


SIDEWAYS
REGIA: Alexander Payne
CAST: Paul Giamatti, Thomas Haden Church, Virginia Madsen
SCENEGGIATURA: Alexander Payne, Jim Taylor
A cura di Pierre
Hombrebueno
IN
VINO VERITAS
Alexander Payne è un regista assai strano. Dopo averci sorpresi con
l’affresco tardo generazionale che è A proposito di Schmidt, fa un passo
indietro, non solo qualitativamente, ma anche temporalmente, se infatti la sua
opera precedente affronta la vecchiaia prossima all’anzianità, i nostri
nuovi protagonisti sono della generazione subito prima di Warren Schmidt. Due
uomini in viaggio, uno in procinto di sposarsi, e uno ancora shoccato dal
recente divorzio.
Il tocco autoriale di Payne è ben visibile e marcato: il suo è un Cinema che
vive di dialoghi e di primi piani, un Cinema che scorre con le parole e gli
sguardi, nella sua apparente tranquilla sobrietà.
Payne, anche sceneggiatore dei suoi film, ama creare dialoghi quasi
improvvisati, semplici, due amici che parlano del più e del meno, del giorno e
della notte, di ieri e di oggi. Questo rende i suoi personaggi molto
assimilabili e toccabili, molto reali, in cui è facile riconoscersi per la loro
semplicità; non è un caso se molti over70 si siano commossi fino alle lacrime
con A Proposito di Schmidt, perché una dote di Payne è quello di riuscire a
creare personaggi vivi, mai caricaturali ed eccessivi, ma sempre misurati nella
loro naturalezza. Questa dote viene sfruttata al massimo nel suo precedente
lavoro, in quanto la concentrazione era rivolta solo verso un unico
personaggio, appunto Jack Nicholson aka Warren Schmidt, che diventa perciò il
fulcro della pellicola, in quanto Warren stesso è la reincarnazione del tema
filmico: la vecchiaia. A differenza di Sideways, questa centralità scompare
completamente, perché Payne si ritrova a gestire ben due personaggi quasi
opposti, e non solo, ma anche una miriade di tematiche.
Se in A Proposito di Schmidt il fulcro era Jack Nicholson e la vecchiaia, in
Sideways le sfumature sono infinite: amore, paranoie pre-matrimonio,
fallimento, e soprattutto, una nuova filosofia di vita, quella del Vino. Un
Pinot Nero come metafora interiore di esistenza.
Payne non riesce ancora a gestire più personaggi e tante tematiche
contemporaneamente, e non riuscendo a trattare tutti questi argomenti in modo
approfondito, riesce solamente ad accennarli, a sussurrarceli. Per questo
Sideways non coinvolge quanto la storia di Schmidt, ci sono troppe direzioni,
troppe strade aperte ma non battute. La narrazione ha dunque un senso di
incompiuto, e nella sua veduta globale è facile notare come più scene non siano
state sfruttate al massimo della loro potenzialità, come per esempio
l’episodio della visita alla madre di Giamatti, collocato in uno
spazio/tempo che ne fa perdere il valore, facendolo risultare inutile. Quel che
manca in quest’opera è una organizzazione interna delle varie
significazioni, una semantica che riesca a coordinare le varie connotazioni che
il film offre. Ci sarebbe tanto da sviscerare in Alexander Payne , è
sicuramente un regista che ha molto da dire, solo che gli sfugge una sintassi
che riesca ad equilibrare le connessioni reciproche dei suoi messaggi, di ciò
che vuole trasmettere allo spettatore.
“Se decidi di stappare una bottiglia di vino domani, invece che oggi,
cambia il suo sapore. Ogni giorno il Vino ha un sapore diverso” dice
Virginia Madsen, in uno dei pochi momenti veramente belli del film, colta in un
primissimo piano con le lacrime agli occhi.
I momenti migliori di Sideways sono i folgoranti primi piani agli attori,
risucchiati dalla cinepresa, immortalati in quel tale momento flash
d’espressività. Payne è un ottimo direttore di attori. Paul Giamatti,
Thomas Haden Church e Virginia Madsen piangono senza mostrarci le lacrime, e
questo, è qualcosa di enormemente bello, uno dei motivi per cui non riusciamo
ad odiare completamente Sideways nemmeno volendolo, nonostante i suoi (tanti)
difetti e le sue (tante) mancanze. Uno dei motivi per cui rimaniamo fiduciosi
in Alexander Payne, aspettando il suo prossimo lavoro. E chissà che quella non
sia la volta veramente buona per mostrare in pieno il massimo della sua
potenzialità di film-maker. Ma per questo Sideways, l’amarezza in bocca
rimane. Purtroppo.
PAUL GIAMATTI, UN VINCITORE
Non è proprio un celebre attore. Molti probabilmente l’avranno sentito nominare
per la prima volta in Sideways. Paul Giamatti è un attore nell’ombra, e
vedendolo è facile dirsi “Oh, ma dove l’ho già vista questa
faccia?”
Facciamo brevemente un viaggio introspettivo nella nostra memoria
cinematografica.... ah eccolo, sulla base di controllo insieme a Ed Harris in
quel capolavoro che è The Truman Show di Mastro Peter Weir.. e persino il
Sergente Hill in Salvate il Soldato Ryan di Spielberg.. ecco che la carriera di
Giamatti comincia pian piano ad essere inquadrata.
Un attore dal volto comune, che passa quasi inosservato. Ci voleva un ottimo
direttore di attori come Alexander Payne per portare completamente sotto i
riflettori questo volto, per distoglierlo dall’ombra.
Nonostante tutti i difetti del brutto Sideways, un fattore è intoccabile: La
recitazione di Paul Giamatti. Misuratissimo, una performance da uomo che non
c’era, una naturalezza sempre più rara nel Cinema. Payne coglie al
massimo l’espressività di Giamatti, trasformando il suo volto anonimo in
qualcosa di contemporaneamente rarefatto e comune per farci riconoscere in lui.
I momenti più belli di Sideways sono i primi piani, i dettagli, ed i
particolari su Paul. Anche solo per un momento, le parole vengono messe via per
comunicare con la mimica, per emozionare con un falso sorriso tinto di agro, un
paio di occhi rossi di alcool o lucidi di lacrime. In Sideways ogni piano su di
lui dovrebbe essere rubato e portato via, custodito.
Giamatti è un attore popolano per eccellenza. Siamo tutti dei Giamatti.
Dunque, non sorprende neanche più di tanto che questo attore popolano non sia
stato candidato agli Oscar, perché il fascino di Paul non ha nulla di
Hollywoodiano, non è un gran pezzo di fico, non ha sex appeal, non ha amici
potenti. Lui non appartiene e non è mai appartenuto al grande club elitario
dello Show Business perché appartiene a noi, è un nostro attore. Ed è per
questo, che Oscar o non Oscar, per noi Paul Giamatti è già un vincitore.
(01/03/05)