LE ROSE DEL DESERTO

REGIA: Mario Monicelli
SCENEGGIATURA: Mario Monicelli, Susi Cecchi D'amico, Alessandro Bencivenni, Domenico Saverni.
CAST: Michele Placido, Giorgio Pasotti, Alessandro Haber
ANNO: 2006


A cura di Alessandro Tavola

PER IL BENE CHE VI VOGLIO

Mario Monicelli, 91 anni
. 65 film, di cui molti indimenticabili e molti assoluti capolavori.
Età e carriera venerabili per colui che ancora oggi potrebbe prendere tranquillamente a calci nel culo qualsiasi ragazzetto dica o faccia (al cinema e non) qualcosa che gli possa sembrare sbagliato (e tra questi rientra anche Brian DePalma).
Sono quasi novant’anni che i suoi occhi guardano il Cinema e più di sessanta che lo fanno e ancora oggi, quasi magicamente, riesce a splendere come un tempo, noncurante dei limiti produttivi, dei clichè nostrani ormai semiobbligatori, delle aspettative del pubblico medio(basso).

Pare essere l’aggettivo più banale e inflazionato per una commedia, ma dire che Le rose del deserto è un film frizzante è la maniera più giusta per riassumerlo in una parola: si galoppa veloci di ipercompressione di eventi, dove i tempi morti non esistono e, anzi, è la velocità che agisce, quasi in surplus estetico, nel susseguirsi delle gag, nel rimbalzare da una situazione all’altra, pretesti per la comicità che viene sbandierata tricolore, per uno splendore che oggi le è molto meno usuale. Classicismo sfrenato del comico nostrano, ravvivato alla matrice, spogliato di incastri formali d’attualità, difatti propri della (de-ri)costruzione del presente, quando invece qui è tratta(zione) di seconda guerra mondiale, pretestuosa sì, ma al contempo amata, abbracciata, con occhio puro ma mai sterile, che riprende e reincarna alla stessa maniera in cui lo faceva cinquant’anni fa.

Perché sembra di assaporare un’antica ricetta tradizionale, fatta alla maniera di oggi dalla quale non può scappare (di elettrodomestici da cucina, da patina di fotografia propria del periodo del girato, e quindi anche qui post 2000), ma che riesce a mantenere quasi intatto il flavour che era: Monicelli e Cecchi D’amico cosceneggiano quasi concentrici, uno del 1915 e l’altra del 1914, d’età più che pensionabile ma dallo spirito ancora adolescente, che si fa dell’orgoglio, di battute nuove, rinnovate o intramontabili, che un qualsiasi Fausto Brizzi non è ancora riuscito a raggiungere. Ci sono anche Saverni e Bencivenni, che splendettero nel periodo del primo Neri Parenti. Un parlare, ricco di dialettismi, di caciaronaggine, di strafottenza, di “patriottismo regionale”, oggi troppo spesso abusato, di quando l’Italia era un agglomerato di micronazioni e soprattutto lingue e vite differenti, che, su campo di guerra, si trovano fianco a fianco, in fase d’incontro ma mai di scontro, coscienti del loro essere obbligati, dove vite e idee di confrontano, in quel limbo di metallo, sabbia, buffonate fasciste ma soprattutto di animi, animi giovanili, attivi, desiderosi, svegli, furbi, speranzosi, che riescono a darsi sorridente manforte l’un l’altro, in spontaneità comica, in fulminee battute, anche davanti alla morte, in un gaggare che riacchiappa i padri, Chaplin e Keaton, quasi direttamente, saltando i flussi e gli stereotipi italiaoti successivi. Ridere apolitico, aculturale, aideologico, per tutti, per ogni istante.

Mostri sacri riuniti quindi, per una ricchezza di intuizioni cartacee (ri)messe in mano all’immortale Monicelli per dargli vita fotogrammatica, tutta sua: sua della guerra di Libia che visse, di protagonisti così padroni della propria macchietta da farne spessore d’animo, di set che – poveri, e si vede, ma ben giostrati – si fanno tridimensionali, di accelerazioni e rallenti grezzi, impulsivi, adoperati direttamente sulla pellicola, nei quali, in gusto da pasticceria, si fa pura e semplice la connotazione, dei microdrammi, delle farse (omaggianti il cinema muto, come sottolineato dallo stesso regista) sulle caricature fasciste.
Si narra di differenze culturali tra oriente e occidente, nulla di nuovo all’orizzonte quindi, ma è l’espressione dei suoi personaggi che lo rende (quasi) speciale, nel suo essere apolitico, sia verso ieri che verso oggi, e totalmente disincantato, senza mire e quindi oggettivo.
Un sacerdote, quello di Michele Placido, più figlio di puttana che buon pastore; Pasotti e il suo fotografare, Haber ed il suo scrivere poesie alla persona amata con lo sguardo rivolto alle stelle, e tutti gli altri. Tutti mossi e salvati (o a volte uccisi) da quel loro spirito che con la guerra, con lo scontro, non ha nulla a che fare.
«Per il bene che ti voglio» è il tormentone/intercalare (ir)risorio, e ogni cosa sembra più leggera.
Perché l’importante è la risata, che imperversa, sempre e comunque, (attra)verso quella religione che appare per quello che è(ra), contentino simbolico e routine quasi impiegatizia; ghignate romanacce, venete, napoletane, sarde, milanesi per delle maschere all’antica che di antico non hanno proprio nulla, di volti consumati dalla guerra e dalle difficoltà, accaldate ma spinte da speranza ragazzina, del “ridere per non piangere”, di frangenti ridanciani, da Jarhead solo sfiorati e che la stessa Grande guerra metteva un po’ da parte per il raccontare, che sono vera e propria filosofia di comicità verbosa e costruzione ritmica del film che, a questo punto, trasuda sé stesso attraverso le proprie sfaccettature, di sana risata, di sberleffo alla morte, che quasi non viene più considerata, scavalcata dal godimento dei momenti di vita, del nero ironizzare necessario, dal duro ma dovuto “voltare pagina”, di continuo, di una vita – di un deserto – in cui la battaglia non finisce mai.

Rose del deserto, di pietra e nella sabbia, forgiate dal vento nel corso degli anni, forse unico regalo della desolazione.
Ma anche Le rose del deserto che, come ogni buona commedia, fanno la medesima cosa con tutto il resto.

(03/12/06)

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