie di Ron Howard senza le sue doti narrative, o per rimanere più vicini, un Hackford e un Ray senza appropriazione.
Qua ci ritroviamo davanti ad un morto che tenta di fare un film su un morto. Con la differenza che quello che sta sepolto nella sua tomba sottoterra ha tanto più da dire di chi sta dietro la macchina da presa. Pace all’anima sua.

(19/02/06)

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