LA VITA È UN MIRACOLO

REGIA: Emir Kusturica
CAST: Slavko Stimak, Natasa Solak, Vesna Travalic
SCENEGGIATURA: Ranzo Bozic, Emir Kusturica


A cura di Alessandro Tavola

PURO KUSTURICA AL 90%

Dopo anni di silenzio cinematografico e di concerti in giro per il mondo con la sua No Smoking Orchestra, tornano Emir Kusturica e il suo mondo, questa volta in salsa più romantica che mai.
Gli elementi portanti sono qui ancora quelli che ce lo avevano fatto amare, quelli già espressi al massimo nei precedenti Underground e Gatto nero gatto bianco: piccole parabole surreali di paradisi artificiali dai toni personali, musicalmente folli dove le assurdità degli avvenimenti, dei personaggi e delle atmosfere sono sempre piene di quel gusto circense caratteristico e inebrianti come vento estivo.
In La vita è un miracolo l’amabile mondo Kusturicano, qui surrogato rispetto all’apoteosi dell’opera precedente, viene sconvolto dalla guerra e tutto diventa sfondo e supporto a una delle più classiche storie d’amore di quelle nate in condizioni estreme, certamente canonica, ma allo stesso superiore e più suggestiva di quella del recente Una lunga domenica di passioni di Jeunet.
Melodie gigioneggianti, animali completamente pazzi tra i quali spicca un’assurda asina in bilico tra il reale e l’irreale, personaggi dalle connotazioni farsesche e ben precise, sogni, avvenimenti e luoghi caricati come se fossero disegni, episodi di schietta violenza. Questi e molti altri i soliti ingredienti a cui Kusturica ci aveva abituato che qui si rincontrano in quello che certo non è un capolavoro per ispirazione e vento di novità, ma che mantiene la sua grandiosità appunto nel presentare semplicemente i punti di forza classici del suo autore, come è giusto che sia quando un regista decide di non voler per forza cercare il nuovo assoluto. Nel tentativo di mantenersi sui propri toni caratteristici molti autori fallirono e falliscono, ma qui il regista tiene bene al guinzaglio il suo talento e la sua forza e li orchestra benissimo in quello che è semplicemente l’ennesimo capitolo del perpetuarsi dei suoi film.
Forse è vero, ci si aspettava di più dopo così tanti anni di silenzio, ma rimangono solo snob i commenti ricevuti già a partire dallo scorso festival di Cannes, dove il film fu presentato, che lo liquidavano come “già visto” e “banale ripetizione”. Altezzosa visione dei critici che pretenziosi accusano di ripetitività un autore che presenta la caratteristica di voler mantenere il proprio personale stampo, mentre guai invece a toccargli i loro mostri sacri come Truffaut e Kubrick, che fecero della “ripetitività” stilistica il loro presunto punto di forza.
Si tratta certamente di una pellicola catalogabile come esercizio di stile ma si tratta pur sempre di critiche ridicole per un film che non pretende certo di rivoluzionare, ma semplicemente dire la propria sulla guerra, riuscendoci benissimo grazie al suo sottile delirio onnipresente, ed emozionare, lasciando quel tipico senso di smarrimento nel suo terminare, con la sua irrazionalità visiva, come ogni “made in Kusturica”. È come dopo essersi cibati di qualcosa di irreale, un piatto già mangiato anche più volte, qui con qualche variazione nella ricetta; ma non si può certo dire che non faccia piacere ri-assaggiare qualcosa che adorammo in passato.

(22/03/05)