


FESTA DEL CINEMA DI ROMA ’07: I SOLITI SOSPETTI
A cura di Luca Lombardini
Luoghi
comuni vogliono che per fare una prova si necessiti di
tre indizi, ma per fare un sospetto concreto ne bastano e avanzano due. Quante
le edizioni de La festa del cinema di Roma. Promossa
con riserva lo scorso anno, la manifestazione, fortemente
voluta da sua cinefilia Walter Veltroni,
esce con le ossa se non rotte quanto meno ammaccate, dal primo esame di
riparazione, palesando evidenti lacune organizzative e, soprattutto, qualitative.
Una legge antica come il mondo, vuole che all’aumentare della quantità
(in questo caso di Festival), diminuisca inevitabilmente la qualità delle
proposte cinematografiche, teorema questo, al quale è
stato impossibile sfuggire alla festicciola romana, incastrata com’è tra
l’intramontabile Venezia e il rinnovato e scalpitante Torino.
Lustrini e tappeto rosso: ecco cosa rimane di quest’appuntamento capitolino, un
“niente” sprovvisto anche del consueto e auspicabile vestito sotto
il quale nascondersi. Tanti film, molti, troppi dei quali inutili e a
tratti impresentabili (un nome su tutti La recta provincia. Definirlo edwoodiano
equivarrebbe a fargli un immeritato complimento e ad offendere l’autore
di Glen or Glenda),
che costringono chi assiste ad una noia arresa e, ogni tanto, ad una
precipitosa quanto salvifica fuga dalla sala. Non si può costruire un evento di
tale portata, che richiama con sé i fasti andati della “città del
cinema”, unicamente sull’appeal delle star che si dedicano alla
passeggiata serale circondati dallo sbrilluccichio
dei flash. Non si può impostare quella che dovrebbe diventare la principale
alternativa a Venezia con interi pomeriggi sprecati dietro le conferenze
stampa, e perseverare nell’assurdo cavillo che prevede il ritiro dei
biglietti per gli incontri con gli ospiti, anche a chi è in
possesso di regolare pass stampa. Ticket che naturalmente spariscono nel nulla ben prima dell’orario di apertura di questi
magnifici “botteghini”. Come cantava Luigi Tenco:
“risposta non c’è, caduta nel vento
sarà”. Appunto. Piano vincente non si cambia, questo
deve aver pensato l’equipe dei selezionatori. L’anno scorso ci è andata bene con Scorsese
e il suo The Departed, perché non
riprovarci con Coppola? Che importa se gli altri film validi non arrivano
ad occupare le dita di una mano, diamo in pasto alla stampa il grande nome da sbattere in prima pagina e ingrassiamo la
restante dieci giorni con pellicole capaci di far fumo, per nascondere
l’arrosto che non c’è. Peccato che il numero non
sia riuscito. Francis Ford, infatti, si è presentato all’ombra del Colosseo con un film che più criptico e personale non si
può, lasciando basiti i più, comunque pronti a
concedergli una seconda visione barra opportunità; unanimi, però, nel definire
il talento della figlia Sofia come l’unico in grado di tenere
alto, oggi giorno, il nome della nobile casata. A salvare la baracca non
c’erano né attese sorprese come The Prestige
(senza ombra di dubbio il più bel film della scorsa
edizione), né i cosidetti nomi “da festival”
(Tsukamoto e Tam
tanto per fare un paio di esempi), sostituiti da alcune pellicole italiane come
La giusta distanza o Giorni e Nuvole, tanto intellettuali quanto
innocue ai fini distributivi e di pubblico, o da remake improbabili (quel Le
deuxieme souffle che
tanto farà rigirare nella tomba il povero Melville e il suo Tutte le
ore feriscono…l’ultima uccide). Poco nuovo che avanza
(se così si possono definire registi come Hood
e Reitman, comunque
convincenti rispettivamente con Rendition e Juno; quest’ultimo
vincitore del premio “Marco Aurelio” come miglior film) e qualche
vecchio che ritenta, vedi il caso dell’intramontabile Sidney Lumet (con la sua cattiveria “post coheniana”, Before
the devil know
you’re dead non può non esser considerato
come la classica oasi nel deserto) e del redivivo Argento, che gira e
presenta nella città natia La terza madre, attesa chiosa sulla trilogia stregonesca iniziata nel 1977 con Suspiria,
meno peggio di quanto si potesse immaginare viste le sue ultime fatiche dietro la
macchina da presa. Per fortuna che a metà programma ha fatto
il suo dirompente ingresso Into the wild
di Sean Penn,
esempio di cinema maiuscolo a metà tra l’ultimo Herzog
e lo stile “montagnoso” di Anthony
Mannche, accettiamo
scommesse fin da ora, non dovrebbe aver problemi ad aggiudicarsi tre o quattro
nomination per i prossimi Oscar, e quindi concedere il minimo
dell’ossigeno e della credibilità possibile per una “festa del
cinema parte terza”.
Finisce la festa, cala il sipario, il tappeto rosso viene
riavvolto, la musica finisce, gli amici se ne vanno: in pochi si sono
divertiti, chi lo ha fatto sicuramente fingeva. E
molto bene.
DI ALCUNE
VISIONI ROMANE:
UN’ALTRA
GIOVINEZZA di FRANCIS FORD COPPOLA
INTO THE WILD – NELLE TERRE SELVAGGE di
SEAN PENN
(29/10/07)