


L’ULTIMO INQUISITORE
REGIA: Milos Forman
SCENEGGIATURA: Milos Forman,
Jean-Claude Carrière
CAST : Javier Bardem, Natalie Portman, Stellan Skarsgard
ANNO: 2006
A cura di Pierre
Hombrebueno
MASSIMO RISPETTO PER UN FORMAN
RASSEGNATO
Ci sono due semplici ragioni per cui una persona possa
non apprezzare un film come
L’ultimo inquisitore: o non
conosce Milos Forman (il
che, è quasi perdonabile ed accettabile), o non capisce na
ceppa lercia di Cinema (e non è fattore da sottovalutare). Ovviamente una
motivazione non esclude l’altra (anzi!), ma lasciando momentaneamente da
parte la seconda opzione (non abbiamo né il tempo né la voglia di svolgere una
lezione di Cinema o Critica qualsivoglia), concentriamoci in un procedimento
che potrebbe anche puzzare di vecchia e fottuta Politique des Auteurs,
ma che in verità non è altro che semplice applicazione di una nozione basilare,
semplicissima, la cui validità si estende in tutti i campi delle arti moderne:
Per capire un film bisogna conoscerne l’Autore e il suo percorso. In
questo caso, Milos Forman, da
sempre occupante di una filmografia che attraversa la pazzia idilliaca
dell’umano essere, giusto per sparare i due titoli più celebri della
propria operatività: Amadeus
e Qualcuno volò sul nido del cuculo,
entrambi film investiganti la mente umana che supera le proprie barriere di
razionalità per arrivare in quel limbo post-psichico, non un impazzire
standard, ma un impazzire in senso romantico > libertino > artistico.
Ieri era Mozart e oggi è Francisco Goya, con una differenza non così piccola nell’occhio
adottato dal regista: se Mozart era l’oggetto
osservato e studiato, Francisco Goya è invece
l’osservatore e studiatore.
Forman si auto-stravolge e cambia punto di vista, calandosi in una
posizione altolocata e incorporando l’Arte attraverso l’Artista,
che in un lasso di tempo comprendente un forward di
15 anni, copre col proprio pennello (macchina da presa) una pazzia che stavolta
non è più quella di un singolo o di un gruppo di minoranza, bensì di uno
scatenamento collettivo: attraverso l’ambientazione storica (dalla Santa
Inquisizione al rinnovamento Napoleonico), Forman/Goya
osserva, in contemplazione, con aria ormai rassegnata, la capacità
dell’essere umano nel volgersi verso il male e il dolore. Perché L’ultimo
inquisitore è anche e soprattutto un film fisico, come dimostra quella
scena potentissima della tortura a Padre Lorenzo, pura evocazione e
provocazione che un regista della portata di Forman può concedersi e concedere.
Nessuno è risparmiato dal suo punto di vista: gli uomini sono
delle merde, che siano di classi alte (Il Clero, I
Nobili), che di classi basse (La Massa popolare): il patibolo di un condannato
a morte diventa una micro-sala da ballo dove
festeggiare e gioire, esaltarsi in una danza macabra di pizzicato brividoso; i pazzi non sono più mitizzati eroicamente (come
accadeva col Jack Nicholson
del Cuculo), bensì denudati di
qualsiasi rappresentazione barocca(ta).
Come sempre quando si parla di Forman, il film diventa dunque riflesso automatico, stavolta
più pessimistico che mai, del mondo odierno. L’ultimo inquisitore,
in verità, è il regista stesso, mentre il risultato filmico è la totalità
dell’inquisizione, dell’operazione matematica che dà come somma
tutta la negatività di cui l’umanità capacita. Così, proprio come Goya, all’artista Forman non rimane che rintanarsi
nel suo angolino protetto (dietro la macchina da
presa), a dipingere (riprendere) gli avvenimenti per immortalarli, senza però
correre il rischio di venire immersi in mezzo all’azione e al tripudio.
Per questo la messa in scena mostra gli avvenimenti sotto il filtro di un
osservatore che sta in lontananza, che ha paura di immergersi perché schifa
totalmente ciò a cui sta assistendo: la regia si fa sobrissima, assumendo le
(non) sembianze di un fantasma (e guardacaso il
titolo originale del film è proprio Goya’s ghosts, che possiamo leggere tranquillamente come Forman’s ghosts) che si
aggira sul set in modo trasparente ed invisibile, proprio come il personaggio
di Skarsgard
ama confondersi (celarsi) dietro la folla mentre ritrae le esecuzioni.
Anche se è riscontrabile qualche difetto nella credibilità
(in)verosimigliante della sceneggiatura (dopo il forward
di 15 anni, il film, azzerando ogni fluidità, sembra sdoppiarsi in
un’altra pellicola che ha del grottesco, senza contare l’accumulo
allucinante di materiali), L’ultimo
inquisitore rimane un’opera personalissima di un regista più autoriale che mai. Il messaggio spedito tramite lo specchio
arriva lucidamente in una chiarezza cristallina, divenendo così un brillio
fondamentale nella filmografia di uno dei registi più importanti che il Cinema porta con sè ormai
da qualche decennio.
Non una vetta, ma sicuramente un punto d’arrivo e di riflessione
(auto)referenziale, che come non bastasse, può anche vantare di
un’eccellente direzione d’attori, che sfrutta al massimo le
potenzialità di fotogenie come quelle di Javier Bardem o Natalie Portman, purtroppo però prontamente
mezze rovinate dal doppiaggio italiano.
(19/04/07)