SYMPATHY FOR MR. VENGEANCE

REGIA: Park Chan-Wook
CAST: Song Kang-Ho, Shin Ha-Kyun, Bae Du-Na
SCENEGGIATURA: Lee Jan-Sun, Lee Mu-Yeong


A cura di Andrea Magagnato

ANCORA KOREA: ASPETTANDO OLD BOY

Non penso di dire una fesseria affermando che il cinema coreano del nuovo millennio è uno dei cinema più interessanti e maturi del panorama mondiale.
La perplessità e la diffidenza dei distributori europei si pongono ancora come ostacoli non indifferenti, ma se l’esplosione dal cinema sud coreano non è un fuoco di paglia come penso allora presto anche la distribuzione non potrà fare a meno che aprire gl’occhi.
Solo poche settimane ci dividono dall’uscita in Italia dell’attesissimo Old Boy, film che conquistò la giuria di Cannes lo scorso anno e che potrà finalmente consegnare al pubblico italiano il talento indiscusso di Park chan-Wook.
Nell’attesa non resta che volgere un sguardo a qualche anno fa, il 2001, anno di uscita di un film straordinario passato forse troppo silenziosamente in Europa: Sympathy for Mr.Vengeance.
Uno sguardo grottesco quello di Park chan-Wook, eppure così lucido, pulito, a tratti spietato.
La storia è quella di un giovane sordomuto con una sorella malata che ha bisogno di un trapianto di rene. Il ragazzo, che inizialmente ci appare sensibile ed ingenuo, viene truffato da un gruppo di trafficanti di organi che gli portano via l’organo e tutto il denaro necessario al trapianto.
Con un’amica/amante progressista si insabbierà allora in un progetto più grande di lui: un rapimento “buono” (come lo definisce la compagna) che gli consenti di procurarsi nuovamente i soldi per l’operazione. La fatalità, il destino, il suo handicap, alcune coincidenze faranno degenerare la situazione con un Park chan wook abile burattinaio attento ad applicare un’assurda quanto macabra legge del contrappasso a tutti i suoi personaggi.
Un lento ed inesorabile movimento all’indietro sembra compiere la m.d.p nelle mani del regista, più volte si allontanerà dall’azione in questo modo, non in maniera fluida ma con secchi attacchi sull’asse che sembrano testimoniare una certa malinconia e/o rassegnazione nei confronti dei personaggi. Non appare tanto un distacco quanto un allontanamento per passi successivi che lo porterà anche, e forse con lo stesso intento, a servirsi in maniera superba dei fuori campi.
Almeno in un paio d occasioni lascerà il centro dell’azione (il delitto) al fuori campo (un po’ come l’Antonioni di Professione reporter) concedendo allo spettatore solo il sonoro e spostando lo sguardo alle reazioni più che alle azioni.
In stile Ozu si sistemerà molte volte a terra, fisso in un angolo, lasciando molte volte una certa intimità ai protagonisti; i movimenti sono pochi ma significativi, i tempi si dilatano in certe sequenze dove i gesti sembrano congelarsi.
Park non è sempre così, sa anche essere tremendamente spietato, con dei getti di violenza al limite del sostenibile, picchi di rabbiosa e cieca vendetta che non verranno risparmiati allo spettatore, alla Miike per intenderci.
La ciliegina sulla torta è però l’uso che viene fatto del sonoro.
In un film in cui in protagonista è sordomuto il sonoro ricopre un ruolo di primissimo piano. E applicando ancora una volta una sorta di velata legge del taglione (stavolta allo spettatore che a differenza del protagonista ha la “colpa” di possedere un udito) il geniale Park chan-Wook comincia a giocare di contrasti. L’orecchio lavora e sintetizza più in fretta dell’occhio e quindi gli stacci sono percepiti come più significativi, se poi stacchi visivi e sonori sono sincronizzati allora l’effetto è assolutamente straniante. In SfMV i suoni sono molte volte chiassosi, stridenti, ripetitivi, fastidiosi e vengono talvolta alternati alla soggettiva muta del protagonista, basti pensare all’effetto straordinario della sequenza in fabbrica. L’uso che viene fatto del sonoro non si limita certo a questo espediente (che non è poi molto originale), ma si fa significativo proprio per la continua ed esasperante ricerca di destabilizzare uditivamente lo spettatore. Emblematica la scena della cremazione dove boato, crepitio e pianto acuto si “scambiano” le rispettive inquadrature grazie ad un vetro insonorizzato che divide la bara che si avvicina alle fiamme dalla madre disperata.
Un film straordinario nella sua totalità e che non si perde nemmeno nello splendido e spietato finale dove “tutto torna”.
Uno volta gettato uno sguardo al cinema di Park chan-Wook, non si può che essere ottimisti nei confronti dell’ormai prossimo Old Boy.

(22/04/05)