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RIGHTEOUS TIES
REGIA: Jang Jin
SCENEGGIATURA: Jang Jin
CAST: Yeom-Nam Jam, Gyu-su Jeong, Jae-yeong Jeong
ANNO: 2006
A cura di Nicola Cupperi
FAR EAST FILM FESTIVAL 07’: IL
TROPPO STROPPIA
Dovendo il sottoscritto parlare di un film non accaparrato dai restanti
compañeros, ho deciso di proporvi una particolarissima pellicola di un
particolarissimo regista sudcoreano, ospite fisso del Far East Film Festival da ormai tre edizioni. Jang Jin, questo il suo nome, al Far East 7 portava in dote una
delle migliori commedie coreane che la manifestazione udinese ricordi (Someone Special); l’anno
successivo cala di livello con un poliziesco che parte da un’idea
brillante, ma che fallisce nell’intento di essere fruibile a un pubblico
occidentale, a causa del fatto che si appoggia troppo a una comicità verbale
virtualmente intraducibile (Murder, Take
One). Quest’anno, puntuale, il Jin ritorna nel Friuli con un film
eccezionale, Righteous Ties. Il
momento è adatto per fare un passo indietro e proporre un’introduzione
generale su questo regista che, come si è già detto, è decisamente unico nel
suo genere.
Abbiamo
tonnellate di esempi di autori che si divertono a mescolare i generi: chi da un
film all’altro tenta di esplorare i vari linguaggi cinematografici (uno
su tutti Robert Altman), chi anche
nello stesso film tenta quest’avventura, con risultati alterni. Ma mai
nessuno, o almeno credo, si era proposto, in modo sistematico, di realizzare
film che contenessero gli stilemi di più generi ben separati fra loro, senza
che uno di essi arrivasse a prevalere sugli altri. Tento di spiegarmi meglio: Jang Jin concepisce e realizza i suoi
film in modo che posseggano diversi compartimenti stagni; ogni sezione del film
è caratterizzata da una particolare grammatica filmica, dettata dal genere
scelto per la sezione stessa (ad esempio Someone
Special era un commedia/dramma/demenziale/melò, Murder, Take One un poliziesco/commedia/reality/ghost movie).
L’abilità del coreano, raggiunta dopo anni dedicati esclusivamente a
questo modo particolare di fare film, sta nell’amalgamare compartimenti
caratterizzati da generi totalmente agli antipodi fra loro; è fantastico vedere
come in Righteous Ties il regista
riesca a ottenere una credibilità complessiva nelle parti più
drammatiche/melodrammatiche, a fronte di una parte centrale, quella tutta
ambientata in carcere, totalmente votata al demenziale e, per la cronaca,
incredibilmente esilarante. Il tutto tenendo conto che in realtà, per collegare
le varie parti slegate fra loro, il regista è ovviamente obbligato a dare loro
un tono comune, che per quest’ultimo lavoro è un’affascinante
ambientazione da gangster movie. All’interno di questo grande recipiente,
ma che lascia molto liberi i generi contenuti in esso, si muovono la commedia
demenziale, il film d’azione, il dramma d’amicizia e il melò più
intenso e melenso. Il risultato di questa poetica è abbastanza immediato; lo
spettatore è sfidato a seguire il film, modificando di volta in volta le
strutture mentali che si attivano per accogliere un genere piuttosto che un
altro. La visione non è mai banale, non sapendo mai cosa ti aspetta dietro il
filmico angolo, quale tono di recitazione, quale tipo di inquadrature, quale
ritmo di montaggio. L’operazione è sicuramente a doppio taglio. Il
proverbio recita il troppo stroppia,
e Jang Jin sembra filmicamente vivere
sull’orlo del baratro del far stroppiare le proprie pellicole; in questo
suo ultimo lavoro il coreano raggiunge un equilibrio fra le parti
sostanzialmente perfetto, riscattando la brutta prova dell’anno passato.
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