LA TERZA MADRE

REGIA: Dario Argento
SCENEGGIATURA: Dario Argento, Jace Anderson, Walter Fasano (…)
CAST: Asia Argento, Moran Atias, Adam James
ANNO: 2007


A cura di Pierre Hombrebueno

SILENTIUM IN SALA!

Nel giro dei positivisti figura(va)no entità che hanno sempre e comunque difeso/amato Dario Argento, anche quando la critica ha cominciato a voltargli le spalle bollando ogni sua pellicola recente come “merda”. Dentro quel club c’ero anch’io, addirittura pronto ad appellarmi ad una Politica degl’Autori pur di difendere La terza madre, magari trovandoci la minimissima cosa positiva per amplificarlo a mille e dichiarare il film come un capolavoro, come una continuazione ed evocazione di una poetica autoriale, soprattutto in questo caso, dove l’opera in questione è la chiusura di una trilogia iniziata decenni fa. Però, col cuore spezzato, purtroppo per La terza madre c’è poco o nulla a cui appellarsi, per il semplice motivo che è spazzatura della peggior specie dalla prima all’ultima scena. Forse bisogna veramente accettarlo, anche per quei sognatori ancora semi-politicizzati che sono rimasti indietro di 40 anni come il sottoscritto: anche i grandissimi finiscono per rimbambire, presto o tardi, e quest’annata 2007 tocca a Dario Argento.

Va bene che il film è doppiato come peggio non si può, con fuori sincroni vergognosi nonché le solite voci abituali del panorama che infrangono la verosimiglianza percettiva dell’opera. Va bene anche che la sceneggiatura è ricoperta di incoerenze narrative (per fare un esempio: perché diavolo Asia Argento scappa dalla polizia quando li vede in stazione? A quel punto del film lei non era ancora ricercata!!). Ma il fallimento de La terza madre risiede proprio nella mano registica, nella sua dichiarata anarchia espressiva che invece di concettualizzarsi nel (meta)linguaggio cinematografico, diventa invece medium dilettantistico della forma e della grammatica filmica basilare: raccordi di sguardo inschemati e scremati, soggettive incoerenti, campi-controcampi fuoricampi e fuori-controcampi. E ciò, stando ormai in un territorio cinematografico dove ogni scelta formale è concessa (grazie a dio), andrebbe anche bene, se soltanto le scelte stilistiche adottate dal regista non solo risultino privi di una significazione veramente espressiva, ma addirittura diventino dannosi per la costruzione dell’intreccio e soprattutto per la gestione del ritmo e della suspense.
E’ concesso che oggigiorno chi sta dietro la macchina da presa ha il sacrosanto diritto di improvvisare piani-sequenze senza giustificazioni estetiche, ma se la somma è nient’altro che l’inutilità (da cui consegue forzatamente la noia), forse converrebbe pensare ad un altro modo messa-inscenico, se non addirittura a tagliare l’intera scena da ogni copione plausibile. Ne è prova la parte dell’arrivo di Asia Argento nella casa dei cattivi, dove la macchina da presa la insegue senza stacchi mentre girovaga per il palazzo facendosi ogni sacrosanto piano e trovando il nulla: l’intenzione è palesemente la tensione, ma è anche la prima cosa a mancare, in quanto non traspare mai nessuna minaccia astratta o concreta che possa turbare la ricerca della protagonista, che dunque risulta solo una beota che gira a vuoto per dare al regista la possibilità di attaccare col piano-sequenza, che a sto punto, più che concettualmente formale, è semplicemente girare il vuoto senza il minimo senso claustrofobico o emotivo, come un video-game dove però mancano totalmente gl’ostacoli. Argento non riesce nella cosa più topica del genere horror: riempire il buio e il fuoricampo di sens(azi)o(ne), di quella presenza percepita che incute terrore, di quel sentirsi osservati o inseguiti o perseguitati da ectoplasmi pronti ad attaccare in qualsiasi momento ed istante; solo con una costruzione simile il piano-sequenza pedinatore potrebbe funzionare ed assumere una valenza cinematografica e percettiva, funzionalità che ormai Argento pare ignorare.

Ci troviamo invece davanti un film dove fin dal primissimo sintagma, palesa l’atmosfera da candid camera (quel pseudo-trattorino che cade nel buco), come fossimo a Paperissima et affini. Le scene risultano quasi mini-sketch dove la punta d’attenzione ricade sulla trovata comica che però comica non voleva essere. Infatti l’autore non rimanda neanche alla tradizione semi-antica dei b-movies dall’ironia superlativa, ma è convinto seriamente di aver concepito un prodotto serio, un horror puro, cercando di far trasparire quella drammaticità apocalittica della narrazione, pensando che basti infarcire la capitale di qualche babbeo che si prende a botte, o buttare giù dal ponte un bambolino di Giochi Preziosi, o ancora riprendere la figlia Asia con le lacrime più finte del mondo in quanto grandi come palle di neve.
La comicità è estremamente involontaria, e noi dichiariamo Dario Argento come lo Stephen Chow del Cinema Italiano, un possibile sostituto di Neri Parenti per le prossime commedie all’italiana (senza offesa a Parenti, che comunque il suo lavoro perlomeno lo sa fare eccome), una barzelletta di un’ora e mezza dove si finisce sempre e comunque a ridere di ogni scelta formale, sia nel mostrare le situazioni (sceneggiatura, messa in scena, spazio), sia nel tagliare e suddividere le sequenze (montaggio, tempo). Per la bacca miseria, l’autore di Suspiria non sa più nemmeno gestire il ritmo, come dimostra tutta la scena a Roma Termini, un’inseguirsi in cerca di una fuga, che si risolve con l’invisibilità nella libreria prima (dunque, con un’espediente para-fantasyientifico, per non dire marvellifico, come se Asia Argento fosse diventata improvvisamente una degli X-men), e con una testa fracassata nel treno poi, il tutto senza più quel grado di scandire il battito cardiaco e filmico, come ricordiamo per un altro film del nostro, quello stesso inseguimento in treno di Non ho sonno, enfatizzato dal buio delle gallerie e magnificamente gestito col campo-controcampo tra le soggettive di assassino e vittima. Ma a quanto pare quelli sono altri tempi. Perché Argento dimostra di non conoscere più le potenzialità del linguaggio cinematografico, soprattutto nel genere che affronta.

Un minuto di silentium. E perché no, un fottuto valium.

 

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(04/11/07)

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