
TAKESHI KITANO: DIO DEL CINEMA
SECONDA PARTE – Flashforward
A cura di Nicola Cupperi
Si
parlava nella recente recensione di Kantoku Banzai! (Glory To The Filmaker) della logica
del Kitano.
Una logica perfettamente coerente all'interno del suo mondo, ma totalmente
astrusa e inconcludente al di fuori di esso. Proviamo a fare nostra questa
logica saltando senza consecutio dall'alba della carriera da regista del Nostro
fino agli ultimi opus. Già nel 2003 una pulce grattò
l'orecchio dei kitaniani duri e puri: il regista di
Tokyo si apprestava a uscire nei cinema di tutto il mondo, dopo essere passato
per l'ennesima volta in rassegna al Lido, col primo film su commissione
(escludendo Violent Cop per ovvie
ragioni) della sua ormai pluri decennale carriera da
mètteur en scène. Poco importa che Zatoichi, rivisitazione kitaniana
di una della delle storie giapponesi più popolari (tra cinema e televisione
sono state una sessantina le trasposizioni del massaggiatore cieco, tutte
interpretate da Shintaru Katsu), sia
un gran bel film. Come si dice, il dado è tratto. Col senno di poi, infatti,
viene abbastanza naturale segnalare il 2003 come momento decisivo nella svolta di
Kitano.
Pensateci un attimo. Un regista, e per metonimia un uomo, che ha fatto nella
sua carriera e nella sua vita dell'autonomia creativa un pilastro fondamentale,
arrivando a investire i soldi guadagnati facendo il pagliaccio in televisione
nella fondazione di una personale casa di produzione (il mitologico Office Kitano),
decide improvvisamente di abdicare in parte a questa autonomia per piegarsi
alle regole di mercato.
Situazione contestuale: coi precedenti quattro film (Hana-bi, L'Estate di Kikujiro, Brother, Dolls) Kitano ha finalmente sfondato a livello
di botteghino in patria. Da sempre era una sua grande aspirazione: lo frustrava
molto il fatto di non essere minimamente considerato come regista dal grande
pubblico in Giappone. Probabilmente la scelta di accettare il copione di Zatoichi
(ovviamente rimaneggiato a uso e consumo, perchè di
riffa o di raffa Kitano
non si smentisce mai) è da ricercarsi proprio nella volontà di rimanere
abbarbicato all'appiglio del successo fra le masse. Zatoichi è un sure
shot, un successo sicuro, una storia che ha sempre
appassionato i giapponesi, che coltivano la curiosità di vederla reinterpretata dal loro Beat
Takeshi.
Situazione kitaniana: non se n'era parlato
nell'introduzione, è giunto il momento di farlo adesso. Senza velleità para
psicologiche, freudiane, junghiane o quant'altro, si può affermare che Takeshi Kitano è totalmente schizofrenico. Anche
qui è facile argomentare. Esiste il Beat, che da ormai 25 anni mette a ferro e
fuoco la televisione giapponese, combattendo la stupidità con la demenzialità,
il conformismo con la ferocia delle azioni e delle parole. Il Beat che diventa
un idolo in patria quando, ancora agli esordi televisivi, invitato in un talk
show che si svolge attorno a una tavolata, mangia come un dannato per poi
addormentarsi e svegliarsi alla fine della diretta. Il Beat che, in sostanza,
coltiva la pars destruens della personalità di Kitano. Mira a
distruggere tutto ciò che tocca.
E poi c'è Kitano Takeshi, il
regista, l'autore, l'artista; colui che, come già detto, crea nuove forme
cinematografiche. Va da sé che Kitano Takeshi rappresenti la pars costruens
dell'uomo Kitano,
l'aspetto costruttivo che grazie alla sua arte riesce a creare nuovi universi.
Ora il tentativo sarà quello di unire la situazione contestuale a quella kitaniana. Cosa ne viene fuori?
Un macello impressionante, per usare un termine tecnico. Off Topic. A mio parere il bello della teoria sul montaggio
intellettualistico di Sergej M. Ejzenstein
è che può essere applicata sia a tutti gli ambiti del cinema, sia alla vita
stessa. In soldoni: il senso si ottiene dallo scontro
di due mattoni differenti che, di per sé, non andrebbero accostati, come le
scintille che nascono dalla frizione della cote o della mola dell'arrotino
sulla lama. Situazione contestuale e Situazione kitaniana
entrano in una collisione definitiva. Nasce un nuovo senso, e nasce una nuova
riflessione sul cinema da parte di Kitano.
E da qui nasce un altro tassello dell'unicità di questo regista; è mai
possibile, infatti, che i suoi tre film più scarsi a livello meramente
cinematografico (Getting Any?, Takeshis' e Kantoku Banzai!) siano anche i più
significativi, come portatori di senso meta ed extra cinematografico
all'interno della sua filmografia? Più che possibile, assolutamente certo. E da
qui, scusate la ripetizione, nasce il primo tassello della nostra lotta alle cazzate invereconde. Escludendo Getting Any? (nessun critico italiano, a parte
l'onnisciente Ghezzi,
si filava Kitano
al tempo), i primi due capitoli della saga della distruzione sono stati
smontati dalla critica nostrana senza basi e, sopra ogni cosa, senza
riflessione alcuna.
Dei due specialmente Takeshis',
tacciato di felliniano plagio quando in realtà si
tratta dell'opera fondamentale di uno degli autori cinematografici più
importanti del panorama mondiale.
Kitano
prende la decisione più importante della sua carriera artistica, creando un
film che bypassa totalmente il botteghino,
consegnandosi direttamente nelle mani dei cinefili
più accaniti. In questo film Kitano Takeshi si premura di radere al suolo, con incredibile autoironia e altrettanta pazzia, la propria intera
precedente filmografia. Kitano abbatte con la forza di un intelligenza e di una
sensibilità tutta personale la totalità degli stereotipi sul suo cinema che
egli stesso aveva contribuito a creare nel corso degli anni. Ora, la strada
verso l'onniscienza cinematografica è realisticamente impercorribile.
Nonostante ciò mi prendo la responsabilità di dire che un'azione di questo
tipo, e realizzata in modo così mirato, così incredibilmente consapevole e
ricercato, non ha eguali nella storia del cinema.
Per chi di voi che leggete ha visto Takeshis', pensate per un momento alla scena della spiaggia,
vero e proprio preludio allo sconvolgente showdown
finale. Il sosia di Takeshi Kitano (che
chiameremo Beat Takeshi
perchè sostanzialmente è la rappresentazione sullo
schermo della personalità Beat di Kitano), per tutto il film ha cercato di superare la
mediocrità che lo contraddistingue e che lo differenzia dal Takeshi Kitano famoso. Ci riesce una volta
entrato in possesso di un sacca piena d'armi (lampante citazione di Getting Any? dove il
protagonista Asao da valore alla sua vita a seconda
dell'importanza che la società dà agli oggetti che possiede. Vede in
televisione un personaggio rimorchiare perchè ha una
macchina? Vende il fegato del padre per comprarsene una). Grazie a queste
guadagna soldi, rispetto e una donna, avvicinandosi all'ideale rappresentato da
Takeshi Kitano. La
scena sulla spiaggia mostra il Beat alle prese con una quantità abnorme di
nemici, in una violentissima sparatoria. Il Nostro, insomma, inserisce
un'assurda e demenziale sparatoria su una spiaggia, luogo da lui stesso
deputato come topos per eccellenza all'interno della
sua filmografia. Boiling Point, Sonatine, Hana-Bi, L'estate di Kikujiro, Il Silenzio Sul Mare, tutti bellissimi
film di Kitano dove alla spiaggia come luogo, come
idea, è riservato il più alto senso poetico e lirico possibile. E ancora, Kitano in tutta
la sua filmografia ha fatto della violenza uno dei temi portanti, introducendo
nel mondo del cinema una particolarissima sensibilità riguardo a questo
argomento, e un particolarissimo approccio a livello tecnico. Esemplare
l'esempio che viene più spesso portato per dimostrare la sistematica dedramatizzazione della violenza in Kitano. Violent Cop, il protagonista Azuma
si trova a inseguire uno dei malviventi che hanno rapito sua sorella. Per
strada, di notte, si ritrova a terra con la pistola puntata contro. La scalcia
al momento dello sparo, e il proiettile colpisce un'innocente passante. Come
girare questa scena così violenta (e soprattutto così drammatica dacchè la violenza mostrata è gratuita e ingiusta)? Beh,
chiaro. Tre inquadrature, Totale-Primo Piano della
vittima-Totale. E via di nuovo con l'inseguimento. E pensate anche all'utilizzo
del fuori campo in Kitano.
Aniki nella scena finale di Brother che viene crivellato di
colpi e noi che lo capiamo solo dalla porta bucherellata del diner che egli ha appena lasciato; Shigeru
che scompare in mare in una giornata di pioggia, e il tutto che ci viene
mostrato solo dagli occhi della sua amata ne
Il Silenzio Sul Mare; Murakawa che va al macello in una casa piena di Yakuza da ammazzare e noi che possiamo solo vedere i lampi
degli spari in Sonatine; Nishi che decide di suicidarsi e uccidere la moglie malata
su una spiaggia invernale e noi che possiamo solo sentire due spari fuori campo
mentre la mdp va in panoramica sullo scorcio marino
in Hana-bi.
Orbene, raccogliete tutte queste informazioni e gettatele nel trita rifiuti se
dovete guardare Takeshis'.
La scena sulla spiaggia, infatti, ribalta a 180 gradi la poetica che Kitano ha
sviscerato nei suoi precedenti 10 film (escludiamo Getting Any?). Scene al rallentatore del Beat che
spara all'impazzata, corpi sanguinanti che cadono colpiti da pallottole
impazzite, nemici che si accalcano uno dopo l'altro. La dedrammatizzazione
che va a farsi benedire, l'uso del fuori campo che lo segue a ruota. E abbiamo
una scena allungata all'infinito sia dallo spropositato e inusuale, per Kitano, uso
del rallentatore, sia per lo stratagemma comico dell'insensato continuo
sopraggiungere di nemici da abbattere. Conclusione? La sola scena della
spiaggia dona un valore incommensurabile come opera intellettuale e artistica a
questo film.
FINE 2° PARTE
(12/11/07)