


LA RICERCA DELLA FELICITA’
REGIA: Gabriele Muccino
SCENEGGIATURA: Steve Conrad
CAST: Will Smith, Jaden Smith, Thandie
Newton
ANNO: 2006
A cura di Pierre Hombrebueno
STUCK.
REWIND. REPEAT. PAST. FUTURE. FUCK. DIE. LIVE. WHO KNOWS. I KNOW.
Ok, si piange in sala. Si è commossi. Però
diciamocelo perdio, chi è lo stronzo
che non piangerebbe davanti ad uno sfigato che nel
giro di poco perde la moglie, ha un figlio a suo carico, viene cacciato di
casa, viene arrestato, è costretto a dormire in un cesso, e altre serie di
sfighe che spuntano puntuali dietro ogni angolo d’inquadratura? Appunto,
nessuno.
Non è dunque questo il fattore importante. Piuttosto per una prima riflessione
proviamo a delineare l’effetto (anti)autoriale subito dal nostro Gabriele Muccino
dopo la trasferta hollywoodiana, con questa storia dell’american dream
(tratta da avvenimenti reali – più di così!), che irrimediabilmente accomuna
quest’opera con quell’altro
Rocky Balboa ancora
fra le nostre sale.
Dunque, quanto c’è di “Mucciniano”
(passatemi il termine perdio!) ne
La ricerca della felicità? Con
dispiacere, ammettiamo: zero. Non c’è niente di ritornante, nessun luogo
comune della g.m. filmografia in questo sbarco
americano, e di conseguenza, nessuna personalità/personalizzazione,
perché lo sappiamo bene, questo è il prezzo da pagare per entrare
nell’Industria hollywoodiana, la fine della propria autorialità per
diventare un semplice impiegato di sistema, privato del proprio modus operandi abituale. Come una saetta affilata, La ricerca della felicità
s’inserisce non tanto come una
“tappa”, bensì come un’interruzione, un dirottamento, un
cambiamento totale di un percorso italiano precedente che con rigore ed
interesse ha saputo mantenersi una propria coerenza e un proprio riconoscimento
nel corso degl’anni e dei fotogrammi. Ebbene,
coerenza rotta. Riconoscimento, zero. Ripetiamo: sono le leggi di Hollywood,
non è (più) una leggenda metropolitana.
Prendiamo d’esempio l’atto “mucciniano”
per eccellenza: la corsa. Quella magnifica corsa di Silvio in Come te nessuno mai, per non dire quella
di Valentina in Ricordati di me. Quel
correre magnificamente enfatizzato per sottolineare
l’estasi maggiore del protagonista, un sogno avveratosi o un’ amore
finalmente ricompensato, culmine narrativo e stilistico, marchio di
riconoscimento del prodotto tipicamente Muccino e nient’altro che Muccino se non Muccino. La
stessa corsa che fin dai primi minuti de La
ricerca della felicità, perde il suo valore riconoscitivo in quanto privata della sua significazione. Stavolta il
protagonista, Will Smith, corre
sempre. Per inseguire qualcuno che gli ha rubato uno scanner,
o perché è in ritardo ad un appuntamento. Corre
sempre, in ogni scena, manco fosse un nuovo Forrest
Gump. Di rovescio, nella scena più enfatizzata e
commovente, lo ritroviamo che cammina. Finalmente, cammina. Lentamente. E
volendolo vedere in modo teorico, è effettivamente un chiaro segno del
rovesciamento direttivo di cui forse il regista è consapevole, come a dire che Muccino stesso sa
che questo film segna un nuovo inizio nella sua filmografia, un nuovo inizio
che rovescia totalmente le convinzioni di tutto ciò che ha fatto in precedenza,
(auto)annullandosi, divenendo un nuovo (s)oggetto che però ha l’errore di involversi all’indietro,
in un azzerramento di conti indefinito.
Egli sceglie una sorta di tardo-classicismo come nuova patinatura estetica,
inserendo spesso e volentieri delle scene girate in macchina a mano in un modo
totalmente ingiustificato e incomunicativo, prive di
un proprio perchè; il risultato è una sorta di Ron Howard che
però non sa mai realmente, se non in rare scene, come e perchè
posizionare la macchina da presa, creando uno
svuotamento (o “allineamento”, pur nella sua confusione palese) messa-inscenico. Di più,
Muccino non sembra nemmeno essere capace di dare
il giusto valore di grado emotivo agl’avvenimenti in sceneggiatura,
scegliendo di girare, fin dai primissimi minuti, già con un tono drammatico
molto elevato.. Optando per questa via, si perde
automaticamente la possibilità di mettere un climax ascendente al film, una
diluizione a forma di spirale, ovvero l’unico modo di distogliersi dalla
ripetitività degl’eventi. Perché Muccino non aumenta il grado di sfiga
o di disperazione man mano che la pellicola va avanti, bensì lo condensa fin
dall’inizio, tantochè già dalla prima
mezz’ora capiamo di aver già percepito tutto ciò che il film vuole farci
percepire. Infatti, dopo, sarà un’esperienza di rewind continuo, che alla lunga diventa stancante, fottutamente stancante. E ciò che dovrebbe essere fottutamente una serie di avvenimenti
toccanti diventa invece una serie di passi anestetizzati e anestetizzanti, con
pochi fasci di un brillare reale o discostante.
Che il personaggio di Will Smith sia uno
sfigato di merda lo abbiamo
capito fin dall’inizio.
Che la vita sia una merda lo
sanno tutti quelli che la vita la stanno vivendo.
Che la felicità possa arrivare, un giorno, ecco, questo è positivo.
E viene rinchiuso nell’unica scena bellissima
del film, del punto focale, estremo arrivo di una ricerca che fino ad allora
non aveva portato nulla di buono. Peccato che nel complesso
duri circa 3 minuti. 3 minuti di ottimo Cinema
(e ottima recitazione di Will Smith, cristosanto), che deve fare da contro-bilancia
agl’altri 114 minuti girati come il peggiore degl’esordienti.
E questo, lo dice uno che prima di oggi
ha sempre e comunque difeso Muccino contro coloro (la gran parte della critica
specializzata) che non hanno mai perso occasione di sfotterlo e rinfacciargli
che fa della tremenda schifezza. Uno che considera Come te nessuno mai o Ricordati
di me tra i film italiani migliori degl’ultimi
20 anni. Uno che Muccino,
lo avrebbe ri-difeso fino alla
morte con la spada affilata, come uno degl’auteurs
del proprio olimpo personale, se soltanto ci fosse qualcosa di realmente
difendibile e amabile in un film come questo. Ma non è
così, cazzo.
Non vogliamo affermare fin da ora che egli sia ufficialmente morto. Approdare a
Hollywood non è cosa facilmente assimilabile all’inizio, e (sotto)stare
alle sue leggi produttive sarebbe dura anche per il migliore
dei filmakers.
Per ora ci basta dire che La ricerca
della felicità è un film di merda.
Poi, chissà, in futuro il “nostro” autore di piccole perle potrebbe
tranquillamente riprendersi e regalarci nuove evocazioni e sensazioni filmiche.
..in fondo, ricordiamocelo, “è finita” si
dice alla fine.
E quello di Muccino
targato stelle e strisce è solo l’inizio.
(31/01/07)