TRIPLE AGENT

REGIA: Eric Rohmer
CAST: Serge Renko, Katarina Didaskalu, Cyrielle Lair
SCENEGGIATURA: Eric Rohmer
ANNO: 2004


A cura di Davide Ticchi

DIALOGICA INTROSPEZIONE NARRATIVA

Da cinquant’anni a questa parte che Eric Rohmer è in attività, non ha mai dato segno di voler abbandonare quella che è la sua dinamica concezione cinematografica, per quanto concerne l’assidua ricerca di nuovi stilemi narrativi e descrittivi. E non è certo con Triple agent, suo ultimo lavoro, che disattende ai suoi fedeli una nuova proposta di narrazione filmica, che è piombata come un fulmine a ciel sereno in una berlinale affamata del suo cinema. E’ in effetti sorprendente come un regista così noto, possa ripresentarsi all’improvviso senza creare aspettative di sorta in un pubblico seppur attento, ma che è altresì incredibilmente condizionato e infimamente considerato dalle distribuzioni. Ma nulla può oscurare quello che è il grande cinema, visto e non visto, classico e innovativo, conosciuto e sconosciuto. Ce ne dà un’imprescindibile conferma proprio Rohmer, con un cinema ed un film che è così tanto, da risultare poi al tempo stesso privo di tutto ciò che è, e inclassificabile e facilmente dimenticabile, per tutta quella che è la sua grande innovazione. Infatti noi abituati ai nostri soliti registi, affermati ed annualmente presenti nelle sale, siamo avvezzi a tutto ciò che è la narrazione standard, degli eventi quotidiani e storici trattati nello stesso identico modo. E a chi mai è capitato di vedere raccontarsi un tragico momento storico quale è quello della seconda guerra mondiale, visto da più fronti certo, ma senza i soliti flashback, o senza qualche meno utilizzata, ma sempre conforme ellissi temporale? Ecco che Eric Rohmer giunge di gran carriera con un suo nuovo manuale di narrazione storica, vissuta ovviamente dentro le sue solite quattro mura di casa, e con i suoi soliti ineccepibili, metaforici ritratti dei ritratti di un’arte nell’arte, del cinema nella parola, nella pittura e nella politica. Fa incredibilmente piacere vedere analizzata intelligentemente, o intellettualmente che dir si voglia, una situazione dove sono trascorsi fiumi di immagini e parole, di vite e di morti, delle quali nessuna di quest’ultime mai giustificata. Perché vedere riassunta l’incredibile cultura e saggezza, di un filosofo che prima di tutto è regista, in un film interamente parlato, fa certo assumere nuove sembianze al cinema contemporaneo che tratta di tutto ciò, e gli accolla un tratto che oggi è prima di tutto sperimentale. Non vanno infatti più di moda i film logorroici, o meglio, dialogati per intero anche se in maniera impeccabile, perché un silenzio vale più di ogni parola, e sfondare in tre minuti di totale assenza di rumori in quadro nero può essere geniale come no. Rohmer non si lascia influenzare dai canoni estetici e fonici del cinema moderno, e dall’alto dei suoi ottantacinque anni realizza un film parlato dal primo all’ultimo secondo – leziosità(?) che si concesse anche il suo coetaneo Manoel De Oliveira – senza badare all’aspetto, ed alla fruibilità del suo film. Questa scelta coraggiosissima quanto abituale nel cinema Rohmeriano, ha come risultanza però la vera e propria difficoltosa fruibilità da parte dello spettatore di Triple agent, che è pedantemente coinvolto in dialoghi tormentosamente intellettuali, da parte di generali zaristi, vicini di casa comunisti e rispettive consorti. Ed è proprio tra Fjodor, generale zarista esiliato a Parigi, la consorte Arsinoè, pittrice greca, e i vicini di casa comunisti, che si instaura un saldo legame di collaborazione e amicizia, dato dall’asfittica e continua disamina di quella che è la situazione politica estera, e di quelli che sono i maggiori pregi e difetti del cubismo. Ma dietro le infinite parole che sembrano scorrere come fiumi dalle bocche di quei ravvicinati e raffinati primi piani, si nasconde nel personaggio più ambiguo, quello di Fjodor, una verità tenuta segreta dalla politica e dall’etica dell’agente segreto, che comprometterà il futuro di molti.
Proprio negli interni, uniche location di tutto il film, la fotografia di Diane Baratier fa la sua grandissima figura, dove illuminazioni e colori sono intarsiati di un caldo marrone del tempo, che non stanca gli occhi in quanto rapisce per circa due ore. Il lato contenutistico di Triple agent è quello su cui solo si potrebbe avere di che prescindere, dato che è difficile scovare anche un unico fotogramma errato, e che il contenuto del film è di soli dialoghi pomposamente intellettuali e poco accessibili oltre che difficilmente assimilabili. Risulta quindi riuscita per metà la missione di Rohmer, che individua una nuovissima tecnica filologica riguardante la narrazione storica giocata tutta in ambienti interni, ma che riprende pedantemente il fantasma preferito del regista: l’insinuazione del verbo durevole tutto il film, nella sua forma più alta ed obsoleta.

(05/06/05)

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