
I Poliziotti di
Stelvio Massi
A cura di Luca Lombardini
Stelvio Massi è uno
di quelli che non ce l’ha fatta. Una brutta
malattia infatti, l’ha sottratto all’affetto
dei suoi fan, più o meno militanti, un battito d’ali prima che
l’ultima mostra di Venezia ne celebrasse nobilmente le gesta, consegnando
la sua filmografia alle sperticate, quanto tardive lodi, della critica
d’essai. Credo di non scrivere nulla di scellerato, quando sostengo che
un posto d’onore tra le sdraio del lido più
famoso d’Italia, Massi lo meritasse eccome, così come ne sarebbero stati
meritevoli i vari Di Leo, Margheriti e Fulci che, parafrasando quest’
ultimo, non sono riusciti a “sopravvivere” ai tempi biblici della
rivalutazione penisolana.
A dire il vero però, il povero Stelvio è stato un regista fin troppo poco
celebrato, persino tra gli appassionati “hardcore” del poliziesco
tricolore. Meno passionale e rabbioso di Umberto Lenzi, meno intellettuale e profondo di Di
Leo, meno sofisticato di Castellari, Massi non è
comunque un regista da sottovalutare. L’autore della trilogia del
poliziotto Mark è stato uno di quegli artigiani che
adesso, tranne rare eccezioni, sembrano definitivamente scomparsi. Diventato
regista dopo una lunga quanto fortificante gavetta, che lo ha portato, tra gli
altri, a ricoprire ruoli in qualità di: aiuto
operatore, assistente operatore, e soprattutto direttore della fotografia, si è
dimostrato negli anni come uno dei pochi registi di genere in grado di
sfruttare senza eguali l’inquadratura per scopi narrativi, riuscendo a
colmare con le immagini gli eventuali sfilacciamenti
della sceneggiatura che stava animando. Fu proprio l’esperienza vissuta
da direttore della fotografia, a far maturare in maniera personalissima il suo
stile registico, estraendo dal suo bagaglio tecnico e
culturale quei colpi di genio che lo portavano ad ottenere l’impossibile
anche dalle situazioni più proibitive, suggerendogli il movimento di macchina
in grado di risolvere la scena. Innamorato, come molti dei suoi colleghi
dell’epoca, del cinema d’azione a stelle e strisce, il nostro era
solito arrampicarsi su piante e cornicioni, al fine di regalare allo spettatore inquadrature degne di quel cinema che tanto
amava. Memorabile a tal proposito, è l’aneddoto raccontato da Tomas Milian ai redattori di Nocturno in una vecchia intervista. Il “cubbano de Roma” riferì a Gomarasca
e soci di quando, durante le riprese di Squadra Volante, Massi rischiò più volte la decapitazione per riprendere fuori dal
finestrino il buon Tomas, intento a sfrecciare a più
di duecento all’ora per le vie della capitale. Ma una visione attenta e
ripetuta dei suoi film rivela un raffinato quanto elegante tocco metacinematografico, un presunto filo di Arianna
che lega tra loro pellicole come: Squadra Volante, con la finta troupe
cinematografica alle prese con una rapina, Mark il
poliziotto spara per primo, con la sparatoria nel cinema, durante la proiezione
di La polizia ha le mani legate di Luciano Ercoli, e
l’escamotage a luci rosse messo in atto dai contrabbandieri di Un
poliziotto Scomodo.
Squadra Volante
Il primo poliziesco
Anno di grazia 1974, Stelvio Massi dirige con mano
ferma e sicura due mostri sacri del nostro poliziesco: Tomas
Milian e Gastone Moschin,
che forti della potenza psicologica fornita ai personaggi dal regista e dallo
sceneggiatore Sacchetti, regalano al pubblico una delle loro migliori
interpretazioni di sempre. Più che lo stupefacente inizio, dove assistiamo alla
finta troupe cinematografica capitanata dallo spietato Moschin,
dietro la copertura di una scena girata in esterni, mette a segno una rapina di
banca per un totale di 210 milioni di lire, a lasciare il segno nel cuore dello
spettatore, sono proprio le angosce di Ravelli (Milian) e del
Marsigliese (Moschin). Il primo è lontano anni luce
dalla tipologia classica del commissario italiano, quello alla
Merli per intenderci. Massi ce lo mostra come
un uomo dall’anima frantumata, ossessionato dalla figura del malefico Moschin, colpevole dell’omicidio della moglie. Ravelli è un uomo dal cuore spento, incapace di provare
sentimenti diversi dall’odio; accecato dal desiderio di vendetta, non
riesce a farsi una ragione del crudele destino che gli ha strappato via la sua
amata, e neanche l’affetto del figlio e le premure della cognata riescono
a far rimarginare le sue vecchie ferite. Il Marsigliese è si
un uomo privo di scrupoli, ma il personaggio che gli viene cucito addosso è
quanto di più distante si possa immaginare rispetto all’archetipo del
criminale tutto d’un pezzo. L’impenetrabile faccia da noir che avevamo amato in Milano calibro 9, mostra in Squadra Volante
una vulnerabilità fin troppo terrena. Moschin dà vita
ad un personaggio malaticcio , tormentato da una tosse
grassa e assillato da una bionda oca senza cervello, innamorata del denaro e
della protezione che questo vecchio genio del crimine non è più in grado di
offrirle. Ravelli e Moschin
sono due uomini uguali, che vivono però sulle sponde opposte dello stesso
fiume. Privi dei loro naturali punti di riferimento, giocano
a rincorrersi per l’intera durata della pellicola, fino
all’inevitabile, tragica, conclusione. Folgorante a tal proposito, è la
scena del regolamento di conti finale.
La trilogia di Mark
Dai fotoromanzi, al grande schermo
Un anno dopo Squadra Volante, Massi dirige il primo episodio di quella che sarà
una delle saghe poliziesche più fortunate dell’epoca. Sorretti dal
fascino angelico di Franco Gasparri, nume dei
fotoromanzi Lancio (quasi 15 milioni di lettori al
mese), i tre Mark rappresentano, insieme ad alcuni
picchi della futura collaborazione con Maurizio Merli, i più grandi successi di
sempre del regista di Civitanova Marche. Anche in questo caso Massi, spalleggiato nuovamente da
Sacchetti, stupisce pubblico e addetti ai lavori con un ritratto psicologico
del protagonista a dir poco originale. Mark ha vissuto
in prima persona le barricate del sessantotto, ed entrato in polizia, è stato soprannominato così dai suoi colleghi a causa di un
corso di specializzazione frequentato in America. Solitario, donnaiolo, crede
nei valori della giustizia. Facendo interpretare Mark
a Franco Gasparri, Massi si allontana
ancora di più dai tutori della legge che hanno reso famoso il filone del
poliziesco italiano. Mark infatti,
oltre a non essere braccato dai cavilli burocratici e dai suoi superiori, come
accadeva a Merli nei film che lo hanno reso famoso, non cova nessun desiderio
di vendetta, e anche quando la malavita elimina il suo amico e brigadiere
Sonetti, conduce le indagini con una freddezza e un distacco che sono agli
antipodi della vendetta urlata del Ravelli di Squadra
volante. Sempre nel 1975, Massi gira il sequel di Mark il poliziotto: Mark il
poliziotto spara per primo. Scritto interamente dal fedele
Sacchetti, in questo secondo film della serie, codificati i tratti
psicologici del protagonista, Massi si diverte a giocare con i generi,
contaminando la solida struttura poliziesca con gli stilemi del giallo e del
thriller, che in quegli anni, forti dei successi argentiani,
sostenevano insieme ai polizieschi le casse dell’industria
cinematografica italiana. Mark spara per primo,
inizia di fatto dove Mark il
poliziotto era terminato. In questo secondo film il personaggio di Gasparri, si trova costretto a difendere il suo vecchio
nemico Benzi, assolto dalla condanna di spaccio di
droga a causa di insufficienza di prove. Mark dovrà fargli da scudo dai proiettili della Sfinge, un
misterioso quanto letale killer. Forte dei suoi trascorsi come direttore della
fotografia, Massi ci regala in questo episodio della
serie, due delle sequenze più celebri del suo cinema. Indimenticabili
rimarranno la scena della sparatoria nel cinema, con il fischiare dei
proiettili che si amalgama alla perfezione con le grida degli spettatori
increduli, mentre sullo schermo scorrono le immagini della scena clou di La polizia ha le mani legate, e la soggettiva della
pistola che spara; così come non si può non ricordare
“l’accecante” scena finale girata in cima ad un acquedotto.
Nel 1976 è la volta di Mark
colpisce ancora. Massi rivoluziona il classico
plot poliziesco, avvicinando lo spettatore al mondo del terrorismo organizzato,
parola che all’epoca spaventava forse più di oggi. Mark
è un infiltrato dei servizi segreti camuffato da hippy con tanto di camicia
logora, pantaloni sdruciti e barba incolta. Il regista gioca ancora con lo
stereotipo del poliziotto-sergente di ferro, vestendo il bel Gasparri come un criminale qualunque. Pur non essendo un
film particolarmente riuscito, e rappresentando sicuramente l’anello
debole della trilogia, il terzo e ultimo episodio di Mark
offre comunque degli spunti interessanti. Il primo
riguarda senza ombra di dubbio la trama, che tratta
per la prima volta temi forti per un poliziesco, come il terrorismo (ci troviamo
nei famigerati anni di piombo). Il secondo degno di nota, è il personaggio di Gasparri, costretto a vivere palmo a palmo con i
terroristi, rischiando di mettere a repentaglio, oltre alla sua vita, i suoi
ideali di giustizia e democrazia, che rischiano più volte di vacillare, come
quando viene conquistato dall’affascinante
Marcella Michelangeli, la terrorista che appoggia John Steiner nella sua folle
lotta di classe.
I film con Maurizio Merli
Tra commissari di ferro e film crepuscolari
Correva l’anno 1976, Massi, a Milano per le riprese di Mark colpisce ancora, conosce l’attore Maurizio
Merli. Tra i due scoppia subito la scintilla, e da lì alla prima collaborazione
il passo è breve. Passano solo 365 giorni, e il primogenito di quest’unione arriva puntuale nelle sale. Poliziotto
sprint non è propriamente un poliziesco, perché è una pellicola fondata
sull’azione allo stato puro, adrenalinica e viscerale. Il sottotesto da
crime movie è ridotto a solo pretesto, e il numero dei forsennati inseguimenti
per le strade di Roma e dintorni supera di gran lunga
quello delle sparatorie. Proprio per questa sua dimensione
nuova e a tratti scanzonata, che lo pone come episodio unico e totalmente a se,
nel panorama action italiano di quegli anni Massi ha più volte dichiarato di
amare particolarmente questo suo lavoro. La pellicola è, dal punto di
vista della psicologia, meno profonda e curata, molto diversa dagli episodi
della filmografia del regista sopraccitati. Ogni preziosismo di scrittura viene infatti sacrificato sull’altare delle spettacolari e
ripetute acrobazie su quattro ruote, ma nonostante questo, il film non perde
quasi mai in credibilità, perché protetto dalla grande abilità di Massi nel
riempire i vuoti narrativi con le sue capacità di grande cineasta
d’azione. Lo stesso anno il nostro stacanovista della cinepresa gira il suo secondo film con il compianto Merli.
Poliziotto senza paura è l’ennesimo tentativo di Massi di sfuggire
alle maglie del genere, che verso la fine dei settanta, andavano stringendosi
sempre di più. Merli impersonifica l’ex
poliziotto Walter Spada, che appeso al chiodo il distintivo, si dedica ora alle
investigazioni private. Il film si rifà ai classici bogardiani
della Hollywood in bianco e nero, e anticipa di un
paio d’anni le tematiche di uno dei film più belli di Castellari:
Il giorno del cobra. Il film fu una coraggiosa scommessa del regista, che volle
Merli commissario duro e manesco per eccellenza, in un ruolo dove la capacità
balistica e le scazzottate ricoprivano uno spazio marginale. L’attenzione
del regista si sposta su alcune tematiche sociologiche
come lo sfruttamento della prostituzione minorile, che ancora oggi sono di
scottante attualità. Massi è però bravo ad alternare i
diversi registri, che spesso scivolano nella commedia grazie alla simpatica
performance di un Moschin rientrato nei ranghi di
comico. Il film ha un chiaro respiro internazionale, e il regista si diverte ad
introdurre nei dialoghi elementi metacinematografici,
come quando sovrappone la voce del protagonista ai poster di Robert Mitchum e Steve McQueen, chiaro riferimento
alle passioni cinematografiche di Massi. Il 1978 è la volta de Il commissario
di ferro, film standard che si arena troppo presto sui cliché del poliziesco merliano. Nonostante la pellicola non brilli certo per
innovazione e originalità, Massi ci regala momenti tecnici e suspense di alto livello come il ralenti prolungato che introduce il
film, o la grande tensione a che si respira durante il rapimento del
commissario. Il 1978 però è anche l’anno di uno dei film più belli di Massi: Un poliziotto scomodo. La pellicola, tratta da un
soggetto del figlio Danilo, ci mostra ancora una volta un poliziotto sfinito
moralmente, che dopo l’ennesimo trasferimento a scopo punitivo decide di
cambiare vita, chiudendo per sempre il revolver in un cassetto. Ancora una
volta, il regista decide di far piazza pulita di tutte le convenzioni del
genere, e attraverso una scena girata magistralmente: la macchina da presa, al
fine di mostrare la metamorfosi etica del protagonista, sfuoca il volto di
Merli mentre scarica la pistola. Dal punto di vista narratologico
non può non essere ricordato lo straordinario escamotage metacinematografico
messo in atto dai contrabbandieri, i quali usano come input per i loschi
traffici marittimi l’inizio di una trasmissione a luci rosse regionale.
Il 1980 è l’anno che segna il canto del cigno del poliziesco tricolore.
Massi si congeda dal genere con un film straordinario,
una delle sue migliori performance di sempre: Poliziotto solitudine e rabbia.
Girato tra Venezia e una gelida Berlino, il film racconta le gesta di un ex
poliziotto (ancora Merli) che ritorna in servizio per aiutare un amico. Due le
scene da pelle d’oca: la sparatoria in quel di Venezia, con un Merli in forma strepitosa in grado di sfondare una
vetrata prima di lanciarsi all’inseguimento dei banditi su un motoscafo (il
tutto rigorosamente senza controfigura), e la raggelante sequenza ambientata
nello stadio di Berlino completamente ricoperto dalla neve, oppresso da un
cielo color cemento.
(04/07/05)