


ROCKY BALBOA
REGIA: Sylvester Stallone
CAST: Sylvester Stallone, Burt
Young, Milo Ventimiglia
SCENEGGIATURA: Sylvester Stallone
ANNO: 2006
A cura di Pierre Hombrebueno
“E’ FINITA” SI
DICE ALLA FINE
Riprendiamo un momento le parole scritte nell’ultimo editoriale:
“(…)Rocky Balboa,
incarnante la vita e la morte del sogno (americano), non solo per ciò che il
film originale di Avildsen ha rappresentato per la
massa, ma anche e soprattutto per la distruzione di questa stessa
rappresentazione tramite i suoi numerosi sequel, a
cui si aggiunge l’ultimo col fiato in gola (ancora non l’abbiamo
visto, ma qualcosa ci garantisce della sua inutilità, della sua
“morte”, appunto), come se proprio Stallone, Stallone attore
e regista, diventi l’esatta emblema di come a Hollywood le stelle vivano
e muoiano ogni giorno, dal nulla e per il nulla, come una bollicina nel vento
afoso.”
Queste affermazioni, pregiudizi, semplicemente confermano che Rocky Balboa, ma
ancor di più Sylvester Stallone, non ha vinto una volta, ma
ben due volte.
Ha vinto perché Rocky Balboa è a
tutti gl’effetti il Miglior Film della saga
iniziata da Avildsen nel 76’. E
per noi ha vinto nuovamente perché esattamente come tutti i personaggi del
film, davamo Balboa/Stallone come spacciato. Un vecchio perdente che non ha più niente da dirci e darci.
Ma l’editoriale andrebbe riformulata, perché si, noi abbiamo avuto torto,
fottutamente torto, e Stallone è riuscito a mettercelo nel culo stendendoci sul ring con un’opera
incredibilmente evocativa e metacinematografica, e
per questo, toccante all’inverosimile, astratta, fantasmagoricamente
resuscitante. A Hollywood, si, le stelle muoiono ogni
giorno, come bollicine nel vento afoso. Ma il bello è
che sono anche capaci di resuscitare ogni giorno, dal nulla e per il nulla, di
nuovo a caccia di quel sogno americano, di quella vittoria alla quale non
bisogna mai rinunciare. Perché “è finita” si dice
alla fine. Fottutamente a quella fine che in
fondo sappiamo Rocky Balboa non vedrà mai, perché (s)oggetto miticizzante,
ideologico, iconografico. E ancora una volta dobbiamo ritornare indietro nella Hollywood classica per percepire (ed aggiornare)
appieno il cerchio messo in atto da Stallone,
questo volgersi lo sguardo indietro per (ri)avvolgersi
metempsicoticamente col suo alter-ego
come mai prima ha fatto. 30 anni dopo, a tutti gl’effetti,
Sylvester Stallone è diventato Rocky Balboa. E Rocky Balboa non è nessun altro
che quel John Doe Capriano, riflesso dei weirdos, degl’emarginati e dei perdenti –
uomini/donne spazzatura come il Maggie di Million Dollar Baby, che decide di sparare le
cartucce rimaste per riemergere dalla merda. Non è
dunque un caso se in questo film Balboa sembri ancora
più (positivamente) babbeo dei film precedenti, con quelle battute che in fondo
in fondo non farebbero ridere nemmeno i polli, ma di cui veniamo
irrimediabilmente infettati per la semplicità e l’innocenza con cui vengono espresse, manco Rocky fosse
un personaggio interpretato dal miglior Eastwood che tenta di imparare il gaelico. Probabilmente è
nei nostri ideali che abbiamo bisogno di un Rocky Balboa, di una
ricostruzione commovente della fabbrica dei sogni che ritorna a concedersi come
astrazione morale ed etica. E noi lo dicevamo: Don’t give up on a dream. Don’t
give up on the wanting.
Proprio per questo, il film è puro sguardo incentrante, scavo psichico in cerca
di un ritorno, un ritornare, o perlomeno un tentare di ritornare - alla vita e
al vivere - uscendo dalle ombre fantasmagoriche in cui la doppia/unica entità
Stallone/Balboa era ormai infangata da troppo tempo;
estrema battaglia, riscossa: quello di quest’opera
non è solo il miglior combattimento di Rocky Balboa sul ring, ma è anche la miglior vittoria di Sylvester Stallone dietro la macchina da presa. E di conseguenza, davanti al mondo mediatico,
al panorama hollywoodiano che ci ricorda fordianamente
come funge tutto l’apparato dei sogni infranti rimessi a colla per
un’ultima corsa.
Di un Cinema iper-fisico. Finalmente iper-fisico. Non solo le botte e il sangue del ring, ma
anche e soprattutto quel corpo che nuota verso i ricordi di un’
amore, Adriana (Adrianaaaaaaaaaaaaaaaaa), che
(ri)emerge anche sui nostri schermi con i flashback
dai capitoli precedenti, quell’imprimersi della
memoria su pellicola, sovrimpressionarsi
dell’eternità. Di quei primi piani che colgono in Balboa
tutta la sua umanità, quel momento irripetibile del
piangere a borbotto che riesce a incrinarci un pezzo di cuore immortalandosi
fra i nostri eroi di un’esistenza e un’immaginario
(extra-cinematografico). Con quell’assurda
malinconia di incroci cromatici per sfaldare i
raccordi in un racconto senza spazio e senza tempo, sospeso tra il nulla e
l’addio, affresco importantissimo come solamente i grandi classici hanno
saputo portarci. Con la loro velata imperfezione che diventa pregio di ulteriore poetica rigenerativa (aka
lucidazione dello specchio riconoscitivo – Rocky Balboa rappresenta tutti
noi – E come tale è figura(zione) imperfetta,
spesso immatura) e un fluttuare di emozioni raramente così calde e metafisiche,
come un’ accompagnamento guidato in cui ci è fottutamente
concesso piangere. Di felicità ed amarezza.
Non è la morte. E’ la vita. Un rifiuto di essere come la Gloria Swanson
di Viale del tramonto. Almeno finchè non scatta l’ultimo ciak, e vediamo avvolgersi
l’ombra del nostro eroe in una dissolvenza che ci rimanda al miglior
sapore invisibile western. Non sappiamo dove sta andando. Ma
sappiamo che vorremo essere lì ancora con lui.
(19/01/07)