SGUARDI D’AUTORE: JOHNNY TO
L’ULTIMO INNOVATORE DI Hong Kong

A cura di Luca Lombardini

Johnny To è senza ombra di dubbio l’ultimo grande innovatore del cinema hongkongese. Insieme al più famoso Tsui Hark rappresenta lo zoccolo duro dell’avanguardia concettuale cinese. Regista e produttore esigente e ingerente,modello di uomo di cinema da seguire e (ri)scoprire, ha dimostrato fin dagli esordi di saper amalgamare nelle sue opere le numerose chiavi di lettura che ogni genere cinematografico offre. Insieme al fedele sceneggiatore Way Kai Fai, successivamente anche regista del meraviglioso quanto sfortunato Too many ways to be no.1, crea dal nulla una piccola compagnia indipendente: la Milkway, etichetta che terrà a battesimo alcune delle opere dei nomi più rappresentativi dell’ultima new wave made in Hong Kong come: Patrick Leung, Patrick Yau, Andrei Lau. Quando decide di accomodarsi con continuità dietro la macchina da presa, To ha sul cinema di Hong Kong lo stesso effetto salutare di un temporale estivo. Correva l’anno 1995 e l’ Heroic bloodshed appariva agli occhi di tutti i cinefili, come un gigante con i piedi d’argilla. L’ultimo grande filone contemporaneo,sembrava aver esaurito tutte le sue cartucce migliori. Il movimento cinematografico che aveva restituito a tutti gli appassionati il gusto per le psicologie dei personaggi, inserito all’interno di un contesto iperbolico e spettacolare mai visto prima tra le pellicole d’azione, si stava inesorabilmente accartocciando su se stesso, schiacciato sotto il peso della progressiva “hongkongesizzazione” cinematografica occidentale. Ogni fan delle trame poliziesche, abbagliato dalle produzioni hard boiler orientali, aveva dedicato ad esse anima e corpo. Saturi della ristagnante piattezza hollywoodiana, ci eravamo rivolti a questo cinema con il cuore gonfio di gratitudine, infatuati come quattordicenni alla prima cotta dei suoi antieroi, dei “Bullet Ballet” e delle compiaciute esagerazione acrobatiche. Poi, come al risveglio da un sogno troppo bello per essere vero, la realtà e il trascorrere degli anni svelarono un panorama tutt’altro che incantevole. Gli stilemi coreografici e spettacolari dell’action di Hong Kong erano stati tramutati in merce globale, prima decontestualizzati e successivamente appiattiti alle logiche di mercato, venivano somministrati all’omogeneizzato pubblico occidentale, affamato di pop corn movies. Oltre al danno si aggiungeva anche la beffa, perché una riflessione sul fenomeno appena un po’ approfondita, dimostrava che i responsabili di tale globalizzazione erano proprio gli alfieri dell’ Heroic bloodshed. I vari John Woo, Ringo Lam, Tsui Hark, una volta approdati ad Hollywood, si mettevano subito al servizio di sua inespressività Van Damme, i risultati di questi funesti matrimoni artistici (i vari Hard Target, Maximun Risk, Double Impact e compagnia sparando) portarono ad un inevitabile scadimento delle pellicole d’azione. Proprio in questo deserto di ispirazioni ed innovazioni di metà anni novanta, si inserisce il cinema di To. Mentre i suoi connazionali in gita premio ad Hollywood, cercano di arrabattarsi tra blockbuster di cassetta e inguardabili film per la televisione, To, come il suo protetto Andrei Lau, sceglie di restare in patria, riuscendo nell’impresa di resuscitare, reinventandolo, il cinema di Hong Kong. L’opera di pulizia operata da To e dalla sua Milkway è una vera e propria catarsi per il genere. Sulle ceneri dei fasti creativi hongkongesi, To costruisce, producendolo e dirigendolo, un cinema popolato da fantasmi di ritorno da inferni veri o presunti, spiriti e ombre che attraversano i tempi, gli spazi e i filoni, per ritornare in vita nei suoi due capolavori: A Hero never dies e The Mission. Fin dai tempi di Loving You, To taglia i ponti con la figura di John Woo, marchio di fabbrica per eccellenza del noir hongkongese; niente più mexican stand off o double gun action, ridotti all’osso anche i ralenti, al loro posto un intreccio melo noir accompagnato da un’immobilità di azione molto simile a quella che riempie i film di Wong Kar Wai. To rivitalizza il cinema di Hong Kong agendo fuori moda rispetto a quello che succedeva oltre oceano, se i suoi colleghi spingevano sul piede dell’acceleratore lui procedeva a folle, se in America si consumavano cartucciere in quantità industriale, lui concentrava le scene violente in momenti precisi della narrazione, per soffermarsi poi, sul male che quelle ferite avevano causato.

LOVING YOU
La calma prima della tempesta. Inizia la rivoluzione


Una donna freddata da un’automatica che spara attraverso una bottiglia di plastica appoggiata alla tempia e un poveraccio ammazzato con quattro siringhe infilate del braccio. Inizia così Loving You, pellicola della svolta per tutto un movimento privo di qualsiasi idea. To realizza un film che si regge in equilibrio perfetto tra il melò e il noir, che illustra nuove strade da percorrere e farà da spartiacque a tutti i giovani esponenti dell’ultima new wave hongkongese. Loving You è un film ronin, quasi una cavia per quelle che saranno da li a qualche anno le direttive estetiche e contenutistiche delle pellicole targate Milkway . L’autore di The Mission dedica un’attenzione quasi ossessiva alla relazione tra il poliziotto e la moglie, incinta, ma di un altro uomo,la quale, nonostante il momento di difficoltà, si prende cura del marito gravemente ferito in uno scontro a fuoco, che gli ha causato la perdita dell’olfatto. To fa le prove generali per il suo capolavoro A hero never dies, dove riprenderà la stessa vicenda ribaltandola, dopo averla duplicata. Il film, sicuramente il minore dei tre elencati ( è comunque un bell’accontentarsi ) va letto proprio in chiave retroattiva, per cercare di capire come con un low budget To, inizi a sviluppare i suoi topoi narrativi. Proprio in quest’ottica va vista ed interpretata la sparatoria finale, con la donna legata ad una sedia a rotelle che corre come impazzita tra i bossoli e i vetri in frantumi . Il regista modella su Carman Lee una figura molto materna e reale, un personaggio a tutto tondo, spalla perfetta per Lau Ching-wan, che risolve l’annosa lacuna dei personaggi femminili dell’heroic bloodshed,fin troppo spesso relegati a ruoli di solo tappezzeria. Come spiegato in precedenza il produttore regista, limita al minimo le esplosioni di violenza, puntando la macchina da presa sulle anime perse dei protagonisti, scavando tra i loro fantasmi più nascosti.

A hero never dies
Punto di non ritorno


La sola scena della sfida nel bar a colpi di bicchieri e monete, basterebbe a fare di questo film, un capolavoro assoluto di tutta la storia del cinema d’azione. Cinque minuti di cinema puro, viscerale, che sprizza inventiva e passione da tutti i pori. Dopo aver fatto le prove generali con Loving you, To si supera con A hero never dies, stupendo scena dopo scena, comprimendo inquadratura dopo inquadratura l’eredità lasciatagli da Woo, lasciandola flirtare con i suoi punti di riferimento occidentali (Peckinpah, Coppola, De Palma). Ogni richiamo,innesto o citazione non è mai fine a se stessa,ma perfettamente amalgamato con gli ingranaggi di un film, che porta alle estreme conseguenze un intero movimento cinematografico. La vera rivoluzione prima che tecnica è però ideologica. Nell’universo di To non c’è più spazio per i sani valori dell’eroismo e dell’amicizia virile,propri del cinema di Woo,quello che viene messo in scena è un microcosmo criminale senza più regole e riconoscenza, dove la sconfitta degli ideali è senza appello. Il film si spegne una prima volta insieme alle vecchie vite dei due luogotenenti, che si feriscono gravemente per difendere i due boss più figli di puttana che la storia del gangster movie hongkongese ricordi. E quando la pellicola riparte metaforicamente da zero, li ritroviamo ai margini della società, dimenticati da quella triade per la quale erano pronti a sacrificare la vita.
Uno, Lau Ching-wan (antieroe per eccellenza del crime movie di fine millennio), costretto a mendicare ad un angolo della strada, mentre si trascina, facendo leva con delle bottiglie,su una tavola con le ruote, l’altro, Leon Lai, si divide tra la manovalanza al porto e le cure per la compagna malata. Ma la vera protagonista di A hero never dies è la morte. Nel film tutti muoiono (anche più di una volta). Muoiono le due donne, chi per scelta, chi assassinata, muore fisicamente Chingwan, in una delle scene più belle e commoventi di tutto il film, mentre stringe tra le dita il grilletto di un fucile con lo sguardo perso nel vuoto, fissando un bersaglio che non c’è. Ma a lasciare a bocca aperta è il personaggio di Leon Lai, quando entra nel locale della sfida iniziale, per farsi carico della catartica vendetta finale. Quello che accade nell’ultimo quarto d’ora di pellicola è semplicemente geniale e necessario, 15 minuti che lanciano il film nella leggenda.

The mission
Il cerchio si chiude


The Mission è un film sullo “Yi”, il codice d’onore che univa i valorosi eroi spadaccini wuxia. To decontestualizza questi comandamenti medioevali trascinandoli nel ventesimo secolo, per narrarci la storia di cinque killer professionisti, alle dipendenze di un boss mafioso, appena sfuggito ad un tentativo di omicidio.Ma l’equipe assoldata da Mr. Lung possiede tutto fuorché lo spirito di squadra,occasione unica per To per esplorare ulteriormente le non regole che sorreggono il sottobosco malavitoso. La bellezza di The mission sta proprio qui, nell’analizzare l’austero scorrere del quotidiano aspettando un imboscata che non arriva mai, e mentre i minuti passano ci accorgiamo che il vero obbiettivo del regista è quello di descrivere il timido sbocciare della coesione empatica tra i membri del clan, che una volta raggiunta, permette a To di mostrarci i cinque in sintonia totale nella scena clou del film, quella della sparatoria in un magazzino deserto. Qui To raggiunge il punto più alto della sua carriera, lasciandosi alle spalle i rigurgiti della Hong Kong anni ottanta, che facevano capolino in A hero never dies, girando una sequenza metafisica ai limiti dell’astrazione che replica con tutta la sua bellezza ai manieristici funanboli hollywoodiani.

(15/04/05)