


ROSSO SANGUE
REGIA: Joe D’Amato
SCENEGGIATURA: George Eastman
CAST: George Eastman, Annie Belle, Charles Borromel
ANNO: 1981
A cura di Marco Compiani
JOE D’AMATO
HORROR FEST 07’: APPUNTI MENTALI SU ROSSO SANGUE DI JOE
D’AMATO
Come logica vuole si apre il festival con l’omaggio al proprio Nume
tutelare: Joe d’Amato.
Sebbene la sua notorietà ruoti intorno al cinema hard, del quale è precursore
in Italia (Sesso Nero 1979), la caratteristica
che più lo contraddistingue è la totale immersione nel cinema di genere,
universo esplorato in maniera esauriente dal fantasy
alla spaghettata (western) comica, dall’erotico- esotic
al peplum. Qui a Massa Marittima, alla
IV edizione di questa accogliente, intima manifestazione per cinefili maniacali e curiosi novizi (mi colloco umilmente
in questa fazione…) siamo venuti a contatto con una delle realtà che lo
hanno reso famoso, ovvero l’horror “splatterone”,
espressione filmica estrema che, benché collegabile a numerosi dubbi estetici,
può rivelarsi molto utile nel delinearne la sua poetica di base.
Slasher/Splatter e forse anche Porno (visivamente
intendiamoci) che si mescolano, si divertono e plasmano un film come Rosso
Sangue. Uno pseudo-sovraumano scappato da un
laboratorio di un prete-scienziato ha l’incredibile potere di poter
rigenerare spontaneamente i propri tessuti. Esordio di una fuga enfatica che si
conclude con un primo imprinting color rosso, infatti,
per sfuggire dal suo inseguitore, George Eastman, big dei b-movie e interprete del mostruoso
protagonista, si squarta l’addome e con i budelli penzolanti suona alla
prima casa chiedendo aiuto, con tanto di bambino indifeso che assiste alla
scena. E’ la dimensione infantile che più si addice alla nostra fruizione divertita e frizzante nell’assistere
all’esplosione di un illogica furia omicida e alle sue pazzesche
conseguenze. Al di là della giocherellona frittura di
più spunti immaginativi, le fondamenta di quest’opera
pongono però su una provocatoria, quasi feticistica
adesione ad un tipo di visività iper-esplicita, che
costruisce i suoi picchi erettivi sull’atto violento e sui suoi morbosi
particolarismi.
Il contesto in quanto tale infatti è solo un semplice
strumento di riempimento o di libertà sperimentale per Peter
Newman (ennesimo pseudonimo del regista) che, come ci
ha detto De Martino
nell’incontro con il pubblico, era molto fissato per la tecnica
cinematografica, soprattutto per la fotografia. Questo profilo non eleva
sicuramente la sua pellicola da una connotazione più o meno trash e non è
assolutamente utile per affiancarsi a quello che è il nodo centrale, ovvero
l’assolutizzazione dello splatter che si astrae
meccanicamente da un intreccio quasi inesistente e culmina in un escalation violenta sbattuta sadicamente in faccia.
L’esempio chiaritore può essere quello del
trapano che, mostrando in maniera quasi microscopica l’esplosione del
cranio della povera infermiera, non lascia un minimo di riposo allo sguardo,
obbligato a subire tutto l’avvenimento. L’occhio, passivo di fronte
all’intenzione dell’autore, ha il potere malsano di una visione
libera da qualunque censura, anche in termini di montaggio. E’ lampante
dunque che il film viva solo per l’esagerata
violenza, paragonabile ad un vero e proprio atto sessuale, ricollegandosi così
in maniera coerente al complementare impegno dell’autore nel fronte
hardcore. L’episodio splatter lo possiamo paragonare ad una scopata, e il
suo boom sanguinolento ad una eiaculazione (soggetto +
strumento piacere/dispiacere + soggetto passivo), parallelismo che non è
campato per aria se valutiamo anche la reazione dello spettatore. Il cultore
dello splatter (e non solo !) è come impossessato da un torbido desiderio voyeuristico che si realizza solo nell’eccesso della
violenza, allo stesso modo di chi guarda un film porno. Il cinema di d’Amato insomma è una totale e deliberata
esperienza dell’occhio, fagocitante fiumi di materia organica che,
sebbene fuori da qualsivoglia sovrastruttura concettuale, mantiene una forza
viscerale, non tanto nel gioco della suspense, tutt’altro
che avvolgente, ma nel menù da sagra che viene servito. A noi non resta che
gustarci le creazioni del regista come un bel panino con la salciccia, pieno di
condimenti e salse più strane, perché al di là dei non
amanti del genere o dei più sensibili(zzati),
Aristide non fa della paura il simbolo della sua arte, della quale vedrei più
idoneo, come elemento portante, la carnalità e il conseguente
“divertimento”.. Alla fine lo diceva egli stesso: “Quello che
noi abbiamo sempre cercato di fare è stato dare al pubblico quello che il
pubblico voleva. Con passione ed entusiasmo. E senza
un filo d'ipocrisia.”
(22/06/07)