


SUSPECT ZERO
REGIA: E. Elias Merhige
CAST: Aaron Ekhart, Ben Kingsley, Harry Lennix
SCENEGGIATURA: Zak Penn
A cura di Alex
Boriani
UNA ROTTURA NEL CERCHIO
E’ da un po’ di
tempo che lo spettatore è stato smaliziato, ci hanno pensato tutti quei film
usciti sull’onda lunga di Seven e I soliti sospetti a creare una
ragnatela ben visibile, all’occhio sempre più vaccinato del pubblico.
Film che, nel bene e nel male (non starò qui a discriminare fra pellicole da
vedere o da lasciare tranquillamente sugli scaffali), hanno ratificato una
struttura narrativa fortemente paradigmatica.
E quindi, quando si va a vedere un thriller degli ultimi anni (li chiamiamo
serial thriller, d’ora in avanti) si sa che c’è di mezzo un killer
con un nome affascinante (Gemini, Bundy, il Poeta…), un investigatore del
boureau, una sua collega con cui finirà a letto, qualche superiore che non
capisce, indizi come se piovesse e un bel finalone con scontro fra il detective
e l’assassino, che si risolve nella catarsi del conflitto interiore del
buono (che ha sempre un passato di tormenti) e nella morte/arresto/defezione
del cattivo.
Così deve essere, con buona pace di chi non crede più negli happy end.
La cosa, in Suspect 0, prende una piega decisamente differente, e lo si capisce
al volo, fin dalla prima sequenza, fin dall’inquadratura di un paio di
piedi che sembrano entrare dal soffitto.
Che le cose non siano e non saranno esattamente come ci si aspetta lo dicono
una pioggia quasi battesimale, una vittima che sembra saperne più di quanto sia
dovuto, un killer gentile che indossa un guanto in lattice, un cadavere a cui
hanno strappato le ciglia, un disegno che sembra un bersaglio o uno zero o un cerchio
infranto e un detective che ne ha combinata una delle sue, ma che non ha
particolari tormenti da assolvere: lo hanno sbattuto ad Albuquerque perché ha
arrestato uno stupratore in Messico.
Si è fatto sei mesi di sospensione, e poi: via! “in serie B”, come
gli dice un suo nuovo collega, regalandogli una merenda piccante.
Allora?
Come stanno le cose?
Le cose stanno che Merhige, riprendendo una sceneggiatura che Zak Penn aveva
presentato una decina d’anni fa a Tom Cruise, ribalta le carte in tavola
e fa muovere i suoi personaggi in un’atmosfera quasi completamente
irreale, soffocata fra visioni improvvise (ma non clippettare, se Dio vuole) e
che sconfina spesso nell’horror più morboso. E non è un fatto nuovo per
lui, visto che è l’autore di quel Shadow of the vampire che ha stupito
non poco all’uscita nelle sale, per la commistione di generi e per
l’uso, definiamolo personale, dell’intercapedine che esiste fra
reale e mito.
Buoni e cattivi in Suspect 0 hanno contorni diafani e imprendibili, non tanto
perché lo spettatore non sia messo nelle condizioni di decidere, dacchè gli
attori del dramma sono tutti in scena con le loro facce e le loro azioni, ma
perché il confine fra bene e male, fra giustizia e crimine, è
impalpabile… è volutamente sospeso.
O’Ryan (un incredibile Ben Kingsley) è come un angelo della morte
vendicatore, un demonio bianco che soffia nelle orecchie di Machelway la
verità.
Gli indizi che lascia dietro non conducono a sé, ma ad un’altra verità.
Dietro i suoi omicidi si nascondono altri traumi, altri crimini, altre
sofferenze.
Che lui non vuole più vivere perché non accetta il proprio dono della
(super)vista.
Un dono che diventa, proprio per quelle sofferenze che è costretto a
condividere, una maledizione.
E a questa maledizione lui cerca di porre rimedio creando una scia che non può
non essere notata, non può non essere vista, ma che porta ad un bivio sulla
strada della redenzione.
Il problema allora si sposta proprio necessariamente sulla visione; su quel
meccanismo occhio/mente che fa diventare il mondo qualcosa di conosciuto.
I crimini dell’uomo sul camion nero, pedofilo pedofobo e torturatore,
diventano addirittura una mappa nera di morte e disperazione.
E lo diventano fisicamente, visibilmente: capocchie nere di puntine che
inseguono una scia di rapimenti e omicidi; di corpi disfatti, torturati e
macellati, di bambini la cui innocenza viene privata del diritto di macchiarsi
autonomamente.
E O’Ryan è costretto a sporcarsi le mani, per attirare l’attenzione
su di sé e su ciò che vede: porta lo sguardo dell’indagine sul proprio
dito, sperando che prima o poi qualcuno guardi oltre la cortina, strappi le
tende che accecano e veda l’orrenda e oscura verità.
Delitto per delitto, verrebbe da dire: tre assassini pedofili e stupratori per
scovare uno dei mostri più inquietanti che il cinema abbia mai partorito.
Un mostro che non si mostra mai (scusate il gioco di parole) se non attraverso
la parte di sé più visibile, e sempre in “mostra”: un gigantesco
camion nero (come la macchina nera dell’omonimo film: rimando al
diabolico), che attraversa le campagne americane seminando sparizioni, torture,
lacrime e morte.
E l’incontro delle tre anime (poi quattro), nel finale, è forse la
ripresa, speculare però, di una lunga e tormentata stagione cinematografica in
cui il serial thriller aveva perduto quel mordente che possedeva agli inizi:
l’infrangersi della regola manichea per cui il buono è tutto buono e il
cattivo è tutto cattivo.
C’è una rottura nel meccanismo narrativo, nella visione, nel confine che
siamo abituati a visitare.
Qualcosa si rompe negli ingranaggi dell’abitudine; un granello di polvere
che inceppa la quadratura.
Una rottura nel cerchio: vedere per credere.
(31/03/04)