
PRELIMINARI SUL (GRANDISSIMO)
CINEMA DI TSAI MING LIANG
A cura di Pierre Hombrebueno
E’ facile
misinterpretare il Cinema di Tsai Ming Liang, l’autore che insieme a Hou
Hsiao Hsien ed Edward Yang, è riuscito a dare al presente Taiwan una propria
identità cinematografica di fronte al pubblico di tutto il mondo.
Il sottoscritto stesso, l’ha odiato dopo una stressante (prima)visione di
The Hole- Il Buco, un’opera
(che ho) liquidato come un “film dove non succede una cippa”. Una
sorta di vuoto dell’estetica,
che sottraeva fantasmagoricamente alle bellissime immagini (de)costruite tutto
il loro (non)significato esplicito, con lunghissimi piani fissi che, ahimè, io
non sopportavo.
Possiamo affermare che non ero mentalmente(e fisicamente) preparato ad
accogliere nel mio Olimpo un autore così mainstream come Tsai Ming Liang,
alienato e alienante nello stesso tempo, in capo a una tipologia di Cinema che
oggi praticamente non esiste più tranne in casi più unici che rari.
L’autore di The Hole, infatti,
è il contrario di tutto il Cinema Asiatico che (allora) amavo (e che
tutt’ora amo), altrettanti autori come (i primi)John Woo, (il) Wong Kar
Wai (urbano) o (yakuza) Kitano.
Rispetto a quest’ultimi, Tsai Ming Liang sembra essersi confinato in una
bolla magica, in un incantesimo che lo allontana dall’ondata di Cinema
Asiatico post-moderno che stava pian pianino invadendo anche la nostra Italia:
il suo è un rifiuto totale di ogni convenzionalità e di ogni enfasi,
riprendendo a sé una natura morta dove però risiede la vita essenza del suo
ideale di Cinema, in realtà metafisico in quanto senza spazio e senza tempo, e
proprio per questo lontano anni luce dal post-moderno.
Arrivo tardi ma arrivo, e solo recentemente ho compreso l’importanza di
un urlo come quello di Tsai Ming Liang nel Cinema di oggi, un urlo di silenzio
per ritrovare l’equilibrio perduto, ma anche un urlo di incazzatura e di
rabbia verso tutto il neo-cinema sbagliato in quanto realmente non-cinema. Tsai
Ming Liang è inizialmente fastidioso perché è una sorta di spettro di
coscienza, che sembra bastonarci in testa con fastidio affinché gli occhi si
aprano, riacquistando quell’innocenza perduta per le immagini, primitive
ma proprio per questo pure ed essenziali, vere e vive.
Tsai Ming Liang nasce e cresce in una piccola provincia Malesiana, a Kuching,
dove grazie ai nonni, ha la possibilità di passare giornate intere tra le
piccole salette di paese che proiettavano film prevalentemente Cinesi,
Taiwanesi, Hongkonghesi e Americani.
Arrivato ai 20 anni, lascia Kuching per trasferirsi a Taiwan, dove frequenta la
facoltà di Cinema all’università di Taipei.
Qui avrà le prime assimilazioni con gli autori europei come Bresson, Antonioni,
Truffaut e Fassbinder, alle quali sarà spesso associato durante la sua
carriera.
I particolari sessuali di Fassbinder, l’attenzione asettica per i
dettagli di Bresson, l’alienazione modernolatrica di Antonioni, saranno
infatti tra le note stilistiche più marchiate del Tsai Ming Liang autore, che
arriverà ad omaggiare esplicitamente Truffaut (in particolare, I 400 colpi) in Che ora è laggiù (con tanto di comparsata di Jean Pierre Leaud).
A questi 4 autori, aggiungerei l’influenza più evidente di tutti: Yasujiro
Ozu, la cui elaborazione statica(mente) zen e la pulizia (sobrietà / quiete /
meditazione) sarà ricostruita da Tsai nella società moderna contemporanea.
Possiamo infatti definire Tsai Ming Liang come completo erede del maestro
giapponese nel ricercare un’indagine circolare al ciclo della vita e alle
transizioni (in)evolutive dell’esperienza umana di fronte ai suoi
sentimenti più primitivi. E’ una messa in scena di piani fissi
lunghissimi per denudare l’anima dei suoi personaggi, come frame
pittorici di ombre figurative che tramite i loro corpi, ci disegnano senza
parole i propri sentimenti più interiori(zzati): tristezza, felicità, noia.
L’essere cresciuto in un piccolo paese come Kuching gli permetterà di
isolarsi spiritualmente dai bombardamenti di luci e suoni delle grandi
metropoli, assimilando ed osservando la quiete della natura con metabolismo. La
riflessione assume dunque un ruolo importantissimo nel suo Cinema, dove (in
realtà) non persiste, come definito (sbagliatamene) in precedenza, un vuoto dell’estetica, bensì un’estetica
del vuoto, dove il non-essere sta nei protagonisti e nelle loro emozioni,
veri fantasmi isolati in luoghi che non appartengono a loro. Vengono osservati
nella loro quotidianità, studiati, talvolta con surrealismo.
Vivono di quiete e di silenzi, proprio come Tsai a Kuching. La metropoli
diventa quindi luogo di condanna, come un grande cimitero dove i (non) vivi
camminano alla ricerca della pace, destinata ad essere trovata solo con il
completamento dell’Amore.
In fondo tutte le opere di Tsai Ming Liang sono film d’amore, di
quell’amore truffautianamente in fuga che separa (ma unisce ed incatena)
tutto il vuoto dell’esistenza (e dell’essenza).
Come dichiarato in un’intervista recente a Filmtv: “L’amore è
il centro dei miei film. L’amore corporeo fatto di bisogni carnali,
fisiologici, che a loro volta scatenano reazioni a livello emozionale,
sentimentale. Non m’interessa raccontare lo sviluppo dei rapporti amorosi
da un punto di vista narrativo, ma come urgenza, necessità, e quindi talvolta
fallimento, scacco”.
Quello di Tsai Ming Liang non è quindi un Cinema narrativo, ma neanche
psicologico. E’ invece un Cinema intro-emotivo ed estro-spirituale,
derivante da pulsioni profondissime, come un urlo espressionista che però non
ha nulla dell’ espressionismo, perché nel Cinema odierno, la poetica di
Tsai Ming Liang è un caso singolare, e proprio questa sua singolarità lo
colloca tra i migliori cineasti viventi di oggi. Ma anche di ieri, e del
domani.
(30/11/05)