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REGIA: Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami, Ken Loach
CAST: Carlo delle Piane, Blerta Cahani, Filippo Trojano
SCENEGGIATURA: Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami, Paul Laverty


A cura di Pierre Hombrebueno

IL TRENO: TOPOS CINEMATOGRAFICO

Il treno è sicuramente uno dei luoghi più cinematografici per eccellenza, perché vi si ritrovano centinaia di persone sconosciute tra di loro ma che sono lì per una cosa comune: partire, viaggiare. E’ un po’ come un concerto, dove solitamente si fanno incontri a volte interessanti che perdurano, a volte passeggere. Ed è proprio un incontro breve il tema centrale dell’episodio firmato da Ermanno Olmi.
Quello di Olmi è il capitolo più metaforico, il ricordo dell’amore che diventa connotazione del treno stesso, perché è con quello stesso treno che il protagonista si ritrova a lottare per l’amore non usufruito. Il vagone come la memoria che passa, che si lascia alle spalle con un agrodolce ricordo, fino alla metafora finale del “non si piange sul latte versato”.
E’ un episodio parecchio strano, in quanto compie un azione di voyeurismo pari a quello di Hitchcock ne La Finestra sul cortile. Fulcro non è tanto il vecchio protagonista, bensì tutti gli altri passeggeri del treno, voyeur anch’essi (osservano e spettegolano tutto ciò che accade nel vagone), colti in primi piani nei loro atteggiamenti quotidiani (c’è chi ritaglia pezzi di giornale, chi allatta il proprio bambino, ecc..).
Quale potrebbe essere il motivo di questa scelta da parte di Olmi? Innanzitutto c’è da considerare che il suo è il primo episodio, diciamo il più globale, introduttivo per gli altri due. Sarà per questo che Olmi ha sentito la necessità di allargare la sua veduta, senza concentrarsi unicamente sul suo personaggio e preferendo introdurci anche gli altri passeggeri (i quali, diversi, vedremo anche con Kiarostami e Loach). L’enfasi del pianoforte e della lentezza degli eventi dà una carica di poesia e di eleganza all’opera del regista nostrano, che proprio per questo, si discosta in gran parte dagli episodi del Kiarostami e del Loach, molto più sul versante comico il secondo, e più giovanil virtuoso il terzo.
E il ricordo finito nel dimenticatoio è anche la tematica di Kiarostami, soggetto che ci espone in maniera ambigua, infatti suo è il capitolo più delicatamente aperto. Apre strade senza darne risposte precise per dare allo spettatore la propria interpretazione preferita, limitandosi a descrivere (al contrario di Olmi, senza flashbacks) un uomo che parla del suo paese d’origine con una ragazzina, e una donna che si accorge troppo tardi di non potercela fare da sola.
Il Kiarostami è colmo di malinconia, e vede nel treno l’oggetto in cui i fantasmi del passato e del futuro si possono tramutare. In fondo il treno non è che il crossroad di Cast Away, in cui Tom Hanks si ritroverà per scegliere la via da percorrere, quella via che qui si tramuta nella fermata in cui si decide di scendere.
Questo l’episodio più europeo, tinto di un umorismo mai esplicito, ma solo suggerito da situazioni non ricalcate, e se Olmi catturava con i piani fissi chiaramente descrittivi ed enfatizzanti, Kiarostami punta sul dialogo e sulle situazioni.
E dall’ ”incompletezza” arriviamo al capitolo conclusivo, perciò inevitabilmente quello che deve chiudere il cerchio. Si arriva a capolinea e tocca a Loach, che come suo solito, tocca argomenti giovanili di solidarietà. Il suo è una youth movie, carica di pedagogia e di riflessioni morali sul razzismo e sull’altruismo.
Episodio più chiaro, conciso e compiuto, Loach, abbandonando i ricordi e i fantasmi di Olmi e Kiarostami, proietta lo spettatore nella situazione dei 3 ragazzi di fronte ad un bivio, metafora di una scelta e direzione di vita: donare o tenere, football o umanità, sé stessi o il prossimo.
I 3 biglietti di viaggio che questo trio di registi ci offrono è bello e variegato, una panoramica sul Cinema Europeo più compatto ed affascinante dell’Eros di Antonioni-Soderbergh-WongKarWai per il tocco tipicamente d’essai, da sempre indagatore interno dei sentimenti e dell’umanità, piuttosto che creatore di forme ed intellettualismi trascendentali.
E dopo l’assalto dei treni tra i Westerns, gli omicidi negli Orient Express, stavolta ci si addentra nella metafora più sentita interiormente, piuttosto che nella fisicità materiale più evidente. La stazione, i vagoni, i personaggi, e le loro riflessioni sul senso della vita, dell’amore, e dell’amicizia. E sarà per questa semplicità carica di significati che è innegabile restare affascinati da Tickets, un’opera collettiva d’autore ben distanziati tra di loro ma legati da una ragione cinematografica che richiede il piacere del cuore prima ancora che degli occhi.

(08/04/05)

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