
EXTRA: IL VIAGGIO PER SOLDINI
A cura di Davide Ticchi
Il
commosso documentario di Giorgio Garini,
collaboratore da tempi non sospetti del cineasta quivi chiamato in causa,
introduce il pubblico del 10° Genova Film Festival alla scoperta del Silvio
Soldini uomo prima che artista, e viceversa. Cosicché il tema ricorrente
immediatamente emerso dal colloquio instauratosi fra regista, Giuseppe Battiston, Giorgio Garini e uditorio, e successivamente ribadito dal documento
cinematografico in questione, prende in esame la concezione che Soldini ha del “viaggio”.
Modello archetipico, che fin dalle origini, in Drimage, suo primo cortometraggio nel quale un ragazzo decide di
partire e abbandonare New York, conduce ad un sempre maggiore assorbimento
inconscio di questo vero e proprio leitmotiv imperante nel suo cinema. Finanche
Interrotto, o meglio impedito durante l’ultimo film, che avrà il titolo
di Giorni e nuvole e sarà nuovamente
ambientato a Genova, dopo che il precedente Agata
e la tempesta ha rivelato le risorse della città e la sua attuale
“inesauribilità”. Infatti il regista milanese segue per ogni suo
film una spinta interiore irrazionale che gli fa operare delle importanti
scelte artistiche, come quella di ambientare un film in una città piuttosto che
in un’altra, facendo affidamento al concetto che “il cinema
esaurisce luoghi”. Quando non è più nutrito un sentimento di
“energia” significa che quel luogo ha dato tutto quello che poteva
dare, come è successo per Milano e forse anche per Genova, ma ciò che
certamente non succede ad una megalopoli come New York, sfaccettata e appunto
fonte instancabile di idee.
La troupe accompagna poi identica il proprio regista, perché il cinema è,
secondo Silvio Soldini, prima di tutto un lavoro collettivo, e con cast tecnici
diversi il prodotto finito sarebbe inevitabilmente diverso. Battiston aggiunge anche la positività del
“cambiamento”, inteso sempre come viaggio individuale e corale, che
può andare dall’interpretazione di un personaggio ad un altro e da un
luogo all’altro appunto, fortificando così il rapporto, scoprendo accenti
nuovi, linguistici e spirituali.
Luca Bigazzi, maestro della
fotografia feticcio di Soldini
definisce Silvio: “un regista
implacabile”, e il diretto interessato gli risponde affermando che:
“il cinema più che un lavoro è un gioco”. Si è entusiasmato fin
dalla comprensione delle sue regole e ha cominciato a fruirne un tipo fatto di
immagini forti, grezze, che lo hanno inconsciamente guidato alla realizzazione
dei suoi primi lavori in notturna, fra i “cripticismi”
dell’entusiasmo generale. Sul set si sente infatti pieno di energie e
rinnovato da esse.
Pur con la fiction di mezzo trova il tempo e la forza sufficienti a realizzare
anche documentari su commissione, poiché ama la realtà, e il documentario è
infatti un mezzo che ti porta a conoscere mondi fino a poco prima ignoti e
personaggi che ti lasciano un segno, apparentemente piccolo e insignificante ma
prezioso ai fini della sensibilità umana.
Infine fra gl’intimiditi astanti si solleva la domanda di una giornalista
locale, che premettendo alla domanda un campanilismo veemente, chiede a Soldini quale ragione lo abbia portato a
realizzare un film a Genova. La sua replica riguarda la
“pittoricità” del capoluogo ligure, e punta subito il dito indice
su di un film che finge soltanto di raccontare Genova, ossia Uno su due, perché della città in cui si approda, una volta terminato il
viaggio, ci si deve completamente permeare a cominciare dai suoi interni.
Il Genova Film Festival ha proposto, nella sezione di maggiore interesse
dell’edizione, l’intera filmografia di Silvio Soldini, a partire dal felicemente esistenzialista Drimage, cortometraggio americano del
1982 e dal suggestivamente pachidermico Paesaggio
con figure, primo lungometraggio milanese che della città emana il suo
costituente più “alieno”.
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