


FAR EAST FILM FESTIVAL 2008
CROWS, BANDS AND PHANTASMAGORICAL BLOWJOBS
A cura di Alessandro Tavola
THE SAME OLD FASCINATED
INTRODUCTION (AKA SALTABILE)
Baciati dalla fortuna di un incontro prolungato, mentre si prevedevano un esaurirsi
e un ritorno con la proiezione del film di Miike,
originariamente interposto come L’Opera da vedersi assolutamente, movente
del movimento di un pellegrinaggio verso Udine altrimenti vago e forse
vaneggiante in un programma che presentava tanti (troppi? No, non lo sono mai,
se non quando tutti di poco valore) esordienti ed il conseguente orientarsi
quasi alla cieca, in base a soffiate, deduzioni, sensazioni e recensioni
(spesso pessim(ist)e) dal catalogo.
Ma vuole il caso che ci sia stata data la capacità di vedere tutto e il tutto,
dalla ripresentazione dei due Death Note
all’ultimo Shadows in the palace,
dalla pioggia londinese al sole invadente, dal salottare di Pang Ho-Cheung al live dei Detroit7.
In ciò e per ciò forse la convinzione e il desiderio dettato da tremenda
libertà dell’ingoiare senza perplessità, fuggiti dal dubbio e noncuranti
dei dilemmi, l’intera rosa del presentarsi di Pellicole ed eventi
collaterali, accomodati già dal fatto che il FEFF offre tutte le sue proiezioni
in un’unica sala (e fin quando sarà così, per certi aspetti, manterrà
un’eccezionalità semintoccabile).
Una programmazione disequilibrata, non priva di nei, di momenti di vero e
proprio stallo, ma anche di esaltazioni concatenate, di perversioni
contrapposte, di film insignificanti accoppiati ad autentici splendori: gradini
qualitativi come palazzi per certi momenti, soffusi mescolarsi per altri, e,
filosofico-esteticamente intendendo, disciogliersi d’una sull’altra
di Pellicole viste o anche semplicemente scrutate nella grana degli sfondi,
nelle interpretazioni non spesso notabili, nelle loro idee fotografiche o nella
loro disequità, interna ed esterna, tanto da rendere il molteplice come un
unico, sbilenco flusso asiatico. Indistinguibilità; non per la confusione, ma
necessariamente per il tautologico che ne deriva, a partire da una sola
determinata certezza fatta di sottotitoli che forse non basteranno (soprattutto
quando a pochi suoni di mandarino corrispondono doppiamente lunghe frasi
d’inglese), di modi di filmare che per necessità o incapacità non
riescono a tenere vivi interessi o la pacatezza spettatoriale, di tutte quelle
cose che ‘n’occidente sfiorano l’assurdo o l’eclettico
quando in certi paesi appartengono alla compostezza; astrattismi, poetiche e
declinazioni slegate qui (Italia, Europa, America) dall’oggi – ma
non dal ieri; occhi, e uomini e donne, diversi quando osservano la plastica,
l’architettura, la tecnologia, la malinconia tra chi assolutamente ne
produce (loro) e chi seminconsciamente ne consuma (noi). È il tipico, solito,
un po’ ottuso ma veritiero discorso su come i Cinema, da una parte gli
anglofoni e i neolatini e dall’altra gli asiatici (e volendo, ancora, da
un’altra parte, i mediorientali), vadano su strade anche completamente
diverse, per concepimenti, produzioni e fruizioni, distanti migliaia di
chilometri e momenti di pensiero; e su come difficilmente possano accostarsi
completamente portando a un risultato positivo: il Cinema Asiatico
(tralasciando le dipanazioni al suo interno) del 2000 è il Cinema del 2000 che
nelle viscere poco ha a che fare coi suoi coevi. E The assembly di Feng Xiaogang,
con la sua americanofila forma senza valori, estetici e tematici, autentici, è
l’emblema di questo sodalizio impossibile.
Solo ora, col tiepido, le sensazioni diventano pensieri, dando luogo a due
grandi immagini, più fisiche che mentali.
FINE, TOTALLY FINE
Decimo anno, un numero che pesa, con finalmente due cifre ed un dragone (che
può anche sembrare altro) al centro dello zero di un “10” che non
può non ricordare un “IO”. La ricerca d’identità in un
decimale, un punto di arrivo, un pensiero che deve farsi più ruvido e
obbligatoriamente più adulto, magari non meditativo ma più meditato, adesso che
si può veramente storicizzare a pieno il Far East Film Festival, ora che i
presenti sono stati ampiamente toccati, il passato determinato e il futuro
ormai scritto (o teorizzato) e quasi automatizzato fino a non poter non venir
da sé: temi e accentramenti sono già stati più o meno tutti accarezzati negli anni
e il Cinema Orientale è manifestazione non oscura in Europa, tra schermi di
computer e download sempre più semplici, festival crescenti, pagine di Venezia
sempre più lunghe, ed è più difficile parlare di selezione motivata e tematica:
si tratta di scelta disorganizzata, piegata all’accettazione, al
grossolano, all’indecidibile, quanto in un panorama a perdita
d’occhio in un lasso di tempo troppo breve – Beata ignoranza. Non
si tratta più di idee preposte ma di considerazioni effettive ed affettive
post-labirintite, tra troppe cinematografie e troppe poche braccia per
gestirle, soprattutto perché l’argomento non è quel d’essai noto in
tutto il mondo ma il mainstream (fortunato o sfortunato che sia) di soli certi
paesi. Ci si ritrova con quelli che ormai sono gli Autori storici del FEFF da
un lato e un branco di sconosciuti dall’altro, assolutamente non per
colpa ma per avvenimento, accadere veloce e animalesco del Cinema (tutto il
Cinema) che deve fare i conti tutto il resto, con la (im)propria conseguente perdita
d’identità: non è più la tecnologia invasiva degli anni ’80 con la
lotta indecisa tra vecchio e nuovo, non è più l’illusione di gran
rapidità degli ’90 (che in confronto a quella di oggi è niente); nel 2000
i Film non parlano più con la velocità, ne sono vittima, completamente, come un
sacchetto di biglie che si rompe, da sembrare in un momento un’onda unica
e subito dopo le tante piccole sfere che effettivamente sono, senza più
distinguere l’omaggio dalla parodia, il gusto classicista e
l’innovazione, la mancanza di idee dall’assurdo, chi o cosa sta
vedendo cosa o chi, in una semiologia ibrida dal volto inespressivo, senza più
una chiave di ricerca, senza un pensiero intorno a cui girare, senza più una
tendenza a cui dedicarsi o influenze visive esterne al cinematografico a cui
attaccarsi, stravolta la magia della pellicola, messi davanti a pixel che
parranno sempre, per certi versi, infimi, ultimo grande nemico che forse il
Cinema non riuscirà a battere.
È senza maschera, o anzi volto senza espressioni alla Leiji Matsumoto, il FEFF10. Acque fin troppo spartite, come detto:
mostri sacri (del Festival e, divenuti, non solo) come Pang Ho-Cheung che firma la sigla d’apertura, un capolavoro
(e presenta i suoi corti da preadolescente – Avvenimento ch’è apice
di feticismo da ambulanza) e vaga col suo entourage dentro e fuori
l’androne per diversi giorni, Johnnie
To con due film (Mad Detective,
vincitore del premio degli accreditati Black Dragon, e Sparrow) e calco delle mani (sue e di Wai Ka-Fai) in omaggio al decennale, Takashi Miike col suo videomessaggio di saluto (e l’annuncio
di altri mille lavori), Oxide Pang, Jin Ho Hur, Hideo Nakata. Loro e i loro film, con la doverosa, cinefila e
filiare apprensione-esaltazione, prima e dopo la visione, nell’immaginazione
di una replica, perché niente fa spalancare gli occhi come l’attesa e
l’illuminarsi di uno schermo quando si tratta di un autore che sia ama, a
prescindere da ciò che vi sarà. Ma, tolto questo, v’è una sorta di apnea
liofilizzata, (semi)esordienti nuovi e non alla regia: Adam Wong (Magic boy), Zhang
Meng (Lucky Dog), Pongpat Wachirabunjong (Me…
Myself), Jung Kil-Young (Our Town), Songsak Mongkolthong (The screen at
Kamchanod), Kim Mi-Jeong (Shadows in
the palace), Thospol Sirivivat &
Piraphan Laoyont (Sick Nurses), Wang
Wei (Ta Pu), Paween Purijitpanya
(Body), Fujita Yusuke (Fine, totally
fine), Yoshida Daihachi (Funuke, show
some love you losers!), Koizumi Norihiro
(Gachi boy, vincitore del premio del pubblico). Tanti, sì, troppi, una scatola
chiusa continua che va col precludersi, non essendoci praticamente mai un film
che valga per ogni suo singolo minuto (o se c’è, lo si realizza troppo
tardi); una mancanza di energia che finisce col contaminare, almeno nella
diretta fruizione, anche i momenti positivi, condannando il gran giudizio a
data da destinarsi, alla (re)visione di una nuova opera. È questo lo
scombussolamento principale del FEFF10: la conoscenza e l’ignoranza
contro la velocità, forse in una lungimiranza che deve attendere almeno il numero
11 per essere resa chiara; Cinema Asiatico sempre ancora come un Visitor Q
sconvolgente, non per un colpo di fulmine ma per un progressivo amore
crescente.
JAPANESE WHISPERS (ON UDINE’S
NAPE)
Con più di 50000 spettatori, centinaia di accreditati e 62 film in programma
(anzi 61, considerando il blocco globale dato dalla censura cinese a Lust, indulgence di Zhang Yibai) da 11 paesi, si può parlare di statistiche più che
benevole, di successo, di brindisi, di ovazione, di musica oltre la soglia e di
metri cubi di alcol – Sakè e spritz un diritto (dovere!) di tutti. Sakè e
non panax, perché chi scrive, che di film ne ha veduti quaranta (evitando il
più possibile il dormire e il desinare, e ciò nonostante, a quante pare,
perdendo alcuni dei migliori), afferma, venisse crocifisso, in culo alle
visioni decostitutive estetico-autoriali, che questo è stato l’anno del
Giappone, l’anno di Mark Schilling.
Dal paese in cui più di ogni altro le immagini, ferme e non, televisive,
cinematografiche, d’animazione o fumettistiche, sono sovrapposte,
appartenenti ad un unico flusso medianico intradistruttivo ma esaltante (è
sempre la nazione dalle immagini più folli, ma anche con il più alto tasso di
suicidi), ad un immaginario veramente “collettivo”, ad un’idea
di visività e visibilità crossover tra tutte le forme grafiche moderne di cui è
stato più volte innovatore, cifra di una “giapponesità” che in
certi modi non riesce a mancare: se Crows
– Episode 0 di Takashi Miike
è letteralmente (e splendidamente) un anime live action, è in Funuke, show some love you losers!, Gachi
boy, Fine, totally fine e
nell’Opera presentata semicompletamente di Miki Satoshi (con Adrift in
Tokyo, Deathfix e In the pool) che silenzio, calma, comicità
nonsense e sottile senso dell’assurdo dall’invadenza collettiva
caratteriale nipponica si (ri)manifestano con sensibilità quasi rinnovata,
senza dubbio aggiornata, nella più solida via d’utilizzo
(“creazione” è una parola troppo grossa in questo caso) del mezzo
cinematografico presentataci, a differenza di quella d’altri paesi,
troppo inclini a sperimentazioni non del tutto azzeccate o in schematiche
(produttive, creative, narrative) sulla via dell’invecchiamento. Il
Giappone non esalta ma splende di lucidità e compattezza, lontana dallo
strettamente Artistico ma anche da qualsiasi forma di crisi (come Hong Kong) o
spaesamento (Corea del Sud), pregevole non tanto per il Cinema in sé quanto per
le Immagini nel loro complesso, che comunque nell’essere cinematograficizzate
non possono far altro che giungere alla loro massima aspirazione.
LA VIOLENZA NON E’ PIU’ DI
MODA
Iniziò a girare una voce intorno al sesto o settimo giorno: l’Horror Day,
il 23 aprile, sarebbe stato lì lì per saltare. Corridoio, certamente, anche
perché quale perdita d’immagine sarebbe comunicare ufficialmente una cosa
simile, soprattutto quando centinaia di militanti si riuniscono in attesa di
sangue a fiotti, interiora esplorate come fiordi e brividi e spaventi; ma
obbligatoriamente tale vociferare finisce con lo stimolare e confermare quel
corrucciamento a metà tra l’impressione e il dato di fatto:
quest’anno di brutalità esplicita ce n’è poca.
Evidentemente la violenza non è più di moda. Spenta l’inondazione coreana
degli ultimi anni, spariti quasi completamente gli hard boiled hongkonghesi e
dedite a tutt’altro le inclinazioni giapponesi, pare proprio che le
dichiarazioni d’amore per lo splatter e lo shock visivo animalesco siano
finite, dando spazio a tipi di crudeltà più sottili, elaboranti e riflessivi;
più di raptus che di elogi, manifestazioni e non esaltazioni, fuori e dentro
l’Horror Day. Tra Miike col suo
fare da cartone animato, Feng Xiaogang
e Kong Su-Chang col loro mescolarsi
di generi, Jun Kil-Young e gli
omicidi in serie, Yoshida e i suoi
isterismi, il sangue è col contagocce e principalmente fuori dalla giornata del
23, divisa tra lo psicologico e lo sperimentale (The screen at Kamchanod), retropop (Sick Nurses) e penosa computer grafica (Body), classicismo (Kaidan)
e digitale inguardabile (Altar).
Sia giunto, in tutto e per tutto, senza che via sia una ricerca del niente, il
momento della meditazione e non del farsi esplodere?
In ogni caso, ben accetto cambiamento, in un ormai storico
festival-testimonianza.
Viva la vita e la morte, dei nuovi e dei vecchi autori, degli incapaci e dei
professionisti, degli infermi e dei neonati, evocati attraverso il fantasma
vendicatore di Kaidan, in piedi
sull’acqua tenendo in grembo la testa del suo ex(?) amato.
SAYONARA
(01/05/08)