


TRANSAMERICA
REGIA: Duncan Tucker
CAST: Felicity Huffman, Kevin Zegers, Fionnula
Flanagan
SCENEGGIATURA: Duncan Tucker
ANNO: 2005
A cura di Davide Ticchi
VANITY ROAD
A giustificare “scelte” di metamorfosi fisica o sessuale nelle
persone molte volte vi è solo un desiderio di rivalsa e di porsi come obbiettivo il raggiungimento di uno scopo che possa
compensare le insoddisfazione dettate dalla vita ordinaria, come la solitudine
fisica o psicologica, chiamata anche: incomprensione. Il caso di Bree si riferisce letteralmente all’imbarazzo clinico
di una (quasi) donna che vuole passare inosservata al prossimo, che non vuole
essere scoperta per quelle che sono le sue debolezze. L’unica persona a
cui è disposta svelarle trattasi non altro che della sua terapista, donna
comprensiva e retta, che prima di permetterle di effettuare
l’intervento conclusivo dell’intrapresa metamorfosi sessuale, esige
che essa prenda coscienza del figlio prima di allora sconosciuto. Kevin è un ragazzo trasandato venduto allo spaccio e alla
cattiva sorte che lo relega dentro il carcere minorile di New York, metropoli
in cui la nuovamente motivata Bree si addentra per
trovargli una degna sistemazione. Uscito di galera i due cominceranno il loro
viaggio iniziatico e conoscitivo, fatto di interruzioni e di riprese, dove il sesso è componente
deviata e deviante la quale con coraggio, in quest’epoca,
si deve superare. Ognuno, trasportato da personali ed “intimi”
motivi, sembra volersi liberare dell’altro, sorta d’impaccio al
proprio presente, ma allo stesso tempo fondamentale pausa interpersonale e
umana, dove il comprendere chi sta al tuo fianco, conta molto di più del comprendere
te stesso.
La frenesia che attanaglia nella parte iniziale il personaggio di Bree finisce per meglio disegnare
la sua metamorfosi fisica e caratteriale che prosegue per tutto il film, e per
cui dalla nevrotica preparazione all’intervento che sancisce
l’entrata in possesso di una nuova sessualità, arriverà al mettere in
discussione quale maggior sicurezza acquisita gli abbia portato la scoperta e
l’amore per un figlio o l’appropriarsi di una vagina perfetta.
Difficile stabilire e codificare ogni fresco e puro carattere emotivo della
complessa e frizzante fisionomia psico-fisica di una Felicity Huffman mai così brava, che attribuisce
al personaggio una verosimile parvenza ideologica di schierata difesa alla transessualità, cioè ad una
condizione esistenziale certamente forzata a livello fisico, ma non
psicologico, e più radicale e pertanto più profonda di una qualsiasi miglioria
estetica. Impossibile condannare una scelta di mutazione simile oggi, quando ci
si picchia per subire interventi di chirurgia estetica, e poi si classifica
come contro natura od oltraggiosa una differente preferenza sessuale, o
addirittura una conversione fisica verso queste radicate convinzioni
esistenziali. E’ bene fare i debiti distinguo fra consapevole atto di
rinascita e patologico desiderio deviato – continua il messaggio filmico
– ma è così arduo e in salita il cammino intrapreso da certe persone, che
nessuno ha il diritto di poterlo sindacare, criticare o comunque
denigrare attraverso il pregiudizio, la vera epidemia del secolo. Messaggi a
tal punto profondi e ostinati, illustrati così lucidamente da un regista
esordiente che legge dal sociale, trascrive in una
smagliante e al punto giusto ironica sceneggiatura, e rispedisce al mittente
con tanto di strameritato Golden Globe e candidatura
agli Academy Awards per la Huffman, sanno di
raro e prezioso, come del resto è Transamerica. Un’opera coerente coi
tempi, quelli in cui le nuove generazioni sono lontane dalle vecchie, da quelle
anche solo precedenti dei loro genitori, come ha dimostrato il recente Broken Flowers. Transamerica è un
film che molto più ampiamente affronta i temi del distacco e
dell’incomunicabilità, temi che troppo spesso ormai conducono
all’isolamento e all’impossibilità di comprendere e comprendersi,
come i due sessi in così armonica unione potenziale, che finiscono per
coincidere sovrapponendosi in un unico corpo. In più il tema
dell’accettazione genitori e figli, quello per cui
il generare in molti casi non corrisponde al riconoscere il generato o ancora
al non comprenderlo, ma può sicuramente e indiscriminatamente coincidere
all’amore che in realtà gli si deve. Per questo Transamerica è anche un film positivo, perchè sulle immagini
composite dai colori pastello accompagnate spesso da note felici scorrono i
pensieri e le realtà a cui molte volte vorremmo sottrarci, concedendoci però
sempre la possibilità di sperare in un futuro migliore per i nostri
protagonisti.
(05/03/06)