UMBERTO LENZI: INTERVISTA

A cura di Luca Lombardini

Classe 1931. Prima scrittore per riviste come Bianco e Nero, e poi, l’esordio al Cinema come aiuto regista di film quali Costantino il Grande o Il Terrore dei Mari.
Insieme a Fernando Di Leo e Sergio Martino, Umberto Lenzi è sicuramente il regista italiano di genere più celebre, amatissimo dai fanatici b’s, e recentemente (ri)scoperto anche dai nuovi giovani, che in quel di Venezia 04’ lo hanno salutato con applausi allucinanti mentre veniva abbracciato da Quentin “Pulp” Tarantino.
Noi Positivisti, che lo riconosceremmo anche se si firmasse con uno dei suoi tanti pseudonimi (Bert Lenzi, Humphrey Humbert, Bob Collins …), l’abbiamo incontrato e intervistato, ripercorrendo la sua carriera e i suoi numerosi cult, da Orgasmo a Mangiati Vivi, da Napoli Violenta al personaggio del Monnezza :

Iniziamo con una domanda che non possiamo non farti: come è andata a Venezia? Ti abbiamo visto portato in trionfo un po’ da tutti, seguito passo passo da quel tuo grande fan di nome Quentin Tarantino…

Venezia 61 è stata un’esperienza esaltante e difficilmente ripetibile. Il successo ottenuto dal mio film ORGASMO, dopo 36 anni dalla prima uscita, mi ha riconciliato con il cinema.
C’è un colpo di scena, verso il finale del film, che la sera della prima al Fiamma di Roma, nel Febbraio del 1969, ottenne una standing ovation a scena aperta.
A Venezia, aspettavo nervosissimo che la proiezione arrivasse a quel punto, e mi dicevo:”se non applaudono, significa che il film è defunto…”
L’applauso ci fu, improvviso, scrosciante, a cui seguì l’abbraccio di Tarantino e di Joe Dante.
Una serata indimenticabile.

Muovi i tuoi primi passi dietro la macchina da presa firmando pellicole in costume, dallo spirito avventuroso, con un gran respiro epico come: “ Le avventure di Mary Read”, “I pirati della Malesia”, “Sandokan, la tigre di Monpracen” ecc. Che ricordo hai dei tuoi primi film?

Ho iniziato con film molto popolari. Il ciclo salgariano l’ho girato interamente in Malesia e a Sri Lanka, quindici anni prima dei TV con Kabir Bedi! Per tre anni vissi più in Estremo Oriente che a Roma. Amo soprattutto, di quei cinque film tratti da Salgari, LA MONTAGNA DI LUCE.
Lo considero un piccolo capolavoro. E anche Spielberg, visto che ha rivisitato il plot del mio film in INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO.

Nel 1966 giri “Kriminal”, film tratto dall’omonimo fumetto, dove fai anche una comparsata hitchcokiana. Come ti avvicinasti a questo progetto e come fu lavorarvi? Secondo te è giusto definire “Kriminal” un tassello della trilogia, chiamiamola pop-fumettistica italiana, che comprende “Diabolik” di Bava e “Satanik” di Vivarelli?

L’idea di trasporre un fumetto noir in film fu mia. Era un periodo in cui gli eroi maledetti disegnati da Magnus avevano un incredibile seguito di lettori. Volevo fare SATANIK, ma ne fui impedito dall’editore, disposto a cedere i diritti solo di KRIMINAL.
Quando poi il film ebbe successo (nella sua chiave decisamente ironica non condivisa dall’editore Corno), mi proposero il seguito e pure Satanik. Io rifiutai.

Un anno dopo è la volta di “Attentato ai tre grandi”, film che in più di un’occasione hai dichiarato di amare molto, girato nello stesso albergo che fece da sfondo alla vera riunione dei tre grandi. Se non sbaglio vinse anche la Medaglia D’oro della critica toscana vero?

Si, è esatto. Il film ha avuto un successo strepitoso in Francia, Germania, Svizzera, meno in Italia. Peccato, perché oltre ad essere un bel film, ha un background storico molto veritiero.
Infatti, i nazisti tentarono veramente di uccidere Churchill durante la conferenza di Casablanca. Abbattendo il suo aereo durante il viaggio di ritorno. Solo che al suo posto c’era un sosia. Che ci rimise la pelle, insieme a un illustre passeggero: LESLIE HOWARD, il protagonista di VIA COL VENTO.

Prima della trilogia gialla, composta da “Orgasmo”, “Così dolce…così perversa”e “Paranoia”, ti avvicini al western con “Una pistola per 100 bare” e “ Tutto per tutto”. Che rapporto hai con questo genere che, proprio in quegl’anni, portava alto il nome del cinema italiano in tutto il mondo?

Non ho mai amato i cavalli, per cui ero un regista poco adatto al genere
Western, di cui salvo FORD, LEONE, HAWKS, PECKINPAH e pochi altri.

Arriviamo quindi ai gialli citati precedentemente. Reputo “Orgasmo” uno dei tuoi film più riusciti, pellicola che tra l’altro ti porta a lavorare per la prima volta con la splendida Carrol Barker e con il “rivoluzionario” Lou Castel. Rivisto a Venezia che effetto ti ha fatto? Che ricordo hai dei due protagonisti?

Rivedendo il film, mi sono reso conto di quanto fosse influenzato dal clima sessantottino. Amavo Carrol, che odiava Castel, da cui era disprezzata in quanto icona dello star system hollywoodiano. Fu un mix esplosivo, complice pure lo sceneggiatore Ugo Moretti, che era uno scrittore politicamente scorretto, ex partigiano, gran bevitore, inventore del mito di via Margutta.

“Così dolce…così perversa” invece, richiama molto le atmosfere de “I diabolici”, sei d’accordo?

D’accordo. Lo sceneggiatore Gastaldi aveva riproposto il menage a trois di quel film con scarse varianti. Io cercai di sottolineare al massimo il clima morboso, equivoco, l’erotismo malato del triangolo delittuoso. Credo di esserci riuscito, almeno nella prima parte, che non è soffocata dai troppi colpi di scena del finale.

Nel 1972 esce “Il paese del sesso selvaggio” capostipite del filone cannibalico, che successivamente arricchirai firmando la regia di : “Mangiati vivi” e “ Cannibal Ferox”. Come arrivi a girare queste pellicole e che rapporto hai con questi film?

Il copione del PAESE DEL SESSO SELVAGGIO, mi fu proposto
da un’ idea di Emnuelle Arsan, e io accettai di dirigerlo. Fu un successo epocale, per la prima volta si vedeva una tribù di cannibali in azione.
Ripresi il tema alcuni anni dopo, con Mangiati vivi! e Cannibal Ferox, i risultati furono gratificanti oltre ogni previsione, considerato il fatto che si trattava di due film a budget ridotto. CANNIBAL FEROX, a New York, nell’estate del 1980, con il titolo MAKE THEM DIE SLOWLY, ebbe un successo strepitoso. Oggi il DVD fa sfracelli in tutto il mondo, ne sono in giro più di 30 edizioni!

Nel 1973 esce “ Milano rovente”. Molti lo hanno sempre etichettato come un sottoprodotto de “Il Padrino”, al contrario ogni volta che lo riguardo mi tornano in mente Verga e “Rocco e i suoi Fratelli”. Cosa ne pensi di questa chiave di lettura?

Concordo pienamente. Io stesso ho fatto unosservazione del genere in un’intervista.. Comunque si tratta di un polar sottovalutato, che io definirei “sociale”.
Tra il Simone di Visconti e il Cangemi di Milano ROVENTE, il passo è breve. Cangemi compie lo stesso percorso del fratello di Rocco, ma si illude di sottrarsi a un destino di “cafone perdente”, mentre Simone è consapevole fin dall’inizio della sconfitta.

Nel film dai molto risalto al tema dell’amicizia tradita, dando alla vicenda un taglio alla Di Leo, che fa tornare in mente alcuni personaggi di Melville. Possiamo definire “Milano calibro 9” e “Milano rovente” come due film abbastanza vicini tra loro? Anche perché entrambi hanno a che fare con l’immaginario di due grandi scrittori contemporanei: Scerbanenco e Franco Enna.

Il tema dell’amicizia tradita è tipico del polar (vedi Melville). Non spetta però a me giudicare le affinità dei miei film con quelli di altri colleghi.

Torniamo per un attimo ai tuoi gialli. Tra il ’72 e il ’75 escono nelle sale “ Sette orchidee macchiate di rosso”, “Spasmo” e “Gatti rossi in un labirinto di vetro”. Possiamo definire “Spasmo” un fratello della trilogia accennata in precedenza?

Dei film citati, SPASMO discende direttamente dalla mia trilogia del psico-giallo con Carroll Baker. E’ l’estrema conseguenza di un plot imperniato su personaggi che non sono né vittime, né carnefici, ma solo vittime della propria follia, in questo caso resa esplicita da una malattia ereditaria.

Nel 1974 esce “Milano odia : la polizia non può sparare”, probabilmente il tuo capolavoro. Come arrivi a cucire addosso a Thomas Milian il personaggio di Giulio Sacchi? Quasi privo di umanità, emarginato e dalla psiche contorta (vedi la latente omosessualità, che sfoga nella sequenza della strage alla villa).

Milian si era immedesimato nel personaggio in modo incredibile. Lo sentiva suo, lo viveva in totale simbiosi. Con problemi di alienazione personale, talvolta. Non dimenticare che Tomas veniva dall’Actor’s studio.
Fu molto in sintonia con la mia regia, tesa a privilegiare l’asocialità dei giovani emarginati dalla società dei consumi, che sopravvivono solo nella criminalità spicciola. Giulio Sacchi è a suo modo un Raskolnikov, vuole tutto e subito, disposto a far saltare il mondo.
E muore travolto nell’immondizia.

Lo definisco il tuo capolavoro anche perché in appena novanta minuti concentri in un film tutta la tua esperienza di regista “di genere”, alternando noir, poliziesco e persino l’horror ( vedi la sequenza nel bosco poco prima della strage sopraccitata). Sei d’accordo con quest’affermazione?

Si, il film è
il mio capolavoro. Ma non lo definirei un compendio di generi diversi, sarebbe riduttivo.

In Milano odia… utilizzi Henry Silva come personaggio positivo, come era accaduto in: “ L’uomo della strada fa giustizia”, andando un po’ contro le abitudini di molti tuoi colleghi. Come mai questa scelta?

Silva mi fu suggerito per esigenze di vendite all’estero. Serviva il cameo di un attore americano, così io ne feci il coprotagonista, rovesciandone l’icona banale del sicario o del boss.

Nel 1976 esce “Il giustiziere sfida la città” che vede ancora Tomas Milian come protagonista. Possiamo definirlo la risposta italiana a “L’uomo dalla cravatta di cuoio” di Don Siegel? Entrambi segnano l’ingresso di due icone western (Eastwood e Milian) in un contesto metropolitano. Inoltre in entrambi i film le scene più cult immortalano i due alla guida di una moto, che simbolicamente sta al poliziesco come il cavallo sta al western.

IL GIUSTIZIERE è il remake in chiave poliziesca di PER UN PUGNO DI DOLLARI. Arriva uno straniero su un mulo, pardon su una motocicletta, mette contro due bande, quando i cattivi si eliminano l’uno con l’altro, lui chiude i conti. Si chiama RAMBO, perché Milian aveva letto a Miami un romanzetto intitolato FIRST BLOOD e s’incaponì a voler questo nome. La Medusa non ne volle sapere: il film si intitolava RAMBO SFIDA LA CITTA’. I distributori dicevano che quel titolo faceva ridere, ma cambiarono idea, e cinque anni dopo furono loro a distribuire RAMBO totalizzando vagonate di soldi.

Il 1975 è l’anno di “Roma a mano armata”, un altro film imperdibile della tua filmografia. Vorrei che ci parlassi del climax di crescente violenza morale che circonda il personaggio del Gobbo. Se inizialmente appare allo spettatore come un povero invalido, con il passare dei minuti rivela tutta la sua ferocia . Quanto te e Sacchetti avete lavorato su questo aspetto?

Il GOBBO l’ho inventato io!!! Rifacendomi a un personaggio realmente esistito, si chiamava Orlando N., era un macellaio di Massa Marittima, che io avevo conosciuto durante la mia infanzia!

Nel 1976 esce “Napoli Violenta” il tuo maggior successo commerciale di sempre. Ci racconti quello che successe a Napoli nel primo week-end di programmazione, con due sole copie del film?

NAPOLI VIOLENTA totalizzò a Napoli, in quel weekend di Agosto 1976, ben 55 milioni di lire in due cinema. Il prezzo del biglietto era 1800 lire. Un incasso stracult, direbbe Marco Giusti.. Che non si è più ripetuto nel cinema italiano.

Di “Napoli violenta” resta indimenticabile la sequenza della funicolare, e le forsennate corse in motocicletta per le viuzze della città. Ci riveli qualche particolare tecnico su come le hai girate?

Tutta la sequenza della funicolare fu girata dal vero in un giorno. Merli e io rischiammo la vita, abbarbicati sul tetto del vagone con i fili dell’alta tensione a un metro dalla testa.
Non sto a dire altro, fu un’impresa epica, gli americani ci avrebbero messo due settimane per girarla!

Spesso si sente dire che in Italia non si producono più film di genere perché la realtà è cambiata. Poi si leggono i giornali che parlano di più di 100 omicidi nella zona di Napoli in soli due anni,per regolamenti di conti. Secondo te è cambiato qualche cosa dal 1976, anno di “Napoli violenta”?

E’ cambiato il cinema. Il cinema di genere non esiste più, si è trasferito nella fiction. Ed è cambiato il modo di fruire lo spettacolo. Purtroppo i fatti di cronaca nera continuano a ripetersi, forse ancora più gravi.

Ho letto spesso che sei un grande appassionato di storia, e un profondo conoscitore dei movimenti anarchici. Come hai reagito all’etichetta di fascista che ti assegnarono all’epoca, per i presunti contenuti reazionari dei tuoi film, definiti beceramente “polizziotteschi”?

Era una critica eccessivamente politicizzata, contenutistica, con la puzza sotto il naso. Oggi sono cambiati i canoni e i metodi di valutazione, molti giovani critici hanno rivalutato il cinema di genere, che poi è anche il cinema di Ford, di Spielberg, di Lucas, di Scorsese…

Con i tuoi polizieschi tracci le coordinate geografiche del triangolo malavitoso italiano (Milano, Roma, Napoli). Secondo te è giusto affermare che il poliziesco italiano riprende con le città quel rapporto che si era interrotto con il neorealismo?

Un tentativo interessante di coniugare neorealismo con il “genere poliziesco” lo fece GERMI nel ’52 con LA CITTA ‘ SI DIFENDE, un polar che fu stroncato dalla critica e ignorato dal pubblico.

Prima di chiudere nel 1979 la gloriosa stagione del poliziesco, crei insieme a Dardano Sacchetti la figura del Monnezza. Come siete arrivati a questo personaggio?

Sul piano della scrittura l’ha
inventato Sacchetti. Io ho rielaborato il personaggio sul piano visivo, insieme a Milian, con parruccone, tuta da meccanico, scarpe da ginnastica. Dandogli il mio imprimatur libertario…
Ma l’idea del ladruncolo Sergio Marazzi detto er Monnezza è di Sacchetti.

Nei tuoi film traspare da sempre un sincero amore per il noir americano. Ne “La banda del Gobbo” ad esempio, la rapina con il gas sembra un omaggio a “Doppio gioco” di Siodmak. Quanto reputi importanti per la tua formazione autori come Walsh e lo stesso Siodmak?

Li reputo i miei maestri. La rapina della Banda del Gobbo è presa pari pari da DOPPIO GIOCO di Siodmak.
Come IL COLTELLO DI GHIACCIO, ultimo mio giallo con Carroll Baker, non è altro che il remake de LA SCALA A CHIOCCIOLA, con rovesciamento del colpo di scena finale.

Nel 1979 esce “Da Corleone a Brooklyn”, film che rappresenta il canto del cigno del poliziesco tricolore. Vorrei che ci parlassi un po’ di due aspetti per certi versi nuovi della tua filmografia. Il primo è la struttura da road movie che imprimi al film, il secondo è il taglio psicologico che hai dato al personaggio di Merli, quasi l’opposto nel rapporto con il pentito Scalia ( un superbo Biagio Pelligra ) rispetto ai suoi classici commissari.

Hai detto tutto te. E’ il malinconico canto del cigno del poliziesco italiano. Forse il film che amo di più.

Mi ero ripromesso di non farlo ma non resisto. Puoi parlarci un po’ del tuo rapporto con Tomas Milian? Se te la senti puoi regalarci un ricordo di Maurizio Merli?

Su Merli potrei parlare a lungo, ma preferisco evitare la banale retorica. Era un bravo attore, un professionista che amava il proprio lavoro. Tutto qui.
Con Milian avevo un rapporto di amore/odio. Lui godeva a farmi arrabbiare, da questo punto di vista era diabolico. Ma mi voleva un sacco di bene. Fu Tomas a impormi come regista de IL TRUCIDO E LO SBIRRO.

C’è un tuo film che io reputo un mio personalissimo cult-movie : “Incubo sulla città contaminata”. Come sei arrivato a girarlo e che considerazione hai di questa pellicola?

Me lo proposero come un film di Zombi, io lo trasformai in un horror ecologico, imperniato su una contaminazione nucleare che rende le persone contaminate creature mostruose bisognose di sangue per sopravvivere.
Lo girai bene, la sequenza dell’ospedale è da cult.

Molti sostengono che le tv private hanno ucciso il cinema. Il sospetto per la verità si rafforza, quando i tuoi lavori per la televisione (come quelli di Fulci o Di Leo del resto) vengono fatti ammuffire sotto la polvere di chissà quale sgabuzzino televisivo. Solo colpa della tv o anche di qualche altra cosa?

Colpa del sistema pubblicitario, che impone palinsesti televisivamente corretti, cioè innocui, non violenti, consolatori, soporiferi, “carabiniereschi”, perbenisti. Altrimenti chi comprerebbe i pannolini, il pollo Arena e gli omogeneizzati ?
Non certo gli spettatori di INCUBO SULLA CITTA’ CONTAMINATA o de LA CASA DELLE ANIME ERRANTI…

Cosa fa oggi Umberto Lenzi? Hai per caso qualche progetto in cantiere?

Si, ma non ne parlo volentieri:porta sfiga.
Comunque da tempo svolgo attività di ricercatore di storia contemporanea, mi occupo soprattutto dei movimenti libertari del secolo 20° e della Guerra Civile Spagnola.

(01/07/05)

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