


THE VILLAGE
REGIA: Manoj Night Shyamalan
CAST: Joaquin Phoenix, Bryce
Dallas Howard, William Hurt
SCENEGGIATURA: Manoj Night Shyamalan
A cura di Davide Ticchi
LE REALTA’ NASCOSTE
In un presente dove reale e virtuale vivono a stretto
contatto, costellato di miti quotidiani da emulare di un qualche breve
telegiornale pomeridiano, e simulacri di non vincenti che controllano
telepaticamente i loro “seguaci” quasi fossero marionette bioniche,
controllate da qualcosa di più grande, irraggiungibile. Ebbene
in una realtà di (im)materialità, esiste un piccolo
villaggio, abitato da persone che allevano il loro bestiame, persone che vivono
di solidarietà e aiuto reciproco, persone che sembrano essere rinate, da
qualcosa di tragico, forse proprio dalla vita. Tutto sembra rimanere
invariato in quel luogo così recondito, dal tempo alla gente, sembra di
osservare un quadro ottocentesco che raffigura il presente felice di un villaggio,
degli stereotipi che lo popolano, della sua staticità. Lo scemo del villaggio
preoccupa subito noi osservatori di un tempo che fu, un soggetto così inquieto
non può di certo passare inosservato, così vergognosamente abile nel non badare
alla paura, che tutti gli altri hanno, a trasmettercela con la sua sola
presenza. È il grande potere di un
“diverso”, che non si fa compatire dagli altri suoi amici
“normali” (tutti gli abitanti del villaggio), al contrario
rappresenta per noi il timore palpabile di un posto che emette sospiri
profondi, che soffoca la sua paura per il male che lo circonda, per il mondo di
cui fa parte. È il piccolo villaggio della coscienza di un pianeta che urla il
suo stato di disorientamento sociale, di sconnessione morale dalle grandi reti
di comunicazione universali, senza ovviamente fare caso proprio alla sua
smarrita coscienza, al suo giardino dell’Eden. E
proprio in quel paradiso pacifico, in quell’oasi
di sana dispersione, si trova la paura per quello che c’è
all’esterno, oltre i confini dello spazio e del tempo, segnati da una
fitta boscaglia che ostruisce la vista di un possibile futuro alternativo e
cela creature mostruose che hanno stipulato un patto con gli abitanti del
villaggio, quello di non ostacolarli o attaccarli, a meno che non lo facciano
prima loro. La vita nel villaggio procede infatti
abitualmente, le creature non disturbano gli abitanti, che danno alle loro
paure accezioni multicolore in mancanza di concretezza delle sensazioni, e non
danno loro modo di farsi odiare. Ma un bel giorno il “diverso”
inizia il male entro i confini del villaggio, la morte di un rosso acceso si fa
intravedere, bussa alle porte della gente, percorre le vie del villaggio
incontaminato, chiede di un giovane troppo riservato e innamorato per reagire
ad essa. Proprio attraverso lo scemo del villaggio,
carico di dolore e gelosia, lo accoltella nella pancia, lui che innamorato di
una ragazza cieca, lo aveva sottratto all’amore platonico per essa. L’odio del “diverso” si è
materializzato in un atto di insondata violenza,
repressa ormai da troppo tempo, che farà accrescere nuovo odio e rancore
all’interno di un villaggio che non sa come comportarsi ora, proprio
quando è di fronte alla necessità della sopravvivenza. La giovane donna cieca,
domanderà agli anziani di poter attraversare il bosco in modo da raggiungere la
città e trovarvi così le medicine necessarie per il suo giovane amore. La
cecità, l’obbligo di non vedere cosa sta aldilà di tutto, di serbare la
propria coscienza integralmente, permette alla giovane di ricevere il consenso
degli anziani abitanti del villaggio, che sanno essere l’unica a poter
andare “oltre”, permettendole altresì di mantenere intatta la loro
“attività”. Mentre il villaggio sussulta,
prende finalmente grandi decisioni dettate dal proprio animo dissepolto, il
“diverso” rimane chiuso nel suo male, in una stanza vuota, ove si
cosparge delle sue stesse angosce, cercando una via di fuga
all’ordinamento del villaggio.
Esiste ancora un cinema capace di esplorare nuovi mondi, nuove realtà
parafrasate costantemente alla nostra, frutto di un
evoluzione di molte di esse messe insieme a formare un unico grande mondo, un
unico grande universo, e l’annullamento di questi. Di tutto ciò il sesto
film di Manoj Night Shyamalan
è una perfetta illustrazione, accortamente privata della sua natura più
prevedibilmente angosciosa, e acuita del senso metaforico e simbolico di una
realtà alternativa che ci riporta al contrasto con quella univoca
del resto del mondo. Il villaggio di Shyamalan può
anche generare innumerevoli e differenti interpretazioni, ma tutte condizionate
dalla ricusazione esplicita nei confronti della società moderna, della sua
politica e dei suoi squilibri. Il senso catastrofico che si può percepire in
alcune sequenze del film ancora ambientate nel villaggio, ci riporta alla
percezione del “diverso” come forma di squilibrio sociale, che
sparge infatti il male e il sospetto in tutte le case,
delle quali però nessuno che le abita ha mai tentato minimamente di aiutarlo,
di dargli una mano sul serio. Ed è proprio il distacco
della gente ad accrescere l’odio per il mondo, a portarli a rifugiarsi in
un villaggio sperduto ove poter dimenticare e non avere più a che fare con la
società dalla quale si viene. Questa totale freddezza, trova il suo opposto nella Ivy protagonista, ottimamente interpretata da Bryce Dallas Howard, che trovando
impossibile il vedere si limita ad affacciarsi sui colori che ogni persona od
oggetto ai suoi occhi emana, dimostrando di essere l’unica insieme a Noah, lo scemo del villaggio, a provare vere sensazioni ed
emozioni aldilà della paura, che le possono così permettere il travalico del
bosco. Il violento e contorto passato degli anziani del villaggio, si riversa
anche sulla concretezza dell’apparenza, come quella espressa
dalle forme scomposte e acuminate delle creature del bosco, contenute in case
isolate o sotto il pavimento, con l’unico scopo di dimenticare e
indossare nuovamente i panni dei propri traumi, delle proprie fobie, dei propri
ricordi corrotti. Così Ivy quando viene assalita da Noah vestito da creatura, rappresenta la gioventù del
villaggio che inizia a contrapporsi al volere opportunista e esteriore degli
anziani, abbattendolo senza riuscire bene ad accorgersi quale grande barriera
si è riusciti a eliminare. Infine Ivy scavalca la recinzione che le consente di
venire a contatto con un mondo nuovo, fatto di rumori strani, di oggetti contundenti e di metallo freddo, è il mondo del
nuovo millennio, dell’era in cui è nata e della cui presenza deve
sopportare.
Lo stile introspettivo e minuzioso subentra a quello intersecato e slacciato
dei precedenti horror soprannaturali diretti dal regista indiano, dove la trama
serpeggia tra le continue incertezze di situazioni incerte, che in The Village vengono invece annullate
grazie ad una narrazione chiara che semina dubbi e timori solo a livello
contenutistico. Lo sviluppo del plot è contraddistinto dalla chiarezza e dalla
consequenzialità, che porta ad un’attenta osservazione e analisi degli
ambienti (che esercitano un ruolo cardine nel film) e degli abitanti (che
diventano appunto un unico aspetto con il villaggio). Non è un caso che
l’introspezione in The Village eserciti un ruolo di fondamentale importanza, e dia la
possibilità di fare riflettere attraverso un soggetto che altrimenti
approfondirebbe troppo le proprie radici malefiche. Segnando una svolta
stilistica e contenutistica quindi, The Village ha tutti i presupposti per
richiamarsi a film sociale, horror etico e di denuncia politica, ma è anche e
soprattutto opera di cognizione e congiunzione fra realtà differenti, villaggi
vecchi e nuovi nascosti nel verde purificatorio e strade extraurbane che
circondano foreste per raggiungere immense città “rosse”.
(20/03/05)