


IL CINEMA DI ALAIN RESNAIS
- LO STILE DI UN TOCCO INCONFONDIBILE -
3° E ULTIMA PARTE
A cura di Hugo
Quel che resta del creato
Era francamente impensabile che Alain Resnais, dopo una lavorazione da brivido durata sei
anni (di sacrificio e di meritata soddisfazione), potesse continuare a produrre
simili articoli, non tanto per livello qualitativo quanto per la scelta argomentativa da percorrere. Tre anni dopo Muriel, ou le temps d’un retour (1966) il
regista firma l’ennesima opera sulla guerra, tema che diventerà caposaldo
della sua opera omnia (salvo rare eccezioni). Il film in questione è La guerre est finie (La
guerra è finita), prima collaborazione con i dialoghi di Jorge Semprun e ambientato al tempo stesso
delle riprese, l’opera focalizza l’occhio sulle vicende di Diego,
militante spagnolo stabilitosi a Parigi che si confronta con il clima dei
giovani militanti di sinistra. In quello che è sicuramente il risultato più
lineare nel percorso di Resnais appare anche una
grande attrice apparsa in molti film di Bergman, Ingrid Thulin. Dopo Loin du Vietnam (Lontano
dal Vietnam, 1967) una produzione a più mani in collaborazione con Godard, Lelouch, Klein e Ivens di cui Resnais filma un
episodio ironico e contradditorio sul pensiero intelletuale di sinistra nei confronti della guerra in
Vietnam, l’autore francese si concentra, nel 1968, sul film che ritorna,
nostalgico, sui vecchi temi dell’ormai classica trilogia del tempo: Je t’aime, je t’aime riflette infatti sulle possibilità offerte all’uomo dal sobbalzo
creatosi a cavallo del passato con il presente. Interpretato da Claude Ridder
(simbolico centro di una sequenza memorabile – quella della resurrezione
spirituale-fisica dal mare – ripetuta ciclicamente nel film) e Anouk Ferjac, il
film non ebbe grande successo di pubblico, anche
perché come tutti i film di Resnais tenta di fare luce su l’inconnou,
sull’inspiegabile. Dio viene visto come
l’elemento che crea un sub- clone (umano) per far si che esso aderisca
incessantemente al piano (materialistico) divino e l’uomo come la
somiglianza che cerca conforto nella propria creazione.
Dopo anni Resnais
torna sulla scena filmica, e in seguito a una breve
parentesi aperta nel 1973, con un breve episodio del film L’An 01 sulla rottura degli schemi
tradizionali (lavoro), il regista francese mischia l’eleganza scenica di Jean-Paul Belmondo a
quella tecnica dei dialoghi già collaudati di Semprun. Il risultato è Stavinsky (1974), edito in Italia come Stavinsky, il grande
truffatore, lungometraggio basato su scelte cronologiche apparentemente
semplici che sconfinano però in flash-back e addirittura in flash-forward,
evocanti il passaggio in Francia di Trotski, teorico russo di formazione marxista.
L’interprete di A bout de souffle lega perfettamente con la spontanea plasticità
dell’immagine, e si sposta nel corso del tempo (filmico, alterabile)
seguendo tracce, ripercorrendo itinerari.
Nel 1977 è la volta di Providence,
uno dei tetti più alti toccati nella totalità della produzione Resnaisiana. Il titolo è strettamente legato
all’omonima città americana, luogo di nascità
di Lovecraft,
autore di capolavori e indiretto ispiratore del regista, che per mezzo di uno
scrittore ripercorre le chiavi filologiche del pensiero autoriale
stesso, partendo dalla famiglia per sbucare in un’amplia riflessione
creativa.
Tre anni più tardi, a cavallo del 1980, viene alla luce
Mon oncle
d’Amerique, saggia e cruda (se pur
indiretta, in pieno stile Resnais) analisi della psiche umana a contatto con personali
esigenze di sopravvivenza, non determinate da insindacabili condizioni esterne,
quanto dalla voglia, dalla necessità di stabilirsi in un costante e sempre
migliore clima di piacere soggettivo, quasi ad ogni costo (ritorna il motivo
trainante della – difettosa ed inspiegabile - natura umana) . Il nostro
cervello, sembra essere in agguato per nutrirsi delle migliori prede che
capitano a tiro: la trama, che vede come figure di spicco Pierre Arditi, Nicole Garcia,
Roger Pierre e Gerard Depardieu, è basata
sull’abbandono delle rispettive famiglie di due amanti, che finiranno per
disgiungersi (come vuole l’insoddisfatto essere umano).
Mon oncle
d’amerique rappresenta
la via del successo per poter girare i due film successivi, entrambi
comprensivi di un cast stellare e destinati (in differita di anni) a diventare
capolavori per pubblico e critica. Stiamo parlando di La vie est un roman (il più famoso dei due)
e L’amour à mort,
che può comunque vantare grandi nomi all’interno del gruzzolo
interpretante.
Uscito nel 1983, La vie est un roman
affianca al nome di Pierra Arditi quelli di due intramontabili
figure cinematografiche, Vittorio Gassman e una giovanissima Fanny Ardant.
In stile film multiplo, vengono esplicate vicende nelle quali sottostanno temi
profondi come il rispetto e l’educazione dell’immaginario
fanciullesco, profilate con l’abituale ironia del francese.
Il castello del conte Forbek
(dentro al quale egli propone ai suoi ospiti un
viaggio depurativo promettente la grazia eterna affrontando un ricostituente
lavaggio fisico-psichico) viene visualizzato in due
diverse epoche, nel 1919 e nel 1982. L’amore della Ardant riuscirà
nell’impresa vera e propria, quella di cambiare il castello in un luogo
di apprendimento, vero fulcro del senso dell’opera, introducente il tema
del canto e del ballo, attuato poi altri lungometraggi.
L’amour à mort
del 1984, invece, rievoca le tematiche contradditorie del primo Resnais, scomponendo
i collegamenti tra vita e morte, amore e odio, piacere e dolore. Si serve di
due coppie per porre domande esistenziali sulla reale efficacia di un amore
duraturo e intenso, quasi imprigionante, a discapito di relazioni brevi e senza
compromessi (e viceversa, le due coppie fanno si che
questo gioco sia intercambiabile). Le musiche in questo film sono lontane,
scostate ma sempre presenti, e lo stesso Resnais
asserirà che “ciò che non viene detto
dall’immagine o i dai dialoghi è introdotto dal sottofondo
musicale”.
Due anni dopo l’autore si propone con Mèlo, logorante confronto
esistenziale di due realtà opposte. Il regista (e l’uomo) si interroga sulla prerogative del libero arbitrio e
sull’interazione di esso quando si affiancano differenti situazioni, più
o meno favorevoli. Con questo lavoro Resnais omaggia il teatro e le sue
creature, dall’artificiosità agli attori, fondamentali, stessi.
I want to go home, del 1989, delinea
un netto confine tra Francia e USA, associando ai due stati due universi
confinanti. Distrutto dalla critica, l’opera che vede Adolph Green nei panni di Joey Wellman (Wellman
“l’uomo – l’americano – bravo”, leggendo
tra le righe), comico disegnatore di vignette approdante in Francia con il vero
scopo (il pretesto è una mostra) di ritrovare figlia e padre, che non si sono mai trovati con la cultura americana. Originale la scelta di inserire i personaggi delle vignette in
determinati momenti del film, e di implementarli alla messainscena
rendendoli comunicanti con il padre e la figlia.
Successivo a una breve parentesi documentaristica di
nome Gershwin
(52 minuti, 1992), On connait
la chanson
(in Italia Parole,parole,parole…), girato nel 1997, rispecchia un
processo stilistico di cambiamento già iniziato da altri precedenti esempi.
Ritornano Pierre Arditi e Sabine Azèma
(con la Ardant
e la Seyrig
l’attrice più amata e incoraggiata sul set dal francese) in un paesaggio
tipicamente popolare attualissimo. Nella Parigi costernata di canzoni si
evidenziano i rapporti di un nucleo famigliare composto da
una giovane intenta a finire la propria tesi di laurea (“les chevaliers-paysans de l'an mil au
lac de Paladru”,
realmente redatta in quel periodo da una studentessa), dalla sorella e dal
marito di questa, nell’usuale cocktail di stati emotivi cosparsi di
ironia e freschezza (a volte celata dal grigiore cittadino).
Infine, l’attuale ultimo lavoro del regista è un musical dal titolo Pas sour la bouche del 2003, ignorato quasi del tutto dalla
distribuzione nostrana. Lavoro esperto che dimostra come anche un grande maestro (in quanto tale) non abbia paura di
sperimentare, tagliare il passato, cucire un nuovo presente destinato a un
futuro (tutto torna, non erano forse questi i tre stadi del suo creato più
meticoloso?) ricco di impreviste svolte (senza dubbio positive, a giudicare da
una carriera così maestosamente interessante), brusche dirapate
o illogiche frenate, che serviranno solo ad alimentare la voglia immutabile di
conoscere i nuovi orizzonti del nostro, ciclico come i suoi film, camaleontico
come le sue creazioni, intramontabile come la sua arte.
FINE 3° E ULTIMA PARTE
(26/04/06)