LA VIE EN ROSE

REGIA: Olivier Dahan
SCENEGGIATURA: Olivier Dahan, Isabelle Sobelman
CAST: Marion Cotillard, Sylvie Testud, Pascal Greggory
ANNO: 2007


A cura di Pierre Hombrebueno

TRAGEDIA GRECA ET MELODRAMMA DI PURA EVOCAZIONE

Amore. La vita inizia, assume (in)senso, e infine cessa, per Amore. Così come La vie en rose è prima di tutto un atto d’amore, quello per Edith Piaf da parte del regista Olivier Dahan, che dopo diverse pellicole deludenti in passato (ricordiamo, una su tutte, I fiumi di porpora 2), pare finalmente azzeccarne una in pieno. Forse perché, come recita il proverbio: “chi ama diventa più bello”. Questo perché l’Amore provoca passione, e il film in questione trasuda calore da ogni singolo poro, ogni singolo frame, anche quelli imperfetti che ogni tanto mancano il segno, ma che riescono sempre e comunque a ridimensionarsi in un contesto universalmente e filmicamente valido, più che funzionale. In fondo assistiamo ad un piccolo miracolo, come se una forza divina e ultraterrena abbia guidata la macchina da presa di Dahan nel fargli concepire questo melodramma d’altri tempi, magnificamente retrò, con tratti superlativi ed incisivi – marchiati e targati di purezza lacerante, che nella loro sicurezza germogliano in un leggero e leggiadro tremolio, come quello di un passerotto inzuppato. E’ Edith Piaf, reincarnata sangue e spirito da Marion Cotillard, in una performance che è pura metempsicosi e tripudio di gioia-dolore, vita-morte.
In ogni caso, l’Amore al di sopra di tutto. Senza rimpianti. Non, je ne regrette rien.

Il tutto mentre inizia come una semplice favola (non sbagliati i riferimenti estetici della prima parte con l’Oliver Twist polanskiano) di altri spazi e altri tempi, prima di risucchiarci in un labirinto di flashback and forward, un continuo oscillare nella diegesi, con la nostra protagonista/eroina che da piccina semi-cieca, diventa vecchia ormai prossima alla morte, e di nuovo nella giovinezza libertina e boheme, per poi finire flashata sul palco dell’Olympia, luogo consacrato e consacrante per un gran finale a metà fra requiem ed inno alla gioia. E ritrovarsi abbracciati in questo mare burrascoso di (in)fluidità, magicamente percorribile ed assecondabile, fra sipari – quelli veri dei teatri, e il sipario cinematografico – quelle dissolvenze in nero che sembrano chiudere (per poi aprire) un capitolo di vita ed esistenza, ma la cui vera forza trascendentale sta invece nella percezione estetica, nella sua evocazione classica.
Saprà di fottuta frase fatta, eppure è vera: Non era facile trarre un film dalla vita di una leggenda come Edith Piaf. (Troppo) Facile trasudare l’indifferenza, quando non si ha passione del proprio materiale trattato, e ce lo ricorda fin troppo bene quella brutta bestia di Walk the line targato James Mangold. Senza contare che il lavoro diventa doppiamente difficile quando si sceglie di portare sullo schermo una lunga fetta di vita (e morte), e non solamente una breve seppur incisiva parentesi. Dahan le attraversa tutte, non sempre con grande gestione sintattica è vero, però quello che ci dà arriva in un modo così cristallino, così captabile – percepibile – assimilabile / così arty e contraffatto senza però risultare falso, che la somma prodotta dalla visione è un lungo tuffo di sensi, di sofisticatezza.

Il regista, in primis, sa dirigere con grande meticolosità i suoi attori, la Cotillard è lì come prova vivente, come pura metodologia Stanislavsky in territorio francese. E quando in un film che deve respirare “umanità”, tu hai la capacità di tirare fuori dai tuoi attori tutta la loro carica più poeticamente catartica, allora capisci di essere già arrivato ad un buon punto dell’operato.
Se poi la macchina da presa è così potenzialmente evocativa da riuscire a sfruttare appieno le fotogenie a disposizione, allora la lavorazione diventa qualcosa di seriamente speciale. Perché Dahan assorbe questi corpi nel proprio cine-occhio, e li disperde volutamente nel suo labirinto messa-inscenico, sapendone però cogliere ed immortalare tutta l’esplosione estetica-emotiva, fino ad arrivare a quella magnifica – immensa scena della nostra Edith che viene a sapere della morte del suo amante: fluttuante e fantasmagorico piano-sequenza di cinque minuti, dove fisicità ed ectoplasmia si confondono nel filtro della macchina a mano fra i corridoi diventati onirici e sotto acido dell’albergo, culminando in un urlo straziato e straziante colto in un piano frontale incisivo e doveroso come non mai; un’onoranza funebre soffertissima, da cui fischiano ancora gli echi poli-sensoriali, immediatamente tramutati in un palcoscenico attraversato da uno specchio e un vetro che Dahan riflette. Perché The show must go on. La vita dell’artista, con le sue gioie e i suoi dolori, è arte essa stessa. E’ pura tragedia greca, Cinema/Arte d’altri tempi, così come possiamo dire che la Piaf è a tutti gl’effetti d’altri tempi, ricordo che non solo trova vita (come ha sempre trovato) con le sue incisioni musicali, ma stavolta finalmente/nuovamente carne e sangue, lacrima e respiro. Il regista ce la restituisce in un viaggio alter-dimensionale di brivido e grazia, un’icona che si plastifica nelle immagini in movimento; costruite, è vero, ma fottutamente plasmate nella vita che tocchiamo ed assimiliamo.

(13/05/07)

HOME PAGE