THE STATION AGENT

REGIA: Thomas McCarthy
CAST: Peter Dinklage, Bobby Cannavale, Patricia Clarkson
SCENEGGIATURA: Thomas McCarthy


A cura di Davide Ticchi

L’IMBALSAMATORE DEI TRENI

Come tre naufraghi della vita, un nano solitario e ormai affranto dal pregiudizio che lo circonda, una donna disfatta interiormente dalla perdita di un figlio, e un giovane uomo gestore di un chiosco con il padre ammalato
. Come tre deragliati passeggeri di un treno che procede a velocità variabili, proprio come gli umori, i sentimenti e le pulsioni di una vita. Sono i tre protagonisti di una stessa esistenza, sospesa tra il vento tagliato da un treno perennemente in corsa, e una rotaia parallela ad abitazioni che rilevano il suo sferragliare ogni qualvolta quel treno passa. Come Fin, il “mezzo uomo” che vive grazie ai treni e ai rumori che questi provocano, nel suo laboratorio dove i treni li costruisce, modelli ridotti in scala di una sua grande passione da condividere. Poi un giorno però il padrone del negozietto in cui lavora muore, e così Fin si trova ancora più solo, con un’eredità lasciatagli da questi che lo vede adesso proprietario di una scalcinata e non più funzionante stazione nel New Jersey. Là, una volta trasferitosi, troverà altre due anime inferme e solitarie, che lo accoglieranno come un fratello, pronte a richiudere un triangolo di espiazione delle colpe e delle sofferenze umane.
Proprio su un gioco delle stature dei toni, delle ambiguità, l’ottimo film di McCarthy assume forza e coraggio, sorprendendo con la narrazione di una storia che sta tra la commedia della vita di “Pomodori Verdi Fritti” e il dramma più nero de “L’imbalsamatore”. Non è un caso che la costruzione di Station Agent si avvicini molto a quella del film di Matteo Garrone, dove il nano, il ragazzone ingenuotto e la bella irrequieta prendono parte alla giostra della vita. E anche quando il dramma si fa più nero e torbido l’amicizia è pronta a riaffiorare, come la passione per i treni, come quei sentimenti che per l’uomo sono così naturali, ma a volte anche così difficili da dimostrare. Fin è indiscutibilmente personaggio di poche parole, ma come ci dimostra, non c’è parola che valga un gesto, e un amicizia che valga il dover sapere tutto dell’altro. I tre amici si scambiano infatti quelle parole confortanti e affettuose con piccoli gesti o sguardi, adeguandosi l’uno all’altro ed ammirandosi per quello che si è, proprio come protagonisti un po’ deformi di una fiaba edificante e magica. In questo senso l’esordiente Thomas McCarthy dimostra di sapere cosa grava maggiormente al cinema moderno, e di sapervi colmare con un film che dopo “Kitchen Stories” rivela tutta la sua poetica. Ed è proprio con i movimenti di macchina semplici e regolari utilizzati da Bent Hamer che McCarthy sfrutta al meglio quel set desolato che è il New Jersey, e che i suoi personaggi occupano con infinita voglia di riscoprire. E proprio inseguendo i treni, come fa il nostro piccolo amico, anche gli altri troveranno le loro stazioni da oltrepassare con grande velocità, perché la vita è una corsa che va fatta, e nel modo più felice anche. A questi significati di positiva e rinvigorente forza vitale, si alternano momenti di infimo realismo sociale, come quando il nano Fin dice ai suoi due amici di avere passato la vita cercando di accettarsi per quello che è, e con migliaia di persone intorno che lo insultano per questo. Di cartesiana chiarezza in questo senso è la penultima sequenza del film, dove Fin, finito in un bar a bere – proprio quel luogo che non aveva mai avuto il coraggio di frequentare – si trova ad essere ubriaco e a gridare a tutti gli avventori di essere “si, un nano!”. Il ritrovarsi e l’accettarsi, come l’amicizia, sono valori che The Station Agent tratta quindi in maniera immensamente appassionata e disperata, con quel lirismo unico delle opere che rimangono nel cuore per tutta la vita.
Una menzione particolare va alla bravissima Patricia Clarkson, vincitrice al Sundance Film Festival del premio come migliore attrice, insieme con il premio del pubblico e della migliore sceneggiatura.

(25/05/05)

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