
UNO SU DUE
REGIA: Eugenio Cappuccio
SCENEGGIATURA: Eugenio Cappuccio, Francesco Cenni
CAST: Fabio Volo, Ninetto Davoli, Giuseppe Battiston
ANNO: 2006
A cura di Pierre Hombrebueno
ANCORA (FRAMMENTO DI) VITA
In primis, nel nuovo film di Eugenio
Cappuccio (ri)troviamo la poeticizzazione assoluta dei campi lunghi. Quelli
che colgono il silenzio dei paesaggi ritratti, dalla Genova industriale alle
campagne fresche ed aperte, mantenute dal tempo. Possiamo dire immortalate,
come delle fotografie concettuali isolate da tutto il contesto narrativo (pur
fornendone e fornendoci evocazione stilistica che arriva a legarsi con
l’intero intreccio) per ritagliarsi un non-spazio a parte, una dimensione
che è quella della percezione, del pensiero, del profondissimo senso di un
personaggio (un mondo) che comincia a vedere con nuovi occhi e nuove paure.
Arte. Arte palesemente vecchia, o meglio, artificio evidentemente vecchio, che
però Cappuccio sa utilizzare con
necessaria enfasi e bilanciamento evocativo/emotivo. Perché irrimediabilmente,
quando ci accorgiamo di (stare per) morire, la normalità con cui dissolviamo le
cose assumono le sembianze di un’estraneazione psichica (immediatamente
estetica), guardacaso lo stesso modus riscrittorio con cui operano gli artisti
nei confronti dei prelievi di realtà. Dunque, questi campi lunghi vengono
filtrati doppiamente prima di arrivare alla nostra simulazione: prima sono
assorbiti dalla macchina da presa, e poi dagl’occhi del protagonista Fabio Volo, in una soggettiva che viene
trasferita trapassata dai nostri schermi.
E guardacaso, il titolo dell’opera in questione è proprio Uno su due, che possiamo concettualmente
tradurre in un doppio medium in un corpo solo, o ancora un corpo unico per due
filtri/filtrazioni. Ma un altro binomio che intercorre il film è il suo essere
perennemente in bilico fra ironia e dramma, con dialoghi e costruzioni della
scena volutamente ambigue, o più che ambigue, diciamo semplicemente
“neutrali”, così aperte e in sospeso da lasciar decidere lo
spettatore se piangerci sopra o ridere silenziosamente. In questo senso, la
scelta degli stessi corpi d’interpretazioni si rivelano assai funzionali,
con attori come Fabio Volo o Giuseppe Battiston, tra quei pochi della
nostra cinematografia italiana che sono (ancora) privi delle catene del ruolo
pre-imposto e liberi di gestire i propri personaggi sotto più tonalità e
colori, che il regista sa valorizzare al massimo quando vi ci dedica i propri
momenti di intimismo ed intimità, in quei forti dialoghi, quando la macchina da
presa sembra quasi impaurita di avvicinarsi (sono pochissimi i primissimi piani
sui volti dei due quando litigano o assumono sembianze di serietà), lasciando
loro lo spazio opportuno alla propria esposizione dialettica, gestuale e
totale, dove gli unici momenti dove l’occhio osservante si avvicina lievemente
è per focalizzare su dettagli e cause di essenziale significazione, come quella
sulla cicatrice in testa del protagonista. Ecco dunque che uno dei momenti
chiavi del film, lo svenimento di Fabio
Volo, viene addirittura filtrato sotto l’occhio meccanico, quello
della televisione al plasma che riflette la sua caduta. E anche quando
l’amico Battiston si gira verso
l’amico per soccorrerlo, la macchina da presa rimane sul plasma, per la
preoccupazione di invadere la sacralità del momento, preferendo dunque celarsi
(e celare noi spettatori). La macchina da presa ha paura, non è pronta ad
affrontare il dramma, la realtà, e dunque si volta dall’altra parte per
diminuire il dolore tramite il riflesso, lo specchio, proprio come il
protagonista, che fino a quel momento è sempre vissuto con una visione del
mondo per metà ricoperta di ombra, non solo quella del broglio affaristico, ma
anche nell’intera condizione di giudizio sociale, con un occhio troppo
offuscato dalla ricerca del successo e dall’avidità tipica della società
contemporanea.
Occhio, mente – e cuore che verranno aperti solamente nello stesso momento
in cui la macchina da presa arriva al dettaglio della sua cicatrice, cicatrice
che diventa nuovo simbolo di esistenza, passando per l’agonia e la paura
ma scoprendo nuovi valori e nuovi ritratti della vita. Il punto d’osservazione
di Cappuccio, così come quello del
personaggio di Fabio Volo, è
finalmente pronto a condurci nel viaggio di redenzione, un viaggio nel vero
senso della parola in un ritorno alla natura (lasciando momentaneamente
l’industriale quanto caotica Genova) per ritrovare il senso perduto
incarnante in un fuori-campo, un atto d’amore in definizione di diventare
concreta, non più solo il nome scritto in una lettera in verità mai concessa né
tantomeno inviata. Quindi, la ricerca di un fantasma, di un ricordo, di un
riguardarsi attraverso le storie degl’altri (ecco allora il flashback a
parole del padre portinaio), dimenticandosi momentaneamente anche degli stessi
problemi attuali e personali per la compassione, l’amore diretto non più
solo verso sé stessi ma verso gl’altri. E se tutto ciò da una prima
osservazione può sembrare nient’altro che la solita favoletta di
formazione, in verità a rendere Uno su
due un caso speciale, pur nei suoi normalissimi difetti, sta proprio nel procedimento
e posizione adottata da Cappuccio per
raccontarci l’ennesima e solita storia rifiutando però la via più comoda
e facile che si potesse seguire. A permanere, in quest’opera, non è tanto
il punto d’arrivo, dunque la redenzione/la solita favoletta/il gran
finale, bensì il sentire quel vuoto che viene ricolmato pian piano, quel
sopprimere il caos per un ritorno al silenzio, ai volti che divengono
nuovamente espressione di vita, proprio mentre sta bussando alla porta
l’ombra della morte, fino ad arrivare a quel volare in una delle scene
finali, suggestione di una smaterializzazione del proprio essere lasciata da
parte per tirare il fegato e rompere la febbre.
E’ uno scavare, questo del ritorno alla (e)vocazione delle anime, che Cappuccio riesce a portarci e
presentarci in un’opera che ha tutto il diritto di essere amato e
apprezzato, anche e soprattutto in un contesto cinematografico come il nostro,
che pulula di superficiali Steps-Babis-Pollos-Currys-Gins-equant’altro
(12/03/07)