
LE VITE DEGLI ALTRI
REGIA: Florian
Henckel von Donnersmarck
SCENEGGIATURA: Florian Henckel
von Donnersmarck
CAST: Sebastian Koch, Ulrich Muhe, Martina Gedeck
ANNO: 2006
A cura di Pierre Hombrebueno
MASSIMO DISPREZZO (SVEGLIAAAA)
Quando si assiste ad una parata di premi-complimenti-lodi-inchini-standingovations
per un film che però spicca merda
messa-inscenica da qualsiasi micro
o macro latitudine, è chiaro e palese il motivo principale che spinge il pseudo-entusiasmo generale: il film tratta di tematiche
così importanti che non si può non lodarlo.
Eh no porcapaletta! Bisogna smetterla con questo fottuto vizio – germe e virus della fruizione cinematografica dai tempi più remoti. No porcapaletta! (parte seconda). Ok,
se vogliamo, possiamo pure fingere di cancellare mentalmente i decenni e
decenni di progresso intellettuale in campo della critica cinematografica,
provare a ritornare ad una mentalità malata e cieca come quella di 50 anni fa,
eppure i conti continuano a non tornare. Perché non c’è
più religione.
Il sottoscritto era ormai convinto, fidandosi (a quanto pare
troppo) dell’intelligenza comune, che nella logica globale un film non
venga più giudicato per i suoi “meriti tematici”, ma solamente per
i suoi “meriti artistici”; eppure, come i fatti dimostrano, non è
così; o perlomeno, forse è ancora ricorrenza scambiare le due facciate come un
segno unico. Lo ripetiamo per la milionesima volta: Un film che tratta di temi nobili-fichi-cool-ipermeravigliosi
non è necessariamente un film nobile-fico-cool-ipermeraviglioso.
Anzi, il lavoro diventa doppiamente difficile, perché
un film che tratta di temi nobili-fichi-cool-ipermeravigliosi,
necessariamente, richiederà un mettere in scena nobile-fico-cool-ipermeraviglioso.
E Donnersmarck, sotto questo punto di vista, permettetemi
di urlarlo, è spazzatura della peggior specie che merita solo massimo
disprezzo. Con quel mettere inizialmente in campo tutti
gli stereotipi registici da “film europeo
d’essai”, con movimenti di macchina molto limitati e una preferenza
non indifferente per la fissità, l’asetticizzarsi,
dove gli elementi prettamente extra-cinematografici come la musica dovranno
rimanere sullo sfondo senza mai surclassare l’immagine in quanto tale,
spesso eretto dalla fisicità attoriale che ne diventa
congelamento e anima. (Quasi) Tutto bene fino a qui, se si prova a dimenticare
che però stavolta non siamo in un compitino scolastico, in una tesi di laurea dell’ “applichiamo il manualetto
d’essai”, e una prima richiesta e buon punto d’osservazione è
senz’altro la ricerca di una propria personalizzazione dei topos sopra-elencati: quel gestire la materia che ci faccia
capire che effettivamente dietro l’opera(zione)
c’è una mente, una personalità, una ricerca, un percorso – e si,
anche un punto d’arrivo. Ma basta osservare e studiare pochi minuti di
pellicola per rendersi facilmente conto che Donnersmarck questa capacità
(ancora?) non ce l’ha. Dunque,
la prima sensazione è quella di un dejà vù messainscenico, con le classiche formule a ripetizione di
tanto Cinema francese-tedesco-italiano(!), quello
senza marchiature e senza nomi, disautorializzato - e
quasi essenzialmente inutile. C’è di più, perché proprio questa disautorializzazione, questa assenza demiurgica, blocca il
film dal suo essere perlomeno un prodotto nella norma della decenza; perché se
un regista pretende di fare un film composto innanzitutto da piani
semi-statici, come minimo è richiesto un talento nella costruzione evocativa
dei singoli quadri, dei tableaux vivants
(se proprio dobbiamo tornare a questi termini antiquati), ed in
questo gran parte del Cinema autoriale
asiatico insegna.
Donnersmarck
invece, lascia il caso al caso, con i corpi che in realtà sono ombre di anonimia assoluta, personaggi non fantasmi bensì
manichini del vuoto (attenzione: non del vuotarsi), dove a mancare è un minimo
di gusto (e gesto) estetico nell’associazione dell’organico col
biologico. E se già la costruzione delle singole scene
è così scarsamente impoverita, non c’è che da aspettarsi il peggio nel
momento in cui bisogna tagliare e incollare, mettersi a fare un po’ di
sintassi: momenti rivelatori, in questo caso, tutte quelle scene che prevedono
suspense, che la regia spera di riuscire a liquidare degnamente con un
banalissimo montaggio alternato o parallelo, non capendo che ciò che più si
richiede per sintagmi simili è invece una gestione del tempo filmico che ne
sappia regolare le dosi di colpi o attese. Non basta far partire della musica indiegetica thrillerina - manco
fossimo in un omicidio hitchcockiano - per tramutare
le immagini in emozioni, le azioni in qualcosa di seriamente coinvolgenti.
Le vite degli altri è un film dove i
silenzi, da suggestioni, si tramutano in noia. Dove le immagini sono incapacitati di comunicare sensi e sensazioni, e dove le
parole sono degne di uno script uscito fuori a quattro mani da studenti delle
medie.
Ed effettivamente, non sappiamo se è più triste il fatto che
film di questo genere vengano ancora fatti, o che film di questo genere
addirittura sono liquidati come “semi-capolavori” da quelle
personalità che dovrebbero promuovere i film meritevoli, ma che forse sono
ancora bloccati in una mentalità sbagliata che non gli permette di vedere il Cinema
in quanto Cinema.
Anche il sottoscritto si inchina alle nobili gesta
dell’affrontare un argomento così socialmente utile ed interessante, così
“umano/umanizzante” direbbe qualcuno, ma grazie a dio nulla ci
vieta di sputare a chi si mette a fare Cinema pur non sapendo minimamente
applicare le possibilità del suo (infinito) linguaggio.
Ed è solo massimo disprezzo, fino a quella scena
finale conclusa con un freeze-frame aka pseudo colpo d’enfasi –
nemmeno fosse l’ultimo fotogramma di una soap sud-americana.
(06/05/07)