64° MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: 29 AGOSTO / 08 SETTEMBRE
2007
UN MULO REDATTO SU UN TRENO CHE NON È QUI: GLORY TO THE
FILMAKER!
A cura di Alessandro Tavola
Partendo
dai vincitori, dai nomi (ri)scritti e le statuette consegnate,
dall’ordinato dei riconoscimenti per poi mappare l’insieme-film,
l’insieme-festival, di suo disordinato e indomabile nel momento vissuto
visionato distratto; comunque (stra)volgimento praticato e subìto. Partire
dalla fine, dai graziati e dai condannati per centrare ciò che era
l’inizio, il fuoco (fatuo?) di partenza, dalla moltitudine alla
rimanenza.
Ciò risulta difficile se si cerca un’unicità, almeno quanto invece fu
facile e praticamente istintivo naturale ritrovarsi l’anno precedente con
in mano un’unica matassa, fil noir che riconduceva ad un quasi organico
(da sembrare deciso a tavolino) sovrapporsi di concetti, visione post visione,
di un’unisona idea/concetto/mood/impeto esplosa disparata disperata in
antipodici manifestarsi cinematografici.
Quest’anno - 2007, 64 o 75 che si voglia; catalogazione sarebbe di gruppi
e sottogruppi geografici, concettuali, qualitativi che difficilmente sfuggono
ad una comunanza, nettamente, fin troppo formale. Perché non si può non
piegarsi a una distinzione venniana nel notare quanto, presupponendo già tale
criterio, ogni film goda (o soffra – questione di elaborazione propria,
magari non conscia, dei realizzatori) gongolante dei propri clichè, catalogo da
videostore. Tranne pochi, non a caso proprio premiati, con legittimità
altalenante.
Trip catalogativi di generi: tipicità everywhere, in cui connotati da film
europeo vengono sbattuti in faccia spudoratamente, piacevolmente talvolta
nonostante la pachidermicità pseudo-artistoide paia grattare fino a
distruggersi le mani il proprio fondo di barile nello stesso momento in cui
l’oriente è ancora verace, diviso tra turbante immobilità e dinamismo
propulsivo coi quali ancora difficilmente equi(ma anche com-)parabili sono
quelli d’altrove, della hollywood marcia e di quella magnifica,
dell’Italia ridicola e di quella non considerata, dei deserti e delle
folle; al solito, piacevolmente, divisi tra merda e capolavori, eccessi del
Qualsiasi; datato e moderno (che in realtà è ritorno al passato dimenticato)
rimessi a lucido in certi casi da scambiarsi concettualmente, dove la novità è
semplicemente (nel momento in cui si vede, assolutamente non quando si
realizza) cambio di prospettiva e il nuovo è ancora misconosciuto, in quanto
tale, nell’essere considerato parte/scena/singola inquadratura di un
tutto-festival diversificato, montato dall’ordine delle visioni compresse
in un periodo disciolto nel tempo come dovrebbe essere una proiezione attenta non
(dis)continua(mente) del totale-cinema di picchi in alto o in basso, di
solitudine collettiva, di un film di 70 minuti, di 9 ore, in 3D; applausi
fischi silenzi. Colonna ora dopo ora costruita e poi fatti ricadere, conosciuto
il peso delle parti, in una piramide appiccicosa con l’insignificanza
come fondamenta e i premi in vertice.
E al riguardo è probabilmente il premio speciale della giuria, ex equo tra I’m
not there di Todd Haynes e La graine et le mulet di Abdellatif
Kechiche il riconoscimento che più mette a cerniera anime diverse, opposte
di grafie vive e intenzioni narrative distanti ma entrambe risultanti di quel
cinema magnetico, avvolgente che riescono a brillare solitari e paralleli,
verso il resto del ripreso e del mentale, uno sgargiante mosaico a sei colori,
suoni e caleidoscopia; l’altro treccia di cuoio, fiera dei primi piani e
dell’incanto. Il tutto e il niente, vicendevolmente: rispetto al reale e
all’emozionale (Haynes parla di un mito lasciando i personali
spazi evocativi tramite uno proiettare letteralmente pieno, Kechiche di
persone qualunque racchiudendo in un closeup costrittivo e comodo). Le due
pellicole più assolute assieme all’inconsiderato The darjeeling
limited di Wes Anderson. Frammenti di certezza, su pellicole
dell’incertezza, dell’assenza, della sospensione: una persona e più
caratteri, tanti volti accomunati in un limbo che grida vita senza narrazione
circolare ma dilatazione temporale, tre anime su un treno e poi l’India e
il ritorno a un indefinito. Ci siamo/non ci siamo. L’ideale trilogia di
questo festival almeno per ora, il cuore ancora pulsante strappato dal petto,
come nel concludersi di Il mio nome è Shangai Joe di Mario
Caiano.
Awards s’è detto. Awards più che giusti - dubbi vaganti - tutti, tutti
tranne uno: quello più importante. Non perché il Leone d’oro sia andato a
un brutto/ignobile/vergognoso film, a una sospetta mafia o perché risulti
assurdo che lo stesso regista riceva due leoni consecutivamente sull’arco
di sole tre edizioni (cosa da sezione “curiosità”). Il fatto è che Lust,
caution di Ang Lee è sì perlomeno notevole, soprattutto sul puro
livello piacer-messinscenico, ma, togliendo subito dalla considerazione il
marciume (inspiegabilmente) in concorso, tra i film Belli è quello più Brutto:
non eccezionale sia formalmente che concettualmente, è un continuo riaccendersi
di pensieri precedenti - In the mood for love, Black book per i
temi e i modi, incontabili altre produzioni d’eleganza ricostruttiva di
periodi passati per l’appeal. Nel complesso buono, ma non osante e non
deciso (non bastano 7 minuti di sesso su 150 di film per denunciare
un’irruenza); aspetto per aspetto inferiore a tutti gli altri
concorrenti, tranne forse per la fotografia, vincitrice in una lotta accesa con
Miike, Anderson, Haynes; ma lì si sarebbe dovuto fermare,
senza considerare che non si tratta nemmeno del miglior lavoro di Rodrigo
Prieto. Inutile polemizzare, se non all’infinito, contro le
motivazioni di una giuria di cinque registi più un imbecille e un buffone
(quale sia Crialese e quale Ozpetek poco importa): non si piange
sui taiwanesi versati. Cerchiamo l’happyness con gli altri premiati.
L’argento a Brian De Palma con Redacted: la gloria che
tarda ad arrivare, dopo i fanculo ricevuti da Black Dahlia l’anno
scorso, che fu troppo esplosivo e fuori domabilità, adesso per contrappunto
chirurgico, nel passaggio dal binomio cinematmosferico a quello realincatevole
di cuciture riproduttive del presente che scotta, che proprio all’oggi
deve troppo per poter giovare di un’incontaminata considerazione
prettamente spettatoriale a causa della sua istantaneità esplicativa e non
giudicante non tanto per l’adesso raccontato tanto per l’adesso per
raccontare una cosa già scritta: abitilità registica, totalmente: Leone alla
regia. CVD.
Scelta solida, quanto la Coppa Volpi a Cate Blanchett, aspettata quanto
meritata (nel momento stesso in cui balza a mente Heath Ledger che la
ritirò al posto suo, andando a costituire, durante la premiazione, il momento
più esilarante di quelli visti sugli schermi festivalieri, indoor e outdoor, di
pixel o celluloide: smack.) quanto quella a Brad Pitt lasci dubbi e
silenzi di torti e pregiudizi, ma non ilarità quanto l’anno scorso quella
di Ben Affleck. Eccesso di divismo per taluni, snobismo che non tiene in
considerazione la mancanza di alfieri degni per nessun testa a testa (a testa),
se non Tom Wilkinson, Tommy Lee Jones ed Elio Germano,
schifosamente dimenticati, vittime i primi due uno di un film pietoso e
l’altro di inettitudine giuridica; il terzo di errori di sistema endocrino
da parte di regista, pubblico e critica: la più totale incomprensione, corrosa
anche dalla situazione dello stesso Germano, probabilmente considerato
troppo giovane per una Volpi e già navigato per un Mastroianni, andato per
applausi scroscianti senza fantasia a Hafsia Herzi, fantastica
incantevole sexy budinosa nel film di Kechiche, leccata e lustrata senza
considerare la probabilità che, essendo un esordio, l’interpretare fosse
stato solo relativo. Luce verrà in futuro.
Sceneggiatura a Loach, o meglio ad Averty: benvenuti nel mondo
della fantasia, che si scorda Paul Haggis, capofila delle sceneggiature
di roccia statunitensi.
Fantomatico premio, riesumato il cadavere, all’insieme dell’opera a
Nikita Mikhalkov per 12, che suona un po’ come un piatto di
pasta dato alla mensa dei poveri. «Televisione! Televisione!».
Tutto ciò mentre l’oriente è presente anche se dimenticato (tranne colui
che sarebbe dovuto essere l’unico fuori testo), come da sempre con l’amministrazione
Muller: per la quarta volta il film sorpresa fu orientale così come per
la terza il leone. Gingilli statistici piacevoli su come la filia riesca a
contaminare il tutto in un ampliamento inconfutabile di vedute e di visioni,
nuovamente. Plauso inoltre per la rassegna Spaghetti Western, riguardo la quale
nel momento in cui la gente parlava solo dell’attesa/rinviata/mancata
presenza di Quentin Tarantino, il vero patron, anima, dio indiscusso del
programma era Marco Giusti, il vero king dei Bs italiani.
Perché nonostante tutti i dissapori, i dubbi, le urla allo scandalo il festival
c’è stato, vivissimo. Forse anche più dell’edizione scorsa: le
follie han preso vita, folgoranti o silenziosamente taglienti, fracassone o
lacrimanti, dementi o riflessive. Basterebbero i nomi, gli auteurs già noti e
attesi per ricordare una biennale 75 smagliante, ma, stupendamente, non ci sono
stati solo loro, anzi tanti tra esordienti e rinascite (Plà con La
zona o Balaguerò con REC, ispanicamente parlando), a urlare
che il cinema non è morto. È solo un po’ invecchiato. L’annale
questione non ha motivo di esserci, in quanto c’è sempre stata, persa nel
chiacchiericcio: «Sono tempi bui.» dicono sempre gli anziani persi in chissà
quali ricordi di certo deformati.
Contento mi riallaccio per la prima volta con accordo a Gianluigi Rondi nel
momento in cui dice, parlando di Redacted, che il Cinema è sempre più in
alto rispetto al resto delle immagini (pubblicitarie, internettiane, pixellose,
amatoriali) perché nell’usarle, nell’unificarle, nel fuggirne e nel
copiarne è di volta in volta quel Frankenstein, materia morta scelta e inondata
di vita, nato come montaggio (e ancor prima come scelta d’angolo di
ripresa) che ora non può far altro che allargarsi verso tutto quell’audio
e quel visivo che possono, devono diventare Cinema, senza isterismi: tanto il
digitale è sopra(a)tutto.
Il Cinema non si piega, tiene sempre fede al suo concetto primordiale: lo
stupore.
MAIN WINNERS:
LEONE D’ORO: LUST,CAUTION di ANG LEE
LEONE D’ARGENTO: REDACTED
di BRIAN DE PALMA
PREMIO DELLA GIURIA: LA
GRAINE ET LE MULET di A. KECHICHE
PREMIO DELLA GIURIA: I’M
NOT THERE di TODD HAYNES
(13/09/07)