Kitano Takeshi Eiga no Kamisama

A cura di Nicola Cupperi

 

INTRO: KITANO TAKESHI DIO DEL CINEMA

In realtà con quest'unica sgrammaticata frase questo approfondimento si potrebbe chiudere. Ma non si può, proprio no. Non tanto perchè si senta il bisogno di argomentare un'affermazione di per sé talmente assoluta da risultare fastidiosa, boriosa e arrogante. No, non c'è niente da argomentare, la frase rimane lì dov'è.
Kitano Takeshi, dio del cinema.
C'è bisogno di andare avanti nonostante si sia detto tutto, perchè il cammino, inverosimile fino a un lustro or sono, intrapreso dall'ultimo Kitano, ovvero la ormai famigerata “trilogia del suicidio artistico”, ha generato nella grande stampa quotidiana italiana un vomito di parole che, in alcuni lampanti casi, ha raggiunto il lusinghiero livello di cazzata invereconda. Prima di proseguire stavolta argomentiamo per davvero: perchè usare il termine, non proprio ecumenico o diplomatico, “cazzata invereconda”? Il motivo è semplice, e vecchio come il mondo. A chi fa il critico capita più che spesso in sorte la recensione di un film il cui regista gli è sconosciuto o, nei peggiori dei casi, gli è estremamente inviso. Il critico che nel tal caso sforna una recensione in cui, invece di calcare un umile e consigliabile low profile, pontifica su questioni di cui non sa e probabilmente non vuole sapere, ebbene tal critico ha appena messo in stampa una cazzata invereconda.
Chiaramente ecco alcuni esempi splendidamente riassuntivi. Takeshis', primo film della trilogia, ha raccolto le seguenti cazzate invereconde da parte di Ferzetti de Il Messaggero e D'Agostini de La Repubblica:

Anche Kitano ogni tanto dormicchia. Narciso fin dal titolo, il suo Takeshis’ è arrivato in concorso con le stimmate del film-sorpresa inserito all’ultimo momento, ma ne esce con le piume bagnate del titolo minore per non dire superfluo (...) Manca qualcosa che renda meno gratuita e alla lunga estenuante questa gimkana onirica (anche fra i cadaveri). Magari bastava non farne un film, ma dividerla in pillole. Cinque minuti al giorno, in tv, e passa la paura. Ma in concorso no, per favore.
-Da Il Messaggero 3 settembre 2005

A occhio e croce, per rispondere alla domanda di cui sopra, c’è poco da ridere nel suo universo. Dove ci si tingono ridicolmente i capelli «per fare la vita più colorata». «Incontriamoci nei nostri sogni» esorta una battuta del film, perché il resto è grigiore e fallimento.
-Da La Repubblica, 3 settembre 2005

Disclaimer: sono pezzi estratti dal contesto, ma posso assicurare che rispecchiano fedelmente il tono dell'articolo preso nel suo insieme.
Per quanto riguarda il neonato secondo capitolo della saga, ecco un unico ma succoso esempio di invereconda, offerta dalla sempre fonte di ispirazione Mariarosa Mancuso de Il Foglio:

Certi Leoni d’oro andrebbero revocati. O bisognerebbe vietare ai vincitori di girare film per dire al mondo che non hanno idee. (...) Venti minuti di divertimento (...). Poi le parodie diventano più lunghe, sciocche, sguaiate.

Ma torniamo a noi e concludiamo questa introduzione al curaro. Di Kitano si è scritto e detto tanto. A nostro parere, soprattutto sul web, manca qualcosa di completo e, specialmente, aggiornato alla luce della recente piega presa dall'autore giapponese. Ci impegniamo quindi, con l'aiuto di tutta le redazione e il salvacondotto papale del boss Hombrebueno, a sorvolare criticamente, in modo positivista of course, tutta la filmografia kitaniana, accompagnando le (re)visioni critiche con un approfondimento che nei suoi intenti vorrebbe riscannerizzare la carriera del Kitano sotto l'influenza di un mood cinefilo fatalmente modificato dalla visione (in tutti i sensi) dei suoi ultimi due lavori, e che vorrebbe anche prendersi l'ingrato compito di svilire con strumenti e argomentazioni a metà tra l'empirico, l'emotivo e l'intestinale le tre cazzate invereconde sopra riportate, metonimia di una critica italiana ufficiale il cui rigor mortis sta cominciando a palesarsi, a sentire il puzzo mefitico che certi articoli emanano.

PRIMA PARTE: Hell, they didn't see it coming

Kitano Takeshi vede la luce per la prima volta il 18 gennaio 1947 ad Akachi-ku, un quartiere popolare della Tokyo del secondo dopoguerra. Padre imbianchino ubriacone (Kikujiro, lo incontreremo di nuovo), madre restrittiva e severa, Takeshi nasce programmato per studiare, arrivare all'università, preferibilmente ingegneria, e vivere la vita media del giapponese medio. O meglio, è la madre a programmarlo a bacchettate. Per arrivare all'università Kitano c'arriva, ed è pure ingegneria; si iscrive alla pubblica Meji, alla fine degli anni sessanta, all'acme della contestazione studentesca. Il Nostro fa presto a farsi coinvolgere nel giro degli artistoidi intellettualoidi suoi coetanei che popolavano in quel periodo i quartieri centrali di Tokyo; e altrettanto in fretta si stufa di quell'ambiente, con un attacco dell'incipiente snobismo (mischiato in eguali dosi a qualunquismo e misantropia) che sempre lo contraddistinguerà. Nel 1972 ecco l'epifania artistica, dettata da una semplice, repentina, idiota quanto fantastica decisione: sono destinato a diventare un attore comico. Si trasferisce ad Asakusa, peculiare quartiere dove i teatri convivono con splendidi templi. Kitano lo sbruffone cala subito l'asso, e tenta di entrare allo Shochiku, teatro principale del quartiere. Viene rimbalzato senza troppi preamboli. Vagando per le strade affollate di teatri si imbatte nel minuscolo France-za, numeri comici infarciti in mezzo a spettacoli di spogliarello. Direttore artistico il venerando maestro Fukami Senzaburo. Senza alcun'altro motivo valido se non: “Ehi, questo spettacolo l'ho già visto una volta. Mi pare”, Takeshi riparte alla carica assalendo la signora del botteghino e pretendendo un provino col direttore artistico. La paciosa signora lo mette invece a fare l'ascensorista. “Così vedrai il maestro ogni giorno e potrai convincerlo tu stesso”: Kitano accetta. Fukami, incuriosito da questo ragazzo, gli impartisce mini lezioni di tip tap in ascensore verificando ogni giorno i miglioramenti. L'occasione arriva quando un certo Akura, spalla del maestro in uno sketch, non si presenta. Kitano è ufficialmente arruolato nella parte di un travestito che concupisce due ignari giovani all'interno di una gag comica senza copione, con un canovaccio stiracchiato e basata solo sull'improvvisazione. Il primo passo è fatto. Takeshi viene promosso a direttore di scena prima e spalla ufficiale poi, vive praticamente all'interno del teatro e vede i suoi sforzi fruttare. La conseguenza principale è che il France-za comincia a stargli stretto. L'occasione arriva quando un talentuoso comico e scrittore, Kaneko Kiyoshi, gli propone di creare un Manzai, un duo simile allo Stand-up americano in cui due comici, leader e spalla, improvvisano dialoghi e battute fulminanti. Kitano esce dal guscio e abbandona con poco rammarico la chioccia Fukami Senzaburo. L'inizio è difficile. I testi di Kaneko sono buoni ma non innovativi. Il Nostro prende in mano la situazione, dona al duo il nome definitivo (The Two Beats) e soprattutto svecchia i testi di Kaneko, arricchendoli con una comicità politicamente scorretta e terribilmente volgare, e imbastendo dei numeri in cui più di una volta finisce con l'azzuffarsi con qualcuno del pubblico per i troppi insulti lanciati. La popolarità teatrale arriva, così come l'esordio televisivo. Soprattutto in concorsi per comici, dove i Beats non vincono mai, ma dove risultano essere sempre i preferiti tra il pubblico. L'ego di Kitano comincia a essere troppo smisurato per poter condividere il palcoscenico con una spalla; i Two Beats si dividono, non prima di aver esordito anche al cinema nel 1980 col film Makoto-chan. Resta solo Beat Takeshi a imperversare per la televisione nipponica. E ci sarebbe anche rimasto in televisione e basta, se non fosse stato per il lungimirante sguardo del maestro Nagisa Oshima, che chiama il Beat nel 1983 a recitare nell'importante ruolo del sergente Gengo Hara in Merry Christmas Mr Lawrence (Furyo), al fianco di David Bowie. Apriti Cielo! Il danno è fatto, Kitano si è assuefatto al cinema. E quando, nel 1989, un altro grandioso maestro del cinema giapponese, ovvero Fukasako Kinji (che dirigerà molti anni dopo il Nostro nei due Battle Royale), deve rinunciare per motivi personali alla regia del poliziesco Violent Cop, che vede nei panni del protagonista proprio Kitano Takeshi, indovinate chi ha alzato la mano per candidarsi come sostituto. Esatto, proprio il Nostro. Che si presenta sul set il primo giorno di riprese, dopo aver già stravolto in pre produzione la sceneggiatura di Nozawa Hisashi, davanti a una troupe un tantino diffidente, e comincia a ordinare inquadrature impossibili e tagli di fotografia improbabili, solamente, si fa per dire, per giustificare la propria latente autorialità, e per poi lasciare metri e metri di pellicola sul pavimento della sala di montaggio dal momento che quel girato gli serviva esattamente a niente. Ma che burlone. Il risultato? Il risultato è che, diavolo no, non se lo aspettava proprio nessuno. Violent Cop è un film che, e ci scuserete l'ossimoro, nella sua ingenuità disarmante raggiunge livelli di maturità visiva e narrativa impressionanti. Kitano gira un poliziesco seguendo la propria sensibilità. Peccato che la sua sensibilità comandi che venga girato un film che dei canoni lessicali e grammaticali del genere poliziesco non ha niente. Kitano mette sotto vuoto il film, cristallizza l'azione e la violenza del poliziesco. Kitano fa camminare e camminare Azuma, il caracollante protagonista da lui stesso interpretato. Grandangolo a distorcere la prospettiva di un'inquadratura frontale su un ponte, e via. Azuma cammina cammina. Azuma picchia. Picchia con violenza o con ironia (sì, si può picchiare anche con ironia. Vedi i calci nel culo che Azuma rifila al pretendente della sorella). Kitano picchia. Picchia il genere e lo stravolge a proprio vantaggio, a proprio comodo. Kitano crea nuove forme di cinema. Ed è uno dei pochissimi al mondo; insomma chi è oltre a lui in quegli anni a farlo? Carpenter e Tsukamoto? Giusto. Eastwood a modo tutto suo? Giusto. John Woo? Giusto. Tutti quei registi che, semplicisticamente, a guardare un loro film non si dice: “è un film western, è un poliziesco, è un film drammatico”. No no, questi sono i registi che guardando i loro film non si può far altro che dire: “Questo è un Eastwood, è un Carpenter, è uno Tsukamoto, è un Woo, è un Kitano”. Registi che trasformano una pellicola impressionata in un'opera d'arte.

FINE 1° PARTE

 

(04/11/07)

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