


LA SCHIVATA
REGIA: Abdellatif Kechiche
CAST: Osman Elkharraz, Sara
Forestier, Sabrina Ouazani
SCENEGGIATURA: Ghalya Lacroix,
Abdellatif Kechiche
ANNO: 2003
A cura di Pierre Hombrebueno
CAPOLAVORO CRUDO E FALSAMENTE SINCERO
La prima cosa che
colpisce di questo viscerale film è il suo
potentissimo uso del linguaggio marcio, quello gergale di strada fatto di
parolacce ed insulti che farebbe impallidire e turbare (non solo) qualsiasi
moralista benpensante. E’ un linguaggio talmente forte da poter sembrare
sopra le righe, esageratamente pessimista nel raccontare di questi giovani
sub-urbani cresciuti e condannati nel loro ceto sociale che non sembrerebbe
avere futuro, tra genitori imprigionati e spaccio di droga.
La forza uditiva di questa crudezza è quindi il primo impatto dell’opera di Abdellatif Kechiche,
ma senza dimenticare che il Cinema deve essere fatto di immagini, ci addentra
con la sua macchina da presa in questa degradazione ricorrendo al realismo
della macchina a mano, del cinema veritè, e alla sporcizia
di una fotografia polverosa.
Il regista sembrerebbe essere sceso nei bassifondi per riprendere e in qualche
modo spiare (e quindi violare l’intimità) di questi ragazzi nei loro
momenti nascosti di confusione e violenza mentale, cogliendo frammenti di
un’esistenza drammaticamente spezzata ma dalla confortante umanità che in
fondo lega questi protagonisti. Essi parlano un linguaggio volgare che nemmeno
gli adulti userebbero con tanta disinvoltura, ma poi di fronte ai piccoli
problemi dell’adolescenza quale l’amore si ritrovano
normalmente bloccati e confusi, come i più comuni tra i teen-ager. Sono ragazzi
cresciuti in fretta, sbattuti troppo presto nella crudezza del mondo, ma in
fondo incapaci di scappare dall’immaturità che li lega inevitabilmente,
ed è questo specchio sociale che rende La schivata un’opera nella quale
in fondo è facile riconoscersi, la cui forza emotiva riesce a subentrare
l’evocazione psicologica del coro che assiste a questo ritratto spezzato.
In superficie succede poco, giusto qualche incontro verbale, ma sotto la pelle
ogni scena di La schivata contiene un passo evolutivo
nell’esistenza dei suoi personaggi, che tramite le non poi così
metaforiche icone (in primis la brutalità incarnata dai poliziotti), delinea
pian piano la consistenza narrativa dell’opera, che sfocia nella
formazione/crescita interiore dei protagonisti.
E’ triste, uno sfondo di (celata) verità che ritrae anche una parentesi
meta-morale nel monologo della professoressa durante la spiegazione
dell’opera “Le jeu de
l’amour et du hasard” di Marivaux, che in
qualche modo dona la chiave d’approccio al film: non si scappa dalla
propria casta, ci si può mascherare e tentare di essere un’altra persona,
ma è inutile perché l’equilibrio sociale è in-disturbabile.
Così vediamo i protagonisti mascherarsi per lo spettacolo teatrale di fine
anno, cercando di trovare nel teatro la loro possibilità di sfuggire alla
realtà dei fatti, di immergersi nel sogno. Forse è il momento in cui tentano di
incorporare il loro ego ideale, ma anche metafora del regista che vede
nell’arte una possibile via di fuga e strumento di riflessione e
cambiamento, un po’ come il Cinema di Truffaut era un continuo omaggio a Balzac e
alla sua letteratura.
Ma alla fine dello spettacolo bisogna togliersi i costumi,
e ripercorrere ancora le stesse strade degradate di prima. Tutto sembrerebbe
essere rimasto immutato: soliti amici, soliti genitori, solita sporcizia,
solito mondo. Ma il cambiamento, anche questo così inevitabile ma anche bello e
necessario, risiede nell’ acquisita maturità,
con tutto il bene e il male che questo porta: si è meno sognatori, ma più
consapevoli della propria volontà.
(21/06/05)