ROBOTS

REGIA: Chris Wedge
SCENEGGIATURA:
Lowell Ganz, Babaloo Mandel


A cura di Davide Ticchi

UNA CITTA’ PERFETTA

Le realtà subordinate del cartone animato si susseguono attualmente con sempre maggior frequenza sugli schermi cinematografici, strumenti di genuine dipartite immaginifiche, atte a portare gli adulti di domani sulla retta via dell’etica e della morale più colorata, che solo l’immagine in movimento sa far piacere e comprendere ai più piccoli. Dopo il successo di Toy Story infatti, risalente a circa dieci anni fa, solo lo schermo cinematografico ha saputo filtrare i significati di stereotipato ma efficace principio, dalle guerre fredde avvenute dietro i riflettori delle grandi produzioni che giocano a fare la computer grafica, con la cui tecnica ovviamente anche Robots è realizzato. Non c’è da stupirsi poi che i personaggi di questo filone finiscano per assomigliarsi un po’ tutti, che Buzz sia anche “robot” e che un mammut sia anche “incredibile” eroe, dato che finché funzionano si tira a campare… Robots non è un titolo così diverso dai suoi innumerevoli predecessori, soprattutto utilizza la stessa miscela, che evidentemente funziona ancora alla grande; si è catapultati di rado infatti, così repentinamente e funzionalmente, in universo sconosciuto quale è quello dei robot, dove solo colori vivaci e occhi grandi ci consentono un immediato coinvolgimento nell’immagine e nel contenuto.
Forte ingenuità e laccata serenità coniugale portano un robot-lava piatti ad avere un figlio dalle grandi capacità inventive, che appena può parte in cerca di fortuna per la grande metropoli di Robot City, dove lo attende il suo idolo nonché inventore, il signor Bigweld. Giunto a destinazione capirà che stava ricercando un utopia, e che in realtà le cose stanno diversamente da come se le era immaginate.
Intelligentemente un plot elementare (non banale in quanto a significati) lascia spazio alle gag di spauriti e gigioneggianti robot all’avventura, che capiscono sbagliando, ricadendo nei propri errori e giudicando una realtà scorretta come tale, cercando di riaggiustare un sistema a cui manca un ingranaggio importantissimo. Il bene rappresentato dall’umiltà e dalla prostrazione verso la massa popolare, un inventore di giochi e storie fagocitato dall’indifferenza e dal nuovo potere capitalista e immorale. In questo senso la figura di Bigweld è la più interessante del film, personaggio machiavellico che subito ci appare in televisione, e poi chiuso in una casa, risucchiato nell’oscuro rimorso della creazione per la fruizione dei cattivi. Robot City è non a caso il terreno imparziale in cui si disputa l’eterna lotta tra bene e male, contraddistinta costantemente dalle risate e dal senso di comune umanità, presenziata da robot con un cuore grosso così, pronti nella loro meccanicità a risanare la freddezza e la carnalità dell’uomo. Risalta quindi chiara la contrapposizione tra L’era glaciale e Robots, dove i due opposti si compensano e interagiscono fra di loro, e dove il sentimento di primitiva accettazione e fratellanza si può ricavare in ogni era e in ogni popolo, volendolo solamente.
È interessante confrontare i doppiatori italiani con quelli originali, è seriamente legittimo pensare che Robots sia uno di quei tanti film che andrebbero visti al massimo coi sottotitoli.

(15/04/05)