


THEM
REGIA: David Moreau, Xavier Palud
SCENEGGIATURA: David Moreau, Xavier Palud
CAST: Olivia Bonamy, Michael Cohen, Adriana Mocca
ANNO: 2006
A cura di Marco Compiani
CONCLUSIONE EFFERATA…
“Questo film è ispirato a fatti realmente accaduti”. Deduzione
vuole che ogni classica ipotetica dimensione ultraterrena venga negata e
l’identità delle sadiche presenze che ossessionano la povera coppia nella
loro casa in campagna (siamo alla periferia di Bucarest) venga circoscritta
nell’ambito prettamente terrestre. La forza di Them infatti sta nel suo concentrato-essenziale di thriller
pennellato di d’horror, nei suoi meccanismi di situazioni asfittiche e
ipertensive che, sebbene innestate in una evidente serialità, riescono a
mantenere il loro carico suggestivo grazie ad una durata di 73 minuti, evitando
così ogni tipo di calo di fruizione. Protagonista assoluta è la suspense,
attanagliante e nevrastenica, che si struttura nella dialettica
carnefici-vittime, i primi avvolti in un misterioso anonimato, presenti ma
astratti nel ruolo di visione attiva, i secondi tipizzati in maniera fin troppo
banale, umanamente mediocri nel loro essere oggetto dello sguardo.
Sebbene sospinti da una morbosa curiosità su chi siano gli artefici del sadico
voyeurismo, noteremo che la forza e la credibilità di questo Male ignoto sta
nella sua capacità di creare l’atmosfera adatta, opprimente ai limiti
dell’ossessività . Così fino a che l’antagonista rimane censurato
nella propria dimensione panottica, trascendendo la realtà concreta per quella
propriamente cinematografica di istanza della visione, il film regge e diverte.
La regia ci fa intuire da subito con giochini cabarettistici
l’inevitabile morte dei fidanzati: fotografia livida e verdastra,
cianotica (per la quale i protagonisti sembrano cadaveri che camminano), e
messa in quadro che, in quasi tutte le sue soluzioni, fa spiccare dai toni
spenti un elemento scenografico rosso sangue. Viene evidenziato ulteriormente
come l’impostazione della sceneggiatura voglia ruotare unicamente intorno
al procedere del sadismo del gruppo di criminali, senza aprirsi per chissà
quale lettura interpretativa. Il senso è senza dubbio fine a se stesso così che
l’unico interesse degli autori è unicamente ludico, divertito a farci
sobbalzare continuamente, dal momento che Them
vive di una chiara scontatezza stereotipata, la quale è limpida non solo nel
destino già segnato dei protagonisti, ma anche nell’ambientazione degli
avvenimenti, che si sviluppa nei più classici toponimi del genere: la casa, il
bosco, i cunicoli sotterranei.
Un film
che certo si schematizza nei cliché, ma che ha anche il pregio di possedere un
solido vitalismo, riscontrabile nel continuo pathos, supportato da una
brillante colonna sonora e da una regia ai limiti dell’amatorialità che
si caratterizza nell’agitare camere a mano e continui balzi nella scala
dei piani, oltre che per il contrastante gioco di soggettive statiche per i
carnefici e sussultorie per i poveri malcapitati.
Rimane ora da valutare quale sia il senso dello spiazzante epilogo
pericolosamente interpretabile con snobistica risibilità. E’ una scelta
che lascia un po’ di agrodolce in bocca soprattutto perché svela un
personaggio che come espresso prima, rimaneva valido nella sua dimensione dell’
invisibile. Oltre ad azzerare totalmente la suspense per quello che resta del
film, rimaniamo interdetti nel futile tentativo di interpretare questa strana
scelta. A questo punto dipartono una serie di scazzate interpretazioni: ironia
di fondo per sovvertire le aspettative dello spettatore, cioè, in poche parole
una presa in giro? Apertura dell’universo cinematografico, sfizioso fino
a quel punto, per una inquietante riflessione sulla malvagità del mondo
esterno? Banale esposizione di fatti realmente accaduti, come comunicato
nell’incipit, che vogliono mostrarci l’assurdità della causa di
questi delitti?
Una risposta non è facile darla, sebbene non possiamo evitare un violento
malcontento di fondo per una soluzione del cazzo eccessivamente lontana dalla
logica che aveva caratterizzato il film di Moreau
e Palud in tutta la parte precedente.
Sinceramente non crediamo a riflessioni sociopedagogiche sulla criminalità
infantile o a inquietanti mistificazioni sul Male radicato nell’uomo fin
dalla giovine età, perché sarebbero forzature ridicole e prive di senso.
La conclusione così si presenta come un’apertura verso uno sguardo
indecifrabile che, spaccando il meccanismo chiuso del film, al di là della
morte necessaria dei protagonisti, assume una funzionalità incredibilmente
inutile.
Se il tutto invece si sintetizza in un semplice colpo di scena di dubbia
originalità allora mettiamoci l’anima in pace, imprecando sottovoce, e
godiamoci le stuzzicanti sensazioni d’inquietudine, unico elemento degno
di lode.
(13/05/07)