STEP UP

REGIA: Anne Fletcher
CAST: Channing Tatum, Jenna Dewan, Damaine Radcliff
SCENEGGIATURA: Duane Adler, Melissa Rosenberg
ANNO: 2006


A cura di Marco Compiani

EVRIBADI DENS NAO (?)

Prendete un tamarro yoyo plastificato faccialmente, una letterina senza cervello, shakerate tutto e versate… Cosa potete sorseggiare? Un po’ di merda se permettete.
Politica cinematografica per (pseudo)teenagers pronti a veder riflesso sullo schermo un videoclip patinato-coreografico(?), alla moda (?) degno dell’estetica violentatrice del buonsenso del XXI sec.(MTV! MTV!)
Fotografia smaltata, appiccicosa; coreografie viste e riviste; storie di ragazzi in difficoltà per un (ri)getto incondizionato di seghe-mentali.
Si può tranquillamente risparmiare il biglietto per andare al “cinema” e zappingare famelicamente tra i programmi della De Filippi (la televisione serve anche a questo).
Step Up è un prodotto pacchiano, risibile, superficiale della coreografa Anne Fletcher, la quale si è presa il lusso di scendere a patti (demoniaci) con la settima arte invece di rimanersene nascosta a curare il suo “talento” essenzialmente tecnico.
(de)Motivata non si sa da quale missione comunicativa, la regista oltre ad esordire con un vuoto contenitore, si è pure concessa l’opportunità di inserire in maniera scioccante piccole perle di saggezza sui problemi sociali del mondo giovanile: dalla malnutrizione Mcdonaldiana fino alla criminalità da strada. Il tutto ovviamente viene sparato con un (s)garbo infantile e insensibile in faccia al pubblico, che se ne sta per più di un’ora e mezza a sperare che ri-appaiano i balletti alla “Amici di Maria”, unico strumento per (auto)accecare la propria coscienza critica e non piangere sul tragico impegno socio-culturale.
Una struttura terribilmente spicciola, manichea, di + e – si distende per tutto il film.
Mondo borghese VS Bassifondi, Pursuit of Happyness VS Indifferenza al mondo e al proprio futuro, Altruismo VS Egoismo: una serie di Jab e ganci che stordiscono con il loro procedere disconnesso e incontrollato.
Un pasticcio venuto male che si ostina a utilizzare tutti gli ingredienti a disposizione, ma senza riuscire ad elevare quella che è la banalità di un soggetto (iper)stereotipizzato, che francamente ci ha già da tempo rotto le palle. La semplice storie di due anime (dannate) opposte che grazie ad una storia d’amore (vi prego, prendete il termine per la sua consuetudine) rincorrono un sogno (americano).
Eh si, proprio su questo è da riflettere e da scendere a valutazioni. Sono mesi infatti che il cinema ci ha rintrodotto pienamente nel “Sogno made in U.S.A”, nelle sue aperture di successo/felicità (Muccino), di rivincita/nostalgia (Stallone), di fama (Dreamgirls). Possiamo tranquillamente collocare questa fatica (visiva- ma anche audio) nella fazione sopracitata, ma nell’orizzonte dell’assurdo tentativo di raggiungere una dignità artistica.

(11/02/07)

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