TIDELAND - IL MONDO CAPOVOLTO

REGIA: Terry Gilliam
SCENEGGIATURA: Mitch Cullin, Tony Grisoni, Terry Gilliam
CAST: Jodelle Ferland, janet McTeer, Jeff Bridges, Brendan Fletcher
ANNO: 2005


A cura di Alessandro Tavola

REMEMBER ME PSICOTROPIA

 

I film di Terry Gilliam hanno, sempre avute, certe caratteristiche tali da chiedersi come mai non vi fossero in altri film. Inquadrature oblique dalle lenti distorte, dai moti opposti di personaggi e macchina da presa, ambienti di vertigine e poi cuspidati, l’impudicizia verbale qui dissacratoria e lì nonsense tanto da rendersi leggiadra; momenti singoli in cui l’assoluto si rigenerava di taglio in taglio, irrefrenabile ripetizione che era comunque nuovamente e rifiorente, nell’acido, nel sentimento, in entrambi; quandunque pura resa. Che fine ha fatto?

Se l’immortalità di quasi la totalità delle sue opere è ora salda (e salva), la storia adesso è notorietà di sfortuna: il progetto Don Chisciotte, perenni le difficoltà produttive (dare ai propri del denaro se non per droga?), ucciso dalle divinità atmosferiche e dalla sfiga (“the negation of the pussy” secondo l’etimo di Dante Ferretti) poi finito nell’urna-documentario Lost in La Mancha; poi I fratelli Grimm e l’incantevole strega e Tideland, quasi simultanei, essendo quest’ultimo stato girato in un periodo di forzata pausa dell’altro. Entrambi quindi del 2005, Il mondo capovolto giunge ora qui in sala, ma sarebbe stato meglio di no perché tutto ciò che gli è sempre stato avverso ora è maggiormente una sofferenza nel risultato; non vorresti vedere il cadavere di tuo figlio appena nato.

Nel Cinema, Gilliam è (stato?) il migliore dei risultati dell’addizione Inghilterra+Hippismo tanto quanto Tim Burton lo è di quella Stati Uniti+Dark Wave: iconografie spogliate di luoghi comuni, volte al sapido cinematografico; ma ciò pare ora trapassato in base a quanto detto: se le difficoltà rimangono immutate è l’età, quindi la reazione, ad affievolirsi, ad arrendersi, perché se v’era in Gilliam un’intrinseca tendenza al “di culto”, nei temi prima di tutto e nella dirompenza cinestasica poi (nonché nel destino di molte sue pellicole), che abbagliava con la stessa forza della lucentezza leggendaria che guardava, massima sensualità di ciò ne La leggenda del re pescatore (l’unico suo film in abiti borghesi), e stimolava coi suoi modi alchemici, royal di alcune singol-autorialità spiccate quanto difficili anche solo da rincorrere - Jean Pierre Jeunet (Amélie entità a sé stante) come vago e generico accompimento intuitivo - che in Paura e delirio a Las Vegas si (ri)trovavano e sintetizzavano, anfetaminico parlare di peyote et affini, ma che in lì anche la loro morte, il loro punto di non ritorno dopo una massima espressione, la paralisi dell’irraggiungibile, d’uno specchio ch’è riuscito a riflettere la propria immagine, auto-partorirsi testamentario; probabilmente obbligata mutazione, doverosa Chernobyl, di cui Grimm e Tideland sono figli handicappati.

Il secondo più del primo, perché nato dai rimasugli di volontà di una devozione ormai stanca, di cui l’autore ha perso la mano, il motivo iniziale. Bene che in ciò non vi siano sotterfugi, venendo risparmiata l’autoparodia e la compassione, quasi fosse il racconto di questa perdita motivazionale, che inizia con un gioco solitario tra i campi e la dose di eroina preparata da Jeliza-Rose al suo papà Jeff Bridges (puro Gilliam si potrebbe dire), ma che poi collassa, da sùbito e per subìto: la bambina è come fosse Chihiro, ma senza la città e senza l’incanto; v’è il deserto ma per desertificazione, i personaggi somigliano ma non rassomigliano, tutto è povertà di calco, siccità, riverbero d’altro, noia; gemellaggio tra carenze economiche e creative rifugiate in Neverland approssimativi, in amori lontani dalla purezza, passato che non raggiunge il ricordo e lo spessore come non ne volesse; il “c’è” generalista che non può essere altro che l’”avrebbe potuto esserci” cinematografico d’un assurdo presupposto in quanto prodotto da Jeremy Thomas.

Dal romanticismo di allucinogeni, saltando il mal di testa da postumi, ecco la desolazione, la sua versione più “minus” di Alice nel paese delle meraviglie (punto di riferimento ancestrale, ogni volta), fatta di anziani, Jeliza-Rose per prima, invece che di bambini, quasi a eliminare la ludicità, come mero circus ottima, de I fratelli Grimm che di ridanciana turpitudine non poteva abusare (il suo primo PG da Il barone di Munchausen), riversata, stivata impari nell’inerzia che più che senile, facilmente si potrebbe motivare, è come un Halloween con troppo caldo e troppo sole, dopo una notte gioiosamente giocosa, sì, ma con un coprifuoco troppo restrittivo.

Tideland e I Grimm sarebbero potuti essere un ottimo film, siamesi separati a colpi di coltellaccio, ognuno con la sua minorità, con la sua approssimazione azzeccata, con il suo vuoto (ormai) incolmabile, uno giocando fin troppo, troppo bambino per sempre, e uno paralizzato, già morto.

 

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(12/11/07)

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