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2000à2009 : I(MP)ERI SENZA TEMPO

 

A CURA DELLA REDAZIONE

 

Una classifica di quelle inutili, perché come si dice: “non indicano nulla”, se non forse un vagheggiare sull’amore (che non è passione bensì malattia, ormai lo sappiamo) che è il Cinema, ancora una volta superficialmente sezionato, diviso, incanalato in un ordine gerarchico che è pura espansione (in?)casuale di un gusto forse estetico forse emotivo forse puntini puntini. Nel caos della ri-elaborazione (ogni ri-elaborazione è automaticamente caos), in questo riscavare nella memoria più o meno recente (e random mentale che nel cuore trova il suo rifugio più oscuramente sicuro), forse ci sono stati concessi segni, geroglifici già codificati e stavolta esposti, ritirati fuori dalla propria scatoletta fantasmatica, l’archivio cinefilico redazionale: film che nel loro stesso concepirsi, si prefigurano teoria che è riflessione sull’immagine e sul tempo sempre più sfuggente (ma come dice egh: siamo noi che manchiamo al tempo). Non rimane che diventare moltiplicazione di noi stessi (per mille, infinito), ectoplasmi e bambole di carta. Fino a morire, unica possibilità per (ritornare a?) vivere.
Ecco a voi i 10 film più belli / importanti / significativi / imprescindibili del decennio 2000/2009 secondo la redazione positivista, con la piccola noticina che abbiamo preferito tenere un solo film per regista, perché sarebbe stato fin troppo facile metterci, per esempio, 10 Eastwood di fila. E non siamo (ancora) stronzi reazionari.

 

10) SELL OUT! di YEO JOON HAN – 2008

Un incipit che ci urla morte e presa per il culo (di quelle che feriscono nel profondo), il meraviglioso ineguagliabile film nel film Love is love and nothing else, frammento che sembrerebbe uscito da un Wong Kar Wai dei vecchi tempi (però senza musica figa sullo sfondo), infarcita di satirante delirio verso i silenzi di Tsai Ming Liang ma anche di Weerasethakul e Kim Ki-duk, l’Asia che ci ostiniamo ad amare alla follia. Dalla Malesia il meltin’pot musicale del decennio, tra luce e vita, sogno et allucinazione, rock n’ roll ed enfasi quasi romantica. Un totale glossario di battute killer. Pornografica memoria.



 

09) FERRO 3 di KIM KI-DUK – 2004

Romantico e fantasmatico. Già classico nel suo essere Cinema di ombre e fantasmi, un film di gesti ed espressività, di sguardi che cancellano ogni bisogno di parole e dialoghi (lezione di cinema questa, oggi più urgente che mai). La poesia che diventa leggiadro movimento sussurrato in un esserci metafilmico che ormai sta in bilico tra sogno e realtà, vita e allucinazione, come una pellicola che è ovunque, in ogni passo e in ogni scavo di luce che si forma, tra e oltre la (nostra) mente cinefila.



 

08) LA 25° ORA di SPIKE LEE – 2002

Film catartico nel suo essere apologia e resurrezione, imprevedibile seppur classico, incisivo perché decisivo, denso di momenti memorabili (ed intoccabili – sovversivi – magnifici) in un urlo di dolore e stupefacenza. Probabilmente il primo film importante sul ground zero, su ciò che è diventato oggi l’America post 11 Settembre: Edward Norton come anti-eroe del nuovo millennio, e un regista, Spike Lee, che non smette di interrogarsi e di riflettere (riflettersi) su una nazione tanto amata e odiata come gli States.



 

07) 5 CENTIMETRES PER SECOND di MAKOTO SHINKAI – 2007

L’amore eterno ed incondizionato, che come spesso accade è proprio quell’amore non corrisposto, se non addirittura mai dichiarato, perle e flussi di pensiero che come poesia incandescente, accompagnano i bellissimi disegni animatosi di tanto sentimento che rendono i protagonisti di questo film non poi così diversi dalla gioventù (dis)persa dell’Hong kong express Karwaiano, quindi nient’altro che angeli perduti, frammenti di noi stessi e dei nostri lati chiaroscuri, malinconici come i versi indescrivibili di una canzone visiva che sfonda l’anima per farla a pezzi e ricomporla con nuovi strati di (in)coscienza.



 

06) SUICIDE CLUB di SION SONO – 2001

Film necessario, da scopare col cervello fino a ridurlo oggetto di studio, da mostrare in tutte le scuole per la forza evocativa (e addirittura pedagogica) con cui usa il Cinema per trapassare la morte ed urlare (ritornare alla) vita, al bisogno estremo dell’esserci, ad occhi aperti e finalmente consapevoli del proprio (il)limite. Prima di dilatarsi con Noriko’s dinner table e di espandersi nell’esplosione kolossale ed epopeica di Love Exposure, e con il diritto di commuoversi e piangere dolorosamente in quel finale che tanto sa di presa in giro per quanto è essenziale ed essenzialmente (già) Cinema e lezione indelebile che nel scegliere trova il modo di (ri)cominciare.



 

05) LADY VENDETTA di PARK CHAN-WOOK – 2005

Per farla breve: Lady vendetta è il miglior film di Park Chan–wook e il più grande film sul tema mai scritto. Un maestoso momento di cinema, il capitello che regge da solo l’intera architettura eretta dai due precedenti episodi, è lo stesso di cui Park si serve per scagliare la pietra tombale che mette la parola fine alla trilogia della vendetta, una lapide spessa e pesante, fissata al suolo prima attraverso una ripetuta serie di colpi di scure, martelli, e coltellacci da cucina, e inabissata poi da un mare rosso sangue, che ripulisce fino all’ultima goccia l’asettico telo di nailon.



 

04) DOLLS di TAKESHI KITANO – 2002

Prima di autodistruggersi con la meravigliosa trilogia (Takeshis’ Kantoku Banzai Achilles & The tortoise – tutti e 3 meritevoli di stare in questa classifica), Kitano ha raggiunto il suo più alto punto espressivo e visivo con Dolls. Mai abbiamo visto il nostro Beat così tragi-romantico, mai è riuscito ad abbagliarci di una tale stupefacente cromia visiva, di quelle capaci di trapassare gl’occhi per virare dritto al cuore.



 

03) ALL ABOUT LILY CHOU CHOU di SHUNJI IWAI – 2001

Un’opera che più di qualunque altra, riesce a descrivere con lucidità che cosa sta diventando (anzi: cosa è già diventato) il Cinema contemporaneo. La post-modernità è qui condensata in questi complessati 146 minuti di delirio audio-visivo, tra il verde etere del non luogo (e quindi, non spazio), labirinto sensoriale dove gioiosamente (dolorosamente) perdersi, urlando fratture color blu retrò: Lily Chou Chou è un’antologia, Shunji Iwai ha ingoiato tutta la Storia del Cinema per poi vomitarla in questo meltin’ pot, facendo della contraddizione una poetica.



 

02) GRAN TORINO di CLINT EASTWOOD – 2008

In un modo o nell’altro, come un magnifico e meraviglioso puzzle, tutti gli spicchi della filmografia (autoriale ma anche attoriale) di Clint Eastwood si incastrano fra di loro per formare l’immensità di Gran Torino, che proprio per questo nasce come film di un fantasma, di frammenti e memoria di un già visto riportato all’estremo e al completamento: odore di un amore che è anche casa, giacchè Eastwood non è più solo Cinema, bensì cultura serializzata e mito, leggenda.



 

01) INLAND EMPIRE di DAVID LYNCH – 2006

Formalmente e intimamente una completa, magica, imponente, magistrale, sanguinolenta, solenne, solitaria, terrificante, gustosissima, disturbante, infinita VIOLENZA CARNALE per qualsiasi spettatore preparato o impreparato, fremente o disinteressato. Massima espressione odierna del Cinema=Sogno e del cul-de-sac di speculazioni (marzulliane?) che ne può nascere. Rinnovata prova della maestria di LYNCH del saper creare oniricità principalmente con il Quando delle immagini più che col Come.
Inno alla fase REM e al TERRORE/AMORE come congiunti, INLAND EMPIRE è un distillato di qualsiasi formalità del raccontare cinematografico che qui diviene assoluto ASSENZIO widescreen, un’implosione di passioni e paure in un’apocalisse di concetti/idee/simboli elementali e nuova GENESI primitiva dell’audiovisivo, dove l’occhio si fa clitoride e il cervello trema sardonico vittima di un bondage dal carnefice cinematografico.

(14/02/10)

 

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