LE TRE SEPOLTURE

REGIA: Tommy Lee Jones
CAST: Tommy Lee Jones, Barry Pepper, Melissa Leo
SCENEGGIATURA: Guillermo Arriaga
ANNO: 2005


A cura di Pierre Hombrebueno

CONTRO OGNI POLITICA DEGLI SCENEGGIATORI

Non sono mai (penso) stato annegato da una politica degl’autori (se non in casi di giri vorticosi verso l’al di là) in senso cahiersiano, seppur credo, in certi casi, nella possibilità dell’avere dietro un’opera cinematografica la presenza (e la mano) (e il cervello) di un regista/autore demiurgo o totale burattinaio del corpus filmico, pur constatando e lasciando un probabile beneficio del dubbio (dei dubbi) riguardo una possibile eccezione dell’eccezione (nell’eccezione).
E non ho mai odiato per puro principio ideologico dogmatico i film di sceneggiatura, anche perché mi ritroverei a buttare gran parte del Cinema Classico americano tra cui diversi film di Billy Wilder, che amo alla follia. Sono invece contrario (con ogni logica e principio) agli sceneggiatori che modellano la regia, facendone un giocattolo anti-cinematografico e anti “immagini”, un gioco (a scatole cinesi) per stuprare l’essenza della settima arte e della diegesi, come maghi borseggiatori che pur non sapendo nulla di macchina da presa, si prefigurano a modellarlo a proprio piacimento al cospetto dei poveri (non)registi afflitti, guardacaso spesso persone con poca esperienza, esordienti o semi.

Individuiamo subito 2 figure che fanno al caso nostro: il celeberrimo Charlie Kaufman, e Guillermo Arriaga. Non è purtroppo questa la sede per affrontare e denudare quel prestigiatore di Kaufman, ma possiamo tranquillamente provare a delineare vagamente Arriaga, impossessatosi di Tommy Lee Jones al suo debutto registico, e di fatto cancellandone ogni strada autorializzante possibile e plausibile. In fondo ci è ancora fresco lo stupro denigratorio che Arriaga ha compiuto di quel mancato film che è 21 Grammi, cancellando ogni intento buono da parte del regista Inarritu, ogni sua bravura nella direzione d’attori e nella creazione di atmosfere (americhe) nere e malate, con uno script che, (dis)modellando i legami temporali, ne uccide ogni possibile pathos emotivo.
Lo stesso marchio avviene per tutto il primo tempo de Le 3 sepolture: Arriaga, tramite il corpo di Tommy Lee Jones, attacca e distorce la logica diegetica, confondendo il tempo (i tempi) per non si sa quale inspiegabile motivo, mischiando le storie (nelle storie) e annunciando con aria tirata che si, la sceneggiatura è prevalsa sulla regia, un libricino di carta è prevalso sulla macchina da presa, e quindi automaticamente sulla macchina Cinema, sul Cinema stesso. Non c’è infatti un punto d’incontro in queste indicazioni temporali, e non che questo sia particolarmente un difetto (siamo nati figli di Delluc, per fortuna), se soltanto non abbia ucciso in partenza ciò che doveva essere un viaggio tra esistenze e dissoluzioni anti-post-moderno (il ritorno del e nel western è significativo, ricordiamo ancora quel recente Ang Lee per favore).
Perché in fondo Lee Jones è proprio uno di quegl’archetipi del vecchio (nuovo) classico, un po’ come Clint Eastwood, con cui guardacaso ha precedentemente lavorato in Space Cowboys, di cui possiede quella fermezza quando sta davanti la macchina da presa. Lee Jones trova libertà quando si deve auto-dirigere, quando si lascia mostrare (mostrando) quel volto segnato dal tempo e dalla lacerazione, quegl’occhi stanchi tinti di lacrima e di luccichio (speranza del vuoto, o vuoto della speranza). Ma la macchina da presa s’allontana facilmente da volti e volteggi, con quei campi che nella distrazione cercano di ritrarre un’altra america nella desolazione (e in parte ci riesce) e sotterrato da una depressione collettiva, ad una non esistenza generale che dipinge l’opera di noir. Come a dirci che intuizioni vaghe ci sono, anche buone, anche potenti, forti ed attendibili da una personalità attoriale (in prova autoriale) come Lee Jones, che però si dissolvono nell’oblio grazie ad Arriaga e ai suoi tentativi di complicare (intellettualmente?) ciò che invece andrebbe affrontato con la classica linearità del buon cinema narrativo che si fa introspettivo. Qui non c’è narrazione, però si ritrova un tentativo (sofferto) di introspezione da parte del regista nel secondo tempo, per provare a recuperare il recuperabile, a tornare e rigare per la strada giusta (o non si conosce la strada giusta, come ricorda il buon vecchio Sam Peckinpah?) , creando però un effetto contorto e contorcente preso il film nella sua interezza: perché la prima parte è anti-diegetico mentre la seconda è lineare? Le 3 sepolture diventa inconcepibile sia come puzzle (la possibile via di salvezza argomentativa di 21 grammi), sia come cinema narrativo “classico” perché non è né carne né pesce, o meglio, in questo senso, né DellucLumière, bensì un pasticciato pasticcio dove sceneggiatura e regia cercano di plasmarsi tra di loro senza punto d’incontro ideologico.
Esistono dunque 2 tipi di cosiddetti film di sceneggiatura:
- Un film dove la sceneggiatura è la parte più evidente ed esplicita della regia (quindi, in qualche modo, lo assorbe in sé e nella messa in scena), dove carta e lenti s’abbracciano con empatia (e questo è il caso di Wilder).
- Un film dove la sceneggiatura viene messa al posto della regia, il quale assume valenza zero, sia nei suoi significati che nella sua personalità di tentato autorizzazione (e questo è il caso de Le 3 sepolture).

Raccogliamo, infine, bellissime dichiarazioni di Arriaga in occasione di Cannes 2005:
“Sono un anti post-moderno” – E’ interessante osservare che il suo specchio è distorto. O forse è pretesa per rimandarsi ai Duchamp del Cinema – aka Arriaga si crede un Duchamp del (nuovo) Cinema? – ridiamoci e beviamoci su.
“Io nei miei film metto pancreas, fegato, intestino” – Vogliamo aggiungere un elemento che s’è dimenticato, si, quella parola che ci piace tanto e che per tanto tempo non appariva tra le nostre viscere e pagine: (la) merda. Ci troveremmo più d’accordo, seppur questo implica un metodo apparentemente razzista che conferma anche il (in fondo sbagliato) sottotitolo alla recensione. Contro ogni politica degli sceneggiatori? Certo è che c’è da dibatterne e discuterne tantissimo. La risposta più a rigor di logica sarebbe: Non necessariamente, basta che lo sceneggiatore abbia una metodologia interessante sul e per il Cinema. Probabilmente Arriaga la possiede pure, una metodologia e un’idea di Cinema. Peccato però che sia terribilmente nociva.

(15/02/06)

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