


GUERRE STELLARI -
EPISODIO III
LA VENDETTA DEI SITH
REGIA: George Lucas
CAST: Hayden Christensen, Ewan Mcgregor, Natalie Portman
SCENEGGIATURA: George Lucas,
Jonathan Hales
A cura di Alex Boriani
CON LA FORZA MI DIBATTO
E DIVENTO MEZZO MATTO
Scrivere una recensione è sempre un’operazione complicata.
Anzitutto, trovare le parole giuste per partire: bisogna attirare
l’attenzione di chi legge, senza però risultare
eccessivamente enfatici o piaccioni.
Ma, d’altro canto, non si può neppure stare a
menarsela troppo con frasi di circostanza e stranezze che girino attorno al
problema, come sto facendo ora.
Ma di fronte ad un film come questo è necessario andarci con
i piedi di piombo, per diversi motivi.
Anzitutto, perché è il film chiamato a chiudere
un’epoca: non so se gli appartenenti alla generazione che ha visto
esordire al cinema la trilogia primigenia (che si chiamava ancora Guerre
Stellari, e non A New Hope) se ne rendono conto, ma
con questo, signori miei, i nostri eroi ci salutano.
Questo è il sigillo alla nostra saga sci-fi prediletta, perché è chiaro che o
si è trekker o si sta col partito di Luke Skywalker; non esiste uno al
mondo, disposto a giocarsela su entrambi i fronti: e se c’è, non
ammetterà mai, con l’uno o l’altro schieramento, la propria fellonia.
E, lasciatemi scrivere da fan, questo sigillo mi ha
soddisfatto.
Non è ceralacca purissima (i dialoghi, purtroppo, latitano
ancora e quelli che ci sono, sono lontani dall’essere diamanti finiti) ma
quando il duello a spadate laser fra Kenobi e Skywalker si conclude, si sente nel cuore che tutto quello che ci è stato
raccontato, doveva portare lì, a quel fiume di lava che invade la carne del
padre di Luke e Leyla.
Poche storie, L’impero Colpisce Ancora rimane, nel cuore di tutti,
l’episodio della saga più imponente (e su questo continuano a non esserci
dubbi) e la sequenza dell’incontro al bar di A New Hope
è, forse, la cosa più vicina alla realizzazione di sogno alieno che si possa
immaginare (tutti quegli esseri intergalattici in un unico locale!), ma in
questo Episodio III, non c’è un momento di respiro, non ci sono rotture
nel racconto (e quei brevi momenti di anticlimax, vengono immediatamente
sublimati da un montaggio alternato che riporta il racconto sui binari
dell’azione-azione-azione) e non c’è soprattutto,
quel caos monumentale che percorreva l’episodio precedente.
E qui, sicuramente, gioca di gran lunga la sua
battaglia migliore: tutto è chiaro, squadernato e indiscutibile: si deve andare
da un punto A ad un punto B, e poche storie, oltre quella soglia non si può
guardare, perché già sappiamo che aria tirerà per la repubblica, e poi per
l’impero, e poi per i ribelli.
Perché abbiamo sbirciato le ultime pagine e siamo coscienti
di ciò che ci aspetta.
E allora, il bello, è vedere come ci si arrivi, perché
non è così scontato.
Non è scontato, ad esempio, sentire le ultime/prime parole pronunciate da Lord Fener (Darth Vader)
non appena si riprende dopo lo scontro con Obi-Wan Kenobi; non è così semplice la sfumatura etica che nutre il
passaggio di Anakin Skywalker al lato oscuro della forza; e poi, porco mondo,
la sequenza al tempio dei Jedi, ci torneremo, prende
il cuore e gli dà una strizzata non da poco.
Nell’ultimo romanzo della Torre Nera, Stephen King scrive che esistono storie che si raccontano e si
leggono non tanto per il finale, ma per il modo con cui lo si
raggiunge.
Episodio III è una di queste storie; il finale è già dato ed è già perfetto
così come lo conosciamo: la repubblica è diventata un impero, sorretto da un soggettone vestito di nero con un enorme casco in testa che
lo fa respirare come un mantice (e che emozione, sentire di nuovo quel sibilo
profondo, uscire dalla grata di Vader/Skywalker negli ultimi cinque minuti di Ep. III), e ci sono un manipolo di ribelli pronti a tutto
per riportare la pace e la serenità, in quella mitica “galassia
lontana”.
E se i due episodi precedenti hanno deluso le aspettative,
con racconti sempre sul filo della banalità, con personaggi a tratti
caricaturali (Jar Jar è un
pessimo surrogato dei già infantili Ewoks, che dalla
loro avevano, però, un paio di macchine da guerra con le contropalle)
e con situazioni al limite del paradossale, nel 3° episodio della saga prequel tutto ritorna sui giusti binari.
Ordine e caos si scontrano fin dalle prime inquadrature, quando esplode cruenta
una battaglia spaziale che mancava dai tempi dei tempi.
Ci sono insetti spaziali che attaccano i caccia dei due Jedi,
ci sono raggi blu e raggi rossi, ci sono un sacco di spade laser che
piroettano, scontri, botte da orbi, buoni e cattivi e tanti di quei duelli da
accontentare un po’ tutti.
E su e giù con ascensori impazziti, tradimenti, inquadrature
di mondi da togliere il fiato, battaglie a non finire, macchine da guerra, inseguimenti,
piroette, balzi, mutilazioni e tantissima fantasia immaginifica.
E poi c’è, terribile, la sequenza al tempio Jedi,
con un insopportabile sacrificio di bambini, con la morte di ogni
motivo legato alla forza, con la speranza, invece, che sia proprio il suo lato
oscuro a poter portare di nuovo la vita all’oggetto del proprio amore.
Senza sapere, però, che sarà proprio quell’oggetto,
indirettamente, a portare alla luce, alla forza, il vero protettore della
libertà.
C’è un forte intreccio di vita e morte, in questo film: si dà spesso la
morte per aver anche soltanto la speranza che questo porti
una nuova vita, forse soltanto una nuova speranza.
Il cerchio si è chiuso, non è la fine del mondo.
Ma guardando dall’alto tutti e sei i film, l’immagine che si
ottiene dà un gran gusto, porta un po’ di nostalgia per quello che è
stato e l’amara convinzione che con un po’ più di pazienza e
attenzione, anche l’episodio I e II avrebbero potuto essere a questa altezza.
E poi, una curiosità che rimarrà per sempre insoluta: ma il crollo della
tecnologia che ha portato da questo Episodio III a
quel famoso, primo ed inimitabile, Guerre Stellari, come lo spieghiamo?
(22/05/05)