


LA TERRA
REGIA: Sergio Rubini
CAST: Fabrizio Bentivoglio, Claudia Gerini, Sergio Rubini
SCENEGGIATURA: Sergio Rubini, Angelo Pasquini, Carla Cavalluzzi
ANNO: 2005
A cura di Giuseppe Mariani
(LA) TERRA! MA ERA SOLO UN
MIRAGGIO
Eccezione fatta per alcune coraggiose opere di autori in controtendenza,
indipendenti e non, senza dimenticare le vecchie “glorie” ancora in
grado di stupire con il loro collaudato mestiere, non c’è miracolo che
giunga a scuotere il cinema “mainstream-istituzionale”
italiano dallo stato di crisi cui versa da alcuni lustri. Votato alla
rappresentazione di realtà “nostrane”, nella storia
“impegnata”, sentimentale, rural-popolare
o radical-chic borghese, nel dramma e nel comico,
negli inamovibili ed ostentati luoghi comuni dell’approccio psico-socio-politicistico di castrante provincialismo, alla
nostra cinematografia manca quell’ampio respiro
che trasfigura e universalizza contenuti e messaggi. Per ri-tentare la scalata
verso il cinema dei maggiori fasti che un tempo ci apparteneva (allo stato,
sarebbe illusorio attendersi il ritorno dei vari Fellini,
Visconti, Ferrei, Pasolini…) occorrerebbe forse
recuperare il piacere per il film di genere, magari “minore”, in
cui si era maestri, e che, nonostante alcune ingenuità e il basso costo (che
aguzzava l’ingegno), si riscattava sul piano dell’invenzione,
spesso alta, con storie che spaziavano tra gli ambiti più disparati, senza
l’ansia del “messaggio” univoco e della piccola morale, ad
ogni costo, come una cambiale da pagare a fine mese. In affanno in patria, il
cinema italiano vende poco all’estero.
Il film di Sergio Rubini, non è un sasso lanciato nello stagno, bensì
un’esigua scorta d’ossigeno, del tutto insufficiente per rianimare
un panorama cinematografico così asfittico, che basta appena allo spettatore
pagante per assolvere la visione senza troppo annoiarsi. LA TERRA (non quella
promessa), ben lungi dal rappresentare l’agognato miracolo, nonostante
qualche buona invenzione, non si discosta dagli stanchi cliché del cinema
nostrano. Non vi è traccia - se non negli archetipi involuti ereditati da quel
cinema - delle opere di Germi, di Pietrangeli, di Damiani, di Petri, di Rosi,
autori che raccontarono la Nazione, la politica, la criminalità, il dramma
sociale ed esistenziale, individuale e collettivo, tutto questo ed altro
ancora, in maniera vibrante, potendo contare su soggetti di strettissima
attualità e di primissima mano, su solide sceneggiature, su interpreti
straordinari e su realizzazioni memorabili entrate a far parte del miglior
immaginario filmico comune. LA TERRA è un rimescolamento di
“generi”, articolati su piani narrativi distinti e nelle intenzioni
complementari, ispirati a molteplici fonti letterarie e filmiche. I toni urlati
della tragedia classica, le ruvidezze incidentali da “spaghetti
western”, le grossolane suggestioni del verismo rural-verghiano,
quello della “roba”, il rituale religioso folclorico-funerario,
e - si dice in giro - l’immaginario pirandelliano,
dostoevskijano, coppoliano
(Il Padrino), si fondono con il noir “sociale”. A fronte di una
scrittura poco coesa ed amalgamante (alcune forzature narrative diventano
ridondanti pretesti per inscenare lo stucchevole siparietto sentimentale sulla
spiaggia e - cosa che non ci ha per nulla contrariato - mostrare
l’immancabile nudità al femminile), lo scollamento tra le ragioni del
cinema dell’impegno e quelle del cinema di genere, appare in tutta
evidenza. Ve ne sarebbe per tutti i gusti, ma, nell’approssimazione dei
tracciati narrativi, nella messinscena zoppicante e trasandata che usa ed abusa
del flashback, il risultato è il solito ibrido all’italiana. Il dramma è
di grana grossa, da fiction televisiva, al pari dei dialoghi pieni di retorica
e a tratti grotteschi, in una rappresentazione urlata e priva di mezzi toni; il
thriller perde quota, nel debole gioco della suspense, per lo scarso appeal,
nell’incredulità che pervade lo spettatore nel momento in cui intuisce
con largo anticipo l’identità dell’”assassino”. Si fa
presto a dire Hitchcock, e si vuol dirlo a tutti i
costi, allorchè il fantasma di Bernard
Herrmann quasi si materializza nelle musiche di Pino Donaggio, fin dai titoli di testa e nella scena iniziale in
cui risuonano, con smisurata enfasi, le parossistiche note ad eccessiva
imitazione del tema di Psycho. Le intriganti ed
infiammate premesse di una vicenda in nero, che promette laceranti contrasti
tra “fratelli” (mancava all’appello Ferrara), in una famiglia
allo sbando che cerca di ritrovare la perduta concordia, superando gli egoismi,
il senso del possesso e le pressioni della malavita, si spengono nel finale
accomodante e stucchevole, apertamente, prevedibilmente morale, come spesso
accade nel cinema italiano. Sergio Rubini (a suo dire ancora legato alla nativa
Puglia non per questioni materiali o per specifici interessi, ma come luogo
della memoria) si ritaglia il ruolo di un torvo ed inquietante
“boss” malavitoso locale che interpreta con sorprendente e misurata
bravura (peccato..: braccia rubate all’agricoltura, avrebbe detto il
nonno). Stucchevole il resto del cast – “caratteristi” nel
senso riduttivo del termine -, alle prese con personaggi tratteggiati in modo
rigido, schematico, ai limiti della caricatura.
(05/03/06)