THE SUN ALSO RISES

REGIA: Jiang Wen
SCENEGGIATURA: Jiang Wen, Guo Shixing, Shu Ping
CAST: Jaycee Chan, Joan Chen, Jiang Wen
ANNO: 2007


A cura di Nicola Cupperi

VENEZIA 07': FIABA SOCIALE

Piccoli cenni storici. Nel 1966 Mao Zedong, ormai fuori dai vertici del partito comunista, insieme al "librettista rosso" Lin Biao, progetta la Grande Rivoluzione Culturale Popolare, in minima parte perchè crede veramente di poter fare del bene al paese e al popolo e altre baggianate varie, ma soprattutto perchè vuole fare fuori le nuove leve riformiste del partito (fra cui spiccava il futuro leader maximo Den Xiaoping). Comincia quindi- ufficialmente per soli tre anni, in realtà si avranno strascichi fino alla morte di Mao- la grande opera di cacciata dall'Olimpo di quei dirigenti e intellettuali fautori del comunismo all'acqua di rose, inviso al duro e puro Zedong. Stiamo parlando della famigerata rieducazione: la nomenklatura comunista cittadina, assieme a professori d'università, studenti et cetera vengono spediti nei più sperduti villaggi contadini della Cina continentale. E si sa, la Cina è grande, e di posti sperduti ce n'è finchè si vuole. Qui il segretario di partito locale, evidentemente maoista all'osso, si preoccupa di valutare giorno per giorno il rieducando, attribuendo dei crediti alle varie attività giornaliere svolte. Più maoista è l'attività, più crediti si ricevono, prima si torna a casa. La storiella è bella e interessante, ma lascia di molto sotto traccia l'aspetto drammatico più importante: migliaia di famiglie sono state lacerate per anni da quest'opera di risanamento cultural/popolar/morale compiuta dal grande vecchio del comunismo cinese.
E arriviamo finalmente ai giorni nostri. La Cina entra, a modo suo, a far parte del tautologicamente autodefinitosi mondo occidentale sviluppato; di conseguenza le libertà devono cercare di farsi tali, o almeno di averne l'aspetto. Il cinema può, con cautela, mi raccomando, cominciare a raccontare un certo tipo di storie che fino a poco prima erano inavvicinabili. Fra queste, le infinite storie che si possono raccontare prendendo come humus storico il tempo della rivoluzione culturale. Ci aveva provato quattro o cinque anni fa il regista e scrittore Dai Sijie con Balzac e la piccola sarta cinese, tratto dal suo omonimo libro e miracolosamente, seppur silenziosamente, arrivato anche in Italia. Sijie però non fa testo: vive e lavora in Francia ormai da anni; quindi la sua testimonianza vale sì, ma certamente meno, artisticamente oltre che socialmente e culturalmente, dell'ultimo lavoro dell'attore/regista Jiang Wen. Dal momento che non molti ricordano la sua splendida performance in Sorgo Rosso, l'opera prima di Zhang Yimou, proviamo a collocarlo in un film più visto in Italia così da far capire la stazza del Wen come attore. Per capirci, insomma, Jiang Wen è il co-protagonista di Mille Miglia.. Lontano uno degli ultimi film del prolificissimo Zhang Yimou, passato dalle parti della prima Festa del Cinema di Roma e anche nelle sala italiane, con decente successo.
Jiang Wen, in soldoni, in patria è un dio in terra; in più, avendo lavorato per gente come Yimou e l'independente Zhang Yuan, qualcosa su come si fa cinema deve averlo assimilato. Fatto sta che a metà degli anni novanta esordisce come regista, dimostrandosi bravo e talentuoso anche in questo campo. Ora arriva, per mano dell'ineffabile Marco Muller, la possibilità per Wen di mostrarsi all'occidente cinematografico che conta, sbarcando (devo smetterla di usare questo verbo) in concorso al Lido di Venezia con un film ambientato, appunto, nella Cina della Grande Rivoluzione Culturale Popolare, seconda la dicitura maoista. Come si può ben evincere, il lavoro di Jiang Wen ha più valore socioculturale, a prescindere dal film in sè, della pellicola di Dai Sijie proprio perchè arriva dall'intestino stesso dell'impero invece che da un'intellettuale rinnegato e rifugiatosi in Francia. A questo aggiungiamo il fatto che Jiang Wen è letteralmente idolatrato in Cina, e abbiamo fra le mani un ordigno abbastanza esplosivo. Un ordigno che non si disinnesca nemmeno a fronte della visione del film che, nel suo scegliere una strada fiabesca e sognante per raccontare quattro episodi che si intrecciano l'uno con l'altro negli anni '60 cinesi, mantiene comunque il suo potenziale per gli argomenti extracinematografici prima elencati.
Sarebbe ancora ora di parlare del film, no? Giusto, anche perchè la pellicola vale assolutamente la pena. Strutturato in quattro episodi distinti ma legati fra loro, The Sun Also Rises presenta in maniera molto sfacciata ma onirica la vita di una mezza dozzina di persone fra la campagna, la città e, addirittura, il deserto del Gobi (lo splendido, lirico ultimo episodio). Si sa che il film a episodi è molto appetibile per la sua struttura anti-soporifera, per il ritmo intrinseco che la velocità di narrazione conferisce al film e per la agilità con cui si può snodare saltando di palo in frasca. Purtroppo, ma evidentemente, ci sono dei difetti intrinseci in questa modalità di fare film, come in tutte del resto; quello fondamentale è la innata scostanza che il film a episodi si porta dietro, pur essendo gli episodi diretti dallo stesso regista, si badi bene. Jiang Wen non fa eccezione, e incespica, volente o nolente, sulla radice scoperta dell'incostanza, sfornando (devo smettere di usare anche questo verbo) un primo e un ultimo episodio sinceramente troppo belli per essere veri, scadendo però negli episodi centrali in lungaggini, incoerenze narrative, pochezze registiche e "vorrei ma non posso". C'è da dire, a discolpa parziale del regista, che la gestazione della pellicola è stata alquanto faticosa (forse per l'argomento trattato? Chissà): si è cominciato a girare nel 2003, per arrivare in porto solamente quattro anni abbondanti più tardi; certamente queste dilazioni non possono far bene alla costanza stilistica di un film.
Come chiusura un accenno al cast eccezionale, composto dallo stesso Jiang Wen, dalla splendida Joan Chen, dall'emergente Jaycee Chan (figlio del caro vecchio Jackie) e dall'intoccabile honkonghese Anthony Wong. Musiche ottime e azzecate del redivivo Hisaishi Joe (già menestrello fidato di Miyazaki Hayao e Kitano Takeshi), e bellissima fotografia a otto mani (non chiedetemi di riportare i nomi dei quattro direttori della fotografia, non ci penso proprio).

 

(27/09/07)

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