


SGUARDO CINICO E SOVVERSIVO:
ROBERT ALTMAN E L’AMERICA CHE NON VORRESTI
A cura di Andrea Magagnato
Partiamo
proprio da “Positif”,
la rivista francese dalla quale prendiamo orgogliosamente in prestito il nome,
e da un’intervista che l’ 81enne
recentissimo premio Oscar alla carriera rilasciò nel 1978: “Non credo
alle soluzioni generali, non credo che si faccia la rivoluzione firmando il
manifesto comunista. Lo stesso vale per i capitalisti. Dappertutto c’è la
sconfitta. Non vedo un governo sulla terra, oggi, sotto il quale posso dire mi piacerebbe vivere […] Il mio atteggiamento può essere
definito anarchico, perché non vedo nessuna soluzione […] Non credo che
si possa davvero vincere. Il meglio che uno possa fare è tenere
l’avversario in scacco, mantenere un equilibrio, controllare la partita.
Ogni tanto ci sono delle sbavature, si perde di vista la direzione: ecco la Germania degli anni 30, con quella piacevolezza del
nazional-socialismo. Un giorno, una bomba atomica esploderà per la stessa
ragione: perdita di controllo.”
Fatalista, cinico e marcatamente pessimista questa affermazione
si è riflessa per oltre quarant’anni nel
cinema, nella televisione, nella radio, nel documentario, nell’arte
tutta, firmata Robert Altman.
Si sa che la coerenza tra pensiero e contenuti veicolati non è sufficiente (ma
certamente imprescindibile) ad un autore per guadagnarsi rispetto ed
approvazione, ma per come il vecchio texano ha saputo negl’anni
assomigliarsi sempre e mai ripetersi cadendo nella trappola dello sterile autocitazionismo, sorprendendo anzi in maniera ogni volta
peculiare, solo per questo dicevo meriterebbe un riconoscimento.
Una lunga e incessata lotta contro
finte facciate, modelli di circostanza, perbenismo, mondi corrotti e maliziosi
che si nascondono dietro pluricelebrati way of life e
mitologie intramontabili.
Tutti hanno qualcosa da nascondere, e guardando un film d Altman ci si sente quasi a
disagio nell’osservare quella m.d.p. impietosa
che si muove tra burattini antieroici, perdenti fin dalla prima inquadratura.
Ci troviamo di fronte a microcosmi densamente popolati da individui pirandelliani nei quali spesso tutto è già successo fuori dalla scena, ai lati del campo, e quello che vediamo è
un brulicare incessante di gesti sovrapposti e frenetici, cori di sonorità intradiegetiche mescolate a parole appena udibili,
accavallate.
Una forma personalissima che per molti detrattori ha raggiunto livelli di intolleranza acuta ma che meglio non potrebbe racchiudere
quella poetica di progressiva demolizione, frammentata e/o sistematica, di ogni
falso mito.
Un viaggio tra generi che perdono di ogni identità,
generi che la Hollywood dorata ha congegnato e confezionato con perizia nel
corso dei suoi anni più radiosi e che vengono smantellati (non reinventati ma proprio sbriciolati) da un Altman che veste
(certamente non da solo) negl’ultimi anni sessanta e primi settanta i
panni di un novello Orson Welles osando
ad Hollywood, dove pochi prima di lui avrebbero avuto il coraggio, abbattendo
ogni convenzione.
Di certo non si può trattare di una nuova rivoluzione tecnica: i segni del
cinema restano e resteranno gli stessi, ma prima ancora di ogni
post-modernismo Altman
li svuota di ogni senso precostituito e si prodiga in un’operazione che
invece di fornire nuova linfa vitale si muove verso una inesorabile denudazione
di ogni modello o cliché mostrando a chi è spettatore tutto un magma di
sotterranee ed imbarazzanti verità.
Non a caso il texano sin dal suo esordio sarà perennemente diviso tra
l’amore e l’odio: degli Studios in
primis, di critica e pubblico poi.
Non ho ancora citato uno dei suoi lavori forse perchè
ognuno di essi meriterebbe un approfondimento a sé
stante, indipendente, e non si presta mai da esempio definitivo o emblematico
di una filmografia che per questo autore più che mai va considerata nella sua
globalità e pienezza.
Scendere a prendere in esame i singoli tasselli (film) non aiuta a comporre il
mosaico definitivo che si presenta, dopo quasi 60 anni di carriera, assai largo
e variopinto.
Ci sono certo tasselli più preziosi e luccicanti di altri ma come in ogni
universo Altmaniano manca il vero
protagonista…ed è la coralità a farsi significativa.
D’altra parte per pensare di aver esaurito il discorso intorno a Robert Altman non
bastano le visioni di quei tre o quattro film più celebrati: anche il suo più
piccolo dei suoi film ha qualcosa da dire, qualche superficie da graffiare.
Le forme ed i temi cari ad Altman sono tanti e variegati ed il discorso non si
esaurisce certo nel focus accennato sopra, occorre fare
una breve e visivamente utile scansione di alcune
direttrici che la filmografia di questo autore geniale ha saputo tracciare nel
tempo.
PERDENTI: L’ANTIEROE ALTMANIANO E
LA DEMITIZZAZIONE
L’eroe classicamente inteso non esiste più già negl’anni settanta
prima che nei novanta dove diverrà il violento e complessato protagonista della
scena cinematografica.
Robert Altman
racchiude tutta la sua malinconica visione di questo uomo
triste e disilluso in una sorta di trilogia emblematica nei primi anni settanta
(preparata o preannunciata qualche anno prima con I compari) che parte da una
delle sue più alte e riconosciute pietre miliari: Il lungo addio
(1972), passa per l’amarissimo Gang
(1973) dove si assisterà alla morte dell’intero genere
“gangster”, e si (in)conclude nel totale annullamento di ogni
coordinata di riferimento di California
Poker (1974).
Altman
procede per finte svolte narrative, si sofferma su tutto quello che
normalmente, convenzionalmente non interessa al genere e allo spettatore che si
aspetta quel genere.
Operazione che il regista ripeterà per ogni classificazione: sistematicamente e
cinicamente uno dopo l’altro fantascienza,
western, thriller paranormale, noir, gangster movie, film di guerra, thriller
psicologico, commedia e musical verranno demitizzati perché lasciati fuori
campo.
Ne Il lungo
addio segue muto la solitudine e la meschinità del suo protagonista: un
investigatore malinconico, Marlowe, che gira a vuoto
mordendosi la coda e negando ogni aspettativa di chi guarda.
Altman si
serve di carrelli, panoramiche e proverbiali zoom per
riprendere il nulla (in questo il lunghissimo e straordinario incipit ne è la
prova), giostra personaggi di contorno surreali che entrano ed escono di scena
quasi inspiegabilmente, sfoca i centri emotivi del racconto, preferisce
all’abituale narrazione di un succedersi di fatti la creazione di
un’atmosfera di continua ed irrisolta attesa zeppa di falsità e
diffidenza che rappresentano la puntuale disamina dell’uomo e della
società moderna, si tratta della messa a morte della storia che ha fatto grande
l’America prima ancora di una potenziale e premonitoria
riflessione metacinematografica.
Di questi falsi miti, eroi sconsolati destinati all’oblio, ne è saturo il cinema di Altman ma nessuno più del detective Marlowe de Il lungo addio incarna lo spirito
apatico dell’antieroe altmaniano…
CAOS FERTILE: LA CORALITA’ COME
PERDITA DI PUNTI DI RIFERIMENTO
25 personaggi in Nashville, 22 in America Oggi, 32 in Pret-à-porter, mezza Hollywood ne I protagonisti…
sono solo alcuni dei sempre fitti cast con cui si è dilettato Robert Altman,
maestro indiscusso della coralità che è divenuta al giorno d’oggi una
sorta di “marchio di fabbrica”.
Celebri anche le piccole grandi manie di lasciare ai propri attori
l’inventiva sui sempre numerosi dialoghi previsti dalla sceneggiatura che
molte volte nel set viene ridotta a semplice canovaccio; lascia spazio
all’improvvisazione e ama dotare ogni suo attore di microfono personale
così da creare poi al mixer quella caratteristica proliferazione di voci che si
contendono sovrapponendosi il primo piano uditivo.
MASH, film del ’69 primo vero
successo di critica e pubblico, oltre che una delle prime avvisaglie della
rinascita hollywoodiana ingrassata dai preziosi lavori dei vari Nichols, Penn, Pollack, Schlesinger, Peckinpah, è da
considerarsi come il primo esempio di questa caotica creatività che
va a dipingere con una certa esagitazione, goliardia
e graffiante ironia un ambiente, come quello di un
campo militare in Corea durante la guerra, che deve ingegnarsi
nell’esorcizzare la morte.
Altman
demolisce con l’assurdo ogni pretesa del pubblico di assistere ad uno
spettacolo di “vita vera” scandendo il
ritmo di questa lunga parodia attraverso la voce di una radio di campo che in
conclusione, come per sferrare l’ultima e violenta mazzata alla realtà,
ci ricorda espressamente che stiamo assistendo ad uno spettacolo
cinematografico.
Coralità e caos “organizzato”, satira più o meno graffiante
e narrazione circolare senza punti di riferimento sono gli ingredienti basilari
di ogni (falsa) commedia o quadretto socio-politico inscenati da Robert Altman
negl’anni seguenti.
Uno dopo l’altro i film successivi affonderanno le dita nelle piaghe di
un’America (ma il discorso può essere certamente portato a livelli più
estesi, universali e esistenziali vorrei dire)
attaccata praticamente su tutti i fronti.
Dal primo affollatissimo ed illusorio affresco di Nashville (1975) dove tutti sono unici ma nessuno è necessario,
dove sotto l’impietoso zoom del regista passa in esame il sistema
comunicativo, politico, elettorale americano, drammaticamente decadente perchè legato all’apparenza.
Cinico come pochi Altman
guarda questo mondo di personaggi complementari che solo la musica riesce a cementare…e sembra fregarsene.
Con Buffalo Bill e gli
indiani (1976) ribalta sarcastico ogni ruolo
precostituito.
Con I protagonisti (1992) lascia che
Hollywood rida di sé stessa e del proprio stato di (falsa) grazia.
Con il suo vero capolavoro, America Oggi
(1993) tutto torna ed è scrupolosamente smascherato da un minimalismo
tinteggiato di nero che vanta vangate di imitazioni.
Un teatro di vita inquieta, un vortice originale di situazioni e accadimenti
che ci lasciano atrocemente indifferenti: rimaniamo attoniti e spaesati davanti
a questo fluire ininterrotto di istanti di vita acerba
perché incapaci di immedesimarci in uno qualsiasi di questi attori-marionetta.
Ritornerà con un cast esorbitante (ingestibile per chiunque altro) ad intaccare
sta volta il mondo delle passerelle in quel di Parigi
nel ’96 con Pret-à-Porter
e si diletterà alle soglie del 2000
in una piacevole parabola sull’identità sempre a rischio in terre come il
Mississippi: La fortuna di Cookie, un giallo a ritmo di jazz che gioca su
parentele sorprendenti e mescolanze imbarazzanti.
Nel 2001 ci propone Gosford Park un altro cervellotico rompicapo
inglese che poco aggiunge alla sua filmografia ma che molto è stato apprezzato
negli stati uniti, tanto da ricevere numerose nomination all’oscar
e diversi altri riconoscimenti alla regia.
SCHIZZATE E CHIACCHIERONE. ALTMAN E LE
DONNE
“Vivevo con le mie sorelle, mia madre e mia nonna, ero il solo maschio in
una casa di donne. Ne ero circondato, e ho imparato a
servirmi di loro. Poi sono stato a scuola dalle suore e fino
ad una certa età ho avvertito l’autorità femminile. Ne sento
l’autorità ma non mi fanno paura…anzi mi piacciono.”
Altman non
ha alcuna pretesa di analizzare, capire o difendere l’universo femminile
(anche se un certo e profondo taglio psicanalitico nel suo sguardo è ben
evidente) il suo cinema è sempre stato popolato da numerosissime donne,
ciascuna con i propri fantasmi, e ha lasciato trasparire in più di qualche
occasione una sana ed affascinata ammirazione.
Prima del caotico, cacofonico ma spensierato Il dottor T e le donne, film in cui in regista si esibisce in un
lungo e anche un po’ manieristico omaggio all’ illeggibilità ed imprevedibilità femminile, Altman già da
tempo si era dimostrato particolarmente attratto da incubi, insofferenze e
nevrosi proprie dell’altro sesso.
La donna, con i suoi desideri di maternità e sorellanza, è conquistata talvolta
dall’insana fantasia di eliminazione del maschio
visto come ostacolo, figura rigida ed insensibile, verso la sua completa e
sofferta realizzazione.
Il film che racchiude in sé l’essenza del “ciclo femminile” di Altman è senza dubbio Tre donne (1977), opera dove la carica
intimista e psicanalitica delle lettura altmaniana si
esprime a livelli più alti, storia questa di tre donne di età diversa isolate
nel silenzio del deserto californiano e ancor più nel caratteristico,
persistente vocio sconclusionato che riempie ogni pellicola del texano, tra
primi piani, zoom e giochi di riflesso.
Propri i riflessi sono protagonisti di un delirante Images (1972), che inserirei senza
indugiare tra i suoi film più riusciti, un teso psico-dramma orrorifico avaro di personaggi ed interamente costruito su
una figura femminile piena di turbe e fantasticherie che combatte una dopo
l’altra tutte le presenze maschili (vive o sovrannaturali) che la
circondano, eliminandole una dopo l’altra ma non riuscendo però nel
tentativo di sopprimere il suo doppio malato e
tacitamente devastato da una gravidanza ripudiata.
Un film fatto di specchi, doppi riflessi o reali, porte
socchiuse e spazi spigolosi, suoni taglienti e zoomate brutali, emotivamente
inquietante e psicanaliticamente hitchcockiano.
Altri film che vivono di schizofrenie, manie, solitudini o ricordi femminili
sono tra gl’altri,
Quel freddo giorno nel parco (1969) e
Jimmy Dean, Jimmy Dean (1982).
ALTRI AMORI: MUSICA E SONORO
Non solo la musica ma tutto la parte sonora del cinema di Altman gode di una cura
particolare, quasi maniacale.
D’istinto, parlando di Altman e musica, il primo nome
che verrebbe di fare è certamente Nashville.
E’ in questo film infatti che l’autore, grande appassionato di
musica country e jazz, ma non solo, ottiene i massimi risultati dal punto di
vista sonoro.
Eleva a 16 le già numerose piste audio sperimentate in California Poker rendendo impossibile ogni tentativo di doppiaggio,
dissemina microfoni per tutto l’ambiente, registra la musica dal vivo, il
tutto nel tentativo di formare un vera e propria
sinfonia di voci vuote (quando ciò che viene detto non ha un contenuto
interessante o utile ai fini della narrazione ma funge da puro rumore
ambientale), rumori e musiche intradiegetiche.
Questa potente soluzione sonora va dunque ad aggiungersi e a potenziare la
caratteristica messinscena (apparentemente) caotica descritta in precedenza
confezionando un cocktail, in Nashville
soprattutto, fortemente straniante per lo spettatore.
Ogni frammento disperso dell’universo Nashville
è allacciato a quello contiguo grazie ad una musica
country, resa marcatamente ideologica, che funge più che mai da cemento dei
desideri, movimenti, volontà, azioni dei protagonisti.
E’ per tutto ciò che un film come Nashville
va più “sentito” che interpretato razionalmente.
Uno dei film più strabilianti dal punto di vista sonoro (forse nella storia del
cinema) è senz’altro Images (1972) dove le percussioni snervanti di Stomu Yamashta,
trilli, tonfi ovattati e stridii riempiono intere angoscianti, dense sequenze accompagnati dagli improvvisi e bruschi zoom
e contrastati dalle melodie suadenti di John Williams. Un
lavoro straordinario nel palesare le turbe psichiche di
un’irraggiungibile Susannah York (premiata per questa
interpretazione a Cannes ’72).
Il jazz è invece protagonista assoluto in Kansas
City (1996) (preceduto dal documentario Robert Altman’s Jazz ’34 dello
stesso anno) Altman
torna nella sua città natale nel ’96 per dirigere questo teso gangster
movie “elettorale” ambientato negl’anni ’30 interamente
immerso nelle sonorità afroamericane che già erano
state portate sul grande schermo da registi come Spike Lee, Woody Allen e F.Ford Coppola.
Altman ha
anche girato un segmento del film-opera Aria
(1988) su Les Boréades di Jean Philippe Rameau, ha messo
in scena nel 1983 The Rake's
Progress di Stravinskij
e, nel ‘93, ha scritto e diretto l'opera McTeogue di William Baolkin.
(13/03/06)