
SEVERANCE
REGIA: Christopher Smith
SCENEGGIATURA: James Moran
CAST: Toby Stephens, Claudie Blackley, Andy Nyman
ANNO: 2007
A cura di Marco Compiani
IL SADISMO PER UNA BUONA CAUSA
COLPISCE ANCORA
E’ proprio vero che l’Europa dell’Est è diventata una meta
accattivante per il cinema gore and splatter, quasi una moda turistica nel
mandare allegramente al macello la dominazione occidentale. Prima di tutto, la
scelta, a parte i più che ovvi livelli politici, si presta bene sul dato
visivo, destreggiandosi con creatività tra ambientazioni molto vicine ai canoni
iconografici del genere. Oltre all’ancestrale topos
del bosco o della casa abbandonata in esso situata, è l’architettura
degli scenari, con edifici in rovina e impolverati di spettrale disabitazione, che diventa un non-luogo per eccellenza,
racchiudendo una delle paure sociali più profonde: la decadenza della civiltà.
Una decadenza che viene sfruttata, o come profitto economico o come paese dei
balocchi a luci rosse, per poi ribaltare la propria posizione da marciapiede e
danzare vendicativamente sulle budella dei suoi
strozzini. Chiamiamolo “occhio per occhio”, contrappasso,
“giustizia”, alla fine il gioco è quello, nitido nel fare del
cinema un altruista che “ruba ai ricchi per dare ai poveri”.
Il problema di fondo però è sempre lo stesso, per il quale ogni idea nuova
viene rigorosamente sfruttata in maniera seriale, così che, si aggiunge, a
inevitabili pregiudizi, un decentramento dell’attenzione.
Nel nostro caso Severance
è debitore dei suoi predecessori (Eli Roth su tutti) ma prova, con un po’ troppa
libertà, a distinguersene. Come i giovani cazzoni di Vacancy o i
poveri sfigati di Hostel,
la comitiva di rappresentanti della multinazionale in questione ha un
obbiettivo da svolgere, ma l’imprevisto non tarda a piombare,
trasformando l’apparente “gita scolastica” nella più tipica
carneficina. Il confronto obbligatorio con il primo capitolo del dittico by Eli Roth, mostra,
da subito, coincidenze nel tono usato, che volteggia in una suspense
cinicamente farcita di humour nero fino ad esplodere in una comicità arteriosa.
Aspetto fondamentale questo, perché ha oramai assunto le sembianze di un cliché
pressoché distinguibile in gran parte del panorama horror. L’operazione
di Smith
però gioca maggiormente sui suoi personaggi, creando al loro interno una
spaccatura schizofrenica che si proietta nel loro rapporto con l’esterno.
Sebbene molto opinabile nella sua riuscita, causa scialbe soluzioni affrettate
e isolate, lo scopo ironico sta nel creare un carattere quasi infantile nei
protagonisti, incapaci di vivere realisticamente la paura connessa ai numerosi
pericoli che si appropinquano davanti. Sembra, infatti, che non riescano a
prendere sul serio quello che li circonda, facendo emergere così un caustico
gioco satirico sul loro ruolo produttivo: fabbricanti di morte ma lontani dal
significato di questa.
Alienazione emotiva che si arricchisce nel cadere sistematicamente in
interpretazioni “soprannaturali”, le quali sono affrontate da
approssimative sequenze parodistiche degli stereotipi più convenzionali, o in
un’incredulità generale, vicina ad una scusante.
Il limite fondamentale quindi è un’esplicitezza
troppo marcata, che trova alimentazione nell’identikit molto deducibile
dei brutali carnefici con un gruppo di terroristi e, guarda un po’,
l’arsenale militare del loro covo è proprio Severance
Copyright (allusioni contemporanee?).
Diretto nel polemizzare a 360° apparenti, ma lontano dal distinguersi come
cinema, perché molto anonimo sul lato visivo e ristrettivamente
classico, Tagli al personale si
sofferma troppo nell’“originalità” del singolo avvenimento
(mortuario e non), senza riuscire a creare fino in fondo un’atmosfera
coerente. Difetto che non attribuiamo a Roth, la cui targa stilistica è ben evidente e marcata.
Incrociando le dita speriamo in un ritorno dell’autore più accattivante e
controllato, augurandoci di veder fumare meno canne, ormai più famose delle
sigarette, e di non assistere ad esperimenti di carattere biologico
sull’effettivo funzionamento della vista post-decapitazione.
(17/10/07)