


THE PUSHER
REGIA: Matthew Vaughn
CAST: Daniel Craig, Tom Hardy, Jamie Foreman
SCENEGGIATURA: J.J. Connolly
ANNO: 2004
A cura di Davide Ticchi
UNA STORIA DI DROGA
Daniel Craig è la merce più fina che si possa trovare nel campo del contrabbando di droga
cinematografica, quella sola polverina che si fa pasticca, come quel solo
bianco e nero che si fa colore, è il vecchio e il nuovo esistenziale.
L’esordiente Matthew Vaughn
dimostra di conoscer finemente questi climax ascendenti che permettono alla
sceneggiatura del suo film - che varrebbe anche per un noir del secolo scorso
– di raggiungere una materializzazione filmica per immagine altamente definita, e per (s)oggetto da inquadrare di ultima
generazione, se non un gadget vestiario e motorizzato che evidenzia tutta la
differenza sociale del caso. La più eclatante è
proprio quella che sta tra venditore e compratore, dove l’uno è
l’opposto dell’altro, ma dove c’è tra entrambi un saldo
legame di dipendenza. Così Daniel Craig si immedesima e si distingue in questa storiaccia di droga,
dove passato e futuro non esistono, ma solo il presente obbliga i protagonisti
a comprare, usare, corrompere, ammazzare per la polvere bianca, o per le
pasticche uscite adesso da una catena di montaggio automatizzata. Per questo
l’innominato personaggio di Craig avvince per
la sua decisione, per le sue iniziative, e per la sua volontà, che non ha
ancora del tutto abbandonato la rudezza del “vecchio”, e non ancora
assunto l’essere spietato del “nuovo”. The Pusher si incentra sulle basi psicologiche di un tradizionale
dramma della volontà, che si rivela mestamente approfondito e sostituito
dall’azione prefabbricata, ma non per questo meno riuscita. L’obbiettivo di Vaughn è infatti
quello di raccontare una semplice ma vezzeggiata cronistoria umana, riguardante
un uomo che non vuole più avere a che fare con la droga, che vuole uscire dal
giro, e che gli è impossibile farlo.
Pur non prendendo mai in considerazione l’introspezione e la volontà
interiore dello spacciatore, The Pusher analizza i triti e ritriti rapporti
interpersonali tra spacciatori e spacciatori tutti d’un pezzo, che non
concedono nulla all’innovazione narrativa, tranne lo sfoggio delle ottime
interpretazioni di un gran cast. Molto vicino in
questo senso al Donnie Brasco di Newell, pur non
ambientandosi in luoghi causticamente interni, ma preferendo altresì le
spianate in fiore di serre interminabili, o gli hangar vuotati ormai da secoli.
Per questo Vaughn, da buon britannico, sceglie delle
ambientazioni e dei modi di inquadrarle tipicamente inglesi, distaccati ma
contemporaneamente empatici, dove a contrattare
appari proprio tu. Così come nell’incipit del film la voce off sembra
suggerirci la classica introduzione a un videogioco
malavitoso, supportato poi da un gran lavoro di montaggio non c’è che dire,
ma sempre riguardante i canoni del game in prima persona. Daniel Craig, e le interpretazioni di tutto il cast sono ciò che fa la differenza del film di Vaughn, pellicola senza grandi pretese tecniche, ma con la
massima efficienza e precisione dell’immagine, che non cala nemmeno
quando le parole Game Over, perforano il petto del protagonista.
(27/06/05)