TAKESHI KITANO: DIO DEL CINEMA
QUARTA E ULTIMA PARTE - Biito Takeshi No Kekkyoku Wakarimasen

A cura di Nicola Cupperi

Traduzione letterale del titolo di questa quarta e conclusiva sezione: “Beat Takeshi in definitiva non lo capisco”. Non è assolutamente una frase detta da me, purtroppo non so il giapponese. Bensì è un libro edito da Shueisha nel 1996, mai arrivato in Italia e scritto da chi se non da Kitano Takeshi? Beat Takeshi in definitiva non lo capisco.. Tutto l'assurdo di questo artista esce fuori nel semplice titolo di un libro. E d'altronde non è assolutamente difficile capire il senso di questa affermazione, se pensiamo che alla fine di Takeshis', il Beat uccide a pugnalate Kitano Takeshi, reo di averlo trattato come un stupido. Tu Quoque Beat. E il realizzare che questo tipo di scenario (una personalità di un essere umano che uccide materialmente l'altra personalità dello stesso essere umano) sia stato inserito da Kitano in un film quasi interamente onirico, sognato da lui stesso addormentatosi sul lettino di un truccatore, non diminuisce l'atrocità del fatto che Kitano abbia potuto solo immaginare questo scenario. Ecco dunque dove siamo rimasti al termine di Takeshis': il Beat ha ucciso il Kitano auteur; e adesso chi li fa i film? Chi si mette dietro la macchina da presa per far ballare la scimmietta e far divertire, pensare, commuovere, stupire il pubblico. Il Beat? No di certo, il Beat ha già fatto troppi danni con Getting Any?. La soluzione parziale è fornita da Kantoku Banzai!. Kitano ha perso ispirazione, verve intellettuale, originalità; dal foro di entrata della pugnalata del Beat alla fine di Takeshis' è fuoriuscita la forza cinematografica di Kitano nella sua interezza. Kantoku mostra così l'unica cosa che può mostrare: un Takeshi Kitano in combutta col lato Beat della sua personalità all'assalto del cinema mondiale. Era l'unico passo in avanti possibile nell'astrusità della logica kitaniana: dopo aver fatto a pezzi il proprio cinema, è ora di partire all'attacco di tutto il resto del cinema. Il film è molto chiaro, sempre che sia possibile usare questo termine, in proposito. Kitano Takeshi è sballottato, quasi passivamente, da un tipo di cinema all'altro. Il Beat, sotto forma di manichino/egida, con lo scopo di proteggere il burattino Takeshi, veglia su di lui in questo viaggio difendendolo da chiunque attenti alla sua incolumità. Come detto il vero burattino è ormai Kitano, che parla solo se interpellato e agisce per inerzia. Un burattino in combutta/manovrato da un manichino. Abbastanza buffo, se non grottesco vero? Nell'esame medico al cervello di Kitano, lo sfolgorante inizio del film, passano in rassegna sui monitor medici tutti i più grandi nomi del cinema giapponese: Kurosawa, Ozu, Mizoguchi, Shoei Imamura, Kon Ichikawa. Tutte personalità che diventano obiettivi dell'attacco terroristico/anarchico di Kitano. E ce n'è davvero per tutti in questo film, definito dallo stesso autore un tentativo di cinema cubista. Riuscito (la prima parte) o meno (la seconda), questa sperimentazione distruttiva assume i connotati di un'importante riflessione cinematografica. O forse egocinematografica. Il termine ovviamente non esiste, ma sembra l'unico che possa dare un'idea della peculiare condotta di Kitano. Anche qui, come per Takeshis', il risultato, al solo pensarci un attimo, è disastroso: Kitano e il socio Beat finiscono col distruggere il mondo del cinema. E con distruggere si intende conventrizzare, radere al suolo. La bomba che fa saltare in aria l'universo cinematografico lascia una sola cosa intatta, un monolite di pietra scolpito a foggia del titolo del film. GLORY TO THE FILMAKER!. Il titolo della pellicola che siamo venuti a vedere arriva giusto in tempo per vedere partire i titoli di coda. E noi cosa abbiamo in mano? La certezza che, come dice il dottore in chiusura, il cervello di Kitano Takeshi sia rotto. Irrimediabilmente? Non è dato saperlo, nel modo più assoluto. Anche volendo proporre congetture su congetture, come peraltro già fatto all'interno di questo approfondimento, il risultato sarebbe insoddisfacente. Il cervello di Kitano è sì rotto, ma è anche inaccessibile, inespugnabile, illeggibile.
Kitano Takeshi rimane comunque un dio del cinema (è anche giunto il momento di spiegare. No Kamisama era formula utilizzata per appellarsi agli attori di teatro giapponesi più bravi e acclamati. Quindi dio sta per incredibilmente bravo, non c'è alcuna velleità divina in Kitano. Noi positivisti siamo sì blasfemi. Ma non così tanto. O forse sì?..).
Un autore talmente coraggioso, o stupido (ma il concetto rimane lo stesso), da buttare alle ortiche, o mandare a puttane (ma il concetto rimane lo stesso) un'intera carriera agli occhi di molti critici e appassionati, solo, si fa per dire ovviamente, per rendere partecipi, anche quegli stessi critici e appassionati che si stanno disamorando e sproloquiano di cazzate invereconde, tutti gli spettatori dei suoi film della sua propria personale idea di cinema. Un'idea di cinema che, come dice bene il boss Hombrebueno all'interno della nostra fertile newsletter, si era palesata sin dai tempi di Violent Cop. Un'idea di anarchia, di totale libertà, del diritto, anzi, del dovere di divellere i numerosissimi paletti che rendono il cinema schiavo di qualcosa che cinema non è. E solo allora si potrà avere il rapporto che Kitano ha con la settima arte: un rapporto semplice, ingenuo, naif, paritario, onesto, chiaro e trasparente.

Non resta dunque che concludere quest'epopea kitaniana con l'unico grido possibile:
GLORY TO THE FILMAKER!

 

REVISIONI CRITICHE CORRELATE:

VIOLENT COP (1989)

BOILING POINT (1990)

SONATINE (1993)

HANA-BI (1997)

L’ESTATE DI KIKUJIRO (1999)

KANTOKU BANZAI (2007)

 

FINE 4° E ULTIMA PARTE

(09/01/08)

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