


IL CINEMA DI
ALAIN RESNAIS
- LO STILE DI UN TOCCO INCONFONDIBILE – 2° PARTE
A cura di Hugo
La trilogia del tempo, nevischio
di percezioni sull’incomprensibilità universale
1959-63. Quattro anni, tre film, una tappa fondamentale nella storia del
cinema. In realtà i tre (tre come numero perfetto e indivisibile, come sinonimo
di perfezione riscontrabile ad ogni calcolo nel grande
processo vitale) film potrebbero essere interpretati come uno unico,
un’insieme di raccordi che, nelle tre parti, espongono concetti
differenti ricondotti però alla medesima verità. Tre film che
fanno luce (?), che mettono in guardia, che dissimilano
le poche certezze apprese dall’esperienza umana. Rivoluzionaria, studiata, mai compresa in tutte le sue sfaccettature,
la trilogia “del ricordo”, Hiroshima-Marienbad-Muriel, resta senza dubbio il
punto più alto mai toccato dal regista francese. In questo agglomerato,
che in più di un’occasione sembra sfiorare punti di sperimentazione o di
estrema avanguardia, è racchiuso l’algoritmo che regola, almeno secondo Resnais, il
cardine dei meccanismi che ogni infinitesimale frazione di millesimo di secondo
sostiene la vita in funzione dell’arco temporale totale. Tutto è quindi
ipotetico, niente si basa su dati, prove o quant’altro
abbia potuto asserire che anche solo questo tessuto pregno di dinamismo esista o sia mai esistito. E la (non) certezza di dipendere
realmente da filamenti facenti capo a un punto
centrale assolutamente sconosciuto e inesplorabile (per com’è la società
odierna, per lo stato attuale delle cose) fa si che la sfida del cineasta sia
ancora più gustosa, una volta meritatamente vinta, se così si può dire. Se infatti questa triade di non-racconti (la negazione come
oblio, il limite invalicabile a cui è costretto a fermarsi anche la mente
dell’artista) può comprensibilmente arrivare a un certo gradino, per
quanto alto, della scala della conoscenza secolare, non può chiaramente
esplicare nessuna verità assoluta.
Tutto ha inizio dall’idea di inscenare un romanzo di Marguerite Duras, dal titolo Hiroshima mon amour. Parallelo come già detto all’avvento della Nouvelle Vague nel cinema
mondiale, l’omonimo film suscita le reazioni più disparate. Dopo poco
tempo infatti verrà attaccato da alcuni membri della
rivista Cahiers Du Cinema, in particolar modo dal
critico-regista Jean-Luc Godard ( Rohmer:”Saremo
tutti d’accordo nel dire che Hiroshima
mon amour è un film del quale si può dire di tutto” Godard:”Cominciamo
allora a dire che è letteratura”) perché appunto legato in maniera quasi
indivisibile al testo scritto (caratteristica del movimento della Rive Gauche)
e perché non dava alcun punto di riferimento a un qualsiasi tipo di spettatore.
In realtà (e anche per i motivi sopracitati)
il film è un capolavoro (semi) inarrivabile di una profondità inaudita.
A Hiroshima un uomo e una donna, diversi (ma identici per altri aspetti) hanno
una relazione turbolenta in seguito all’accavallarsi di sensazioni
passate, future e presenti (queste ultime racchiudono le altre) che scorrono
nella memoria di Emanuelle Riva (l’attrice che veste i panni della bella francese) come
conseguenza del rapportarsi con Eiji Okada (l’attore che impersonifica
la figura maschile del racconto). E il ripetersi, incessante e abbagliante, dei
tentativi di far rimanere la donna nella terra del (non) ricordo
è parallelamente il tentativo di stazionare la memoria in un punto fisso del
tempo.
Il primo quarto d’ora è uno dei punti chiave nella vita artistica di Alain Resnais:
documentario imponente, ordinato e senza compromessi, all’interno del
quale i dialoghi squadrano ripetutamente le immagini che ci vengono sottoposte
dalla messainscena. Ospedali, piazze, istituzioni di
una collettività pubblica stordita-annientata dal processo troppo insaziabile
dell’uomo moderno (Hiroshima come Guernica, il progresso finalizzato al male che travolge quei
“tristi ma così dolci spettatori”) il cui sviluppo
consequenziale rispecchia il terrore e la paura di essere, a propria volta,
annullati (leggi guerra). Il tempo si ferma, sarà la prima di una lunga serie di eventi simili, per dar modo all’impasto audiovisivo
di proseguire il suo corso (in)naturale. Il nome (fantasma) della città
giapponese torna a ripetersi e a consumarsi nei fitti e intricati discorsi dei
due giovani (non esiste nome per queste creature X e Y, ad avvalorare
l’ipotesi che siano solo pedine sfruttate saggiamente e poste con cautela
su un grafico spazio-temporale) , quasi ad esorcizzare
l’avvento del ritorno (fantasma, anch’esso) al futuro (futuro..passato, non ha molto più molto senso questa distinzione
arrivati a un certo punto dei film di Resnais) della vita a Nevers,
città natale (e quindi passato, ma…vedi sopra) e culla del sogno-ricordo
attaccato inesorabilmente al cammino temporale della amante.
E in quella culla sono custoditi legami passati
(sempre presenti, probabilmente o quasi certamente futuri, perché pur
affievolendosi rimangono indelebili, inscalfibili)
che vedono sovrapporsi ciclicamente (altra caratteristica dei film di Resnais, la reale
possibilità di vedere un film dalla fine sovrapponendone l’inizio, in una
serie infinità di ripetizione che pregiudica l’esistenza di un finale) le
due identità relazionali, quella del soldato tedesco, ex perduto amor (nel
senso di un amore sconvolgente ma anche interrotto, ancora una volta, dalla
simultaneità del fronte bellico), e l’attuale amante nipponico, figura
ambigua per quanto concerne il sentimentalismo e la passione che brucia(va)
nella donna.
Due giorni, in cui queste tre sagome (l’individuo femminile, e il doppio
stato –passato come l’amore perso a Nevers
e presente come quello ritrovato nell’amante
attuale- fisico maschile)
si mescolano, si amalgamano morbidamente (nei film di Resnais il concetto di unione, di
crogiuolo, non è mai interpretato come qualcosa di drastico, ma scivola
lentamente e sottilmente per tutta la durata della pellicola) in un continuo-accennato (la contrapposizione di estremi
differenti al fine di fare chiarezza è solo uno dei tanti simboli strutturali
pescati dal catalogo di Resnais)
flashback che si snoda in infinite direzioni (tutto il secondo tempo ne è la
prova lampante).
La foce, il risultato di questo esperimento è la degna (ma apparente)
conclusione delle vicende, almeno sul piano della narrazione. In questa
sessione i due attori si inseguono, si amano, si
lasciano e ancora una volta si riprendono attraverso le vie illuminate (dai
lampioni si, ma anche da un sublime bianco e nero gestito da un grande maestro
della fotografia, Sacha Vierny, in
collaborazione con il giapponese Takahasi, a sottolineare un parallelismo anche nei ruoli più
tecnici) di una Hiroshima sempre sveglia, sempre vigile e illuminata, sempre
attenta che il ricordo del soldato tedesco possa divenire finalmente un'unica
cosa con l'uomo appena conosciuto eppure da sempre nella vita della donna. E quando l'uomo giapponese, come non mai sinonimo dell'oblio
passato, dell'amore perduto, sembra ottenere la volontà della donna a restare
con lui, ecco che questa svanisce (Ne siamo davvero sicuri? E
soprattutto, siamo davvero sicuri che questo particolare nasconda una anche
solo minima importanza?) in quella che ormai è la mattina a Hiroshima. E, una volta arrivati alla fine, si concorda che probabilmente
l’affermazione più veritiera dell’opera è racchiusa nelle prime
battute (inizo-fine ancora una volta scambiati
sottilmente), quando il giapponese sussurra alla donna “Tu n’as rien vu a Hiroshima”.
Forse lei non ha visto davvero niente, forse lei non è mai stata a Hiroshima, o
forse l’oblio del ricordo non le ha mai permesso
di vedere realmente.
Se con questo lungometraggio Resnais compie i primi, giganti, passi verso un cinema
distaccato e privo di apparente razionalità
strutturale nello snodarsi dell’incipit supportato
dall’elaborazione irragionevole della sceneggiatura, con il film
successivo, L’anno scorso a Marienbad, il regista conclude (quasi definitivamente)
ogni discorso lasciato in sospeso, destinando però sufficiente spazio
all’enorme postilla che seguirà tale secondo gioiello.
L’Anno scorso a Marienbad
ha infatti il compito di estremizzare maggiormente gli
input sferrati da Hiroshima mon amour,
e per farlo si avvale di una tecnica tanto oscura quanto astratta, con lo
spettatore che si chiede ciclicamente perché i sensi non siano più legati
l’un l’altro.
Film indefinibile perché indefinito, buco nero che assorbe il cinema nel suo
essere arte, L’anno scorso a Marienbad, che
rompe ogni sorta di schema nell’approccio ragionato alla visione di un
lungometraggio, è sostanzialmente un punto di non ritorno, totale.
Film amato e odiato (in maniera sconsiderata in ogni caso, non esiste altro
modo di rapportarsi con l’opera), studiato/criticato strenuamente per
anni, vede ancora protagonisti un uomo X (interpretato
da Albertazzi)
e una donna Y (Delphine Seyrig) su
una scacchiera temporale che collide col passare dei secondi.
Realizzato con il consueto distaccamento dalla standardizzazione
realizzativa-interpretativa di un lungometraggio, Marienbad è
narrazione alterata su sinusoidi temporali di un cinema circolare (pellicole il
cui finale può essere attaccato all’inizio all’infinito) e al tempo
stesso parabola omaggistica della vita come antitesi
dell’oblio accumulato nei secoli.
La trama è talmente (volutamente) scarna da risultare
banale, dato che lo spettatore osserva una coppia di (apparenti) sconosciuti
discutere per (tanti) fugaci momenti su chi dei due abbia ragione sulla (non)
constatazione di un (in)certo incontro, avvenuto un anno prima in uguali
circostanze. Il pubblico capisce subito, infatti, che non è importante tanto da
che parte sia la ragione sui fatti di un'ipotetico anno prima, quanto la dinamica con qui si svolgono quelli
presenti e futuri, conditi da dialoghi di alto livello lessicale a
simboleggiare l'ambiente aristocratico installato nel palazzo. E quando le vicende
sembrano delinearsi, ecco che si piomba nuovamente
nella martellante successione di costumi ritratti nei loro comportamenti tipici
(le persone ai bordi delle sale che parlano di argomenti di una piattezza
cercata, l'uomo che non perde mai al gioco con le carte, i tiri con la pistola
nel poligono) e intrecciati dall'elegante movimento della inquadratura che
spazia ora sulle accurate e rigorose stanze, ora sul carattere ostinato del
personaggio maschile (senza nome, senza un'identità che lo possa collocare in
un qualsiasi momento vissuto dall'altro personaggio principale).
L’ossatura originale non risiede ne in questo ne tantomeno
nella critica descrizione dell’ambiente sociale inserito
all’interno della sfarzesca pensione
(prigione). La voce fuori campo accostata all’immagine evade dal
classicismo Resnaisiano, che utilizzava questo tipo
di tecnica per rafforzare la potenza visiva costruita: in
questo circostanza la VFC possiede un livello narrativo personale, che
si aliena dalla sequenza filmata ma paradossalmente la intensifica. Udiamo
quindi questo tetro e sottile espediente descriverci accuratamente
(nell’incipit il timbro e le incessanti ripetizioni delle locuzioni risultano inquietanti) prima la spigolosa architettura
interna (intarsi,porte,corridoi) nella quale traspare il materialismo
dell’ambiente sociale in essa instaurato per poi snodarsi a turni tra le
parole dei due protagonisti. In questo ultimo caso la
VFC si fonde con le voci degli attori e il ricondurre una determinata frase a
un’altrettanto determinata immagine risulta estremamente difficile.
La geroglificità dell’opera risiede però nella
prassi (ripresa poi in Muriel, il tempo di un ritorno) con cui Resnais esplicita il precedersi ed il susseguirsi di azioni passate,
presenti e future, su una complicata se pur ridotta griglia di legami
interpersonali: i discorsi di una borghesia fin(i)ta,
plastica e stucchevole vengono usati come rimandi al nucleo vero e proprio, al
nocciolo del film, il vorticoso relazionarsi di Albertazzi e la Seyrig; le
destinazioni fotografiche ricorrenti come saloni, scale, specchi rimbalzano spigolosamente nella mente dello spettatore intrecciando,
insieme a un montaggio forsennato e allucinato, un simbolico loop del quale nemmeno la fine della visione è
l’uscita sicura; l’anima (e l’occhio) della macchina da presa
si perde nei labirintici corridoi collegati in un impianto (l’albergo) i
cui settori sono nascosti nella mente del regista stesso (solo
l’artista-creatore conosce la soluzione dell’enigma inventato, allo
spettatore “restano” le presumibili decodificazioni del rebus).
Inoltre il francese destina un calibro cruciale alle figure centrali
dell’opera, abbozzando in tal modo un triangolo isoscele la cui base è
formata da X e Y, i due punti-persone in costante dibattito, sormontate da
un’entità superiore, il marito della donna, il vertice del poligono che sovrasta-controlla le sub-coordinate.
L’uomo è si caparbio ed incaponito ma anche
sensibilmente convinto della (sua personale) verità, tanto che riesce a
modellare lo stato pseudo-confusionale sebbene
completamente cosciente della Seyrig. Il regolare tintinnio che intercorre tra i due (mai
così uniti) litiganti sfocia in crescente ambiguità/sensualità e parallelo annullamento
di tali emozioni, performando un (a)simmetrico
scambio di personalità irregolari inserite nella grande orgia
concettuale in cui figurano tutti gli elementi fisici (l’uomo come intarso, l’anima come specchio) e psichici (non è un
caso se i movimenti dei due attori non sono mai sorretti da un se pur minimo
filo logico - i corpi si spostano anzi in maniera praticamente telecinetica -). Il marito (?) della donna è la figura più
affascinante: sempre posta in secondo piano rispetto alla scena in corso, si
affaccia solo per dimostrare consapevole superiorità in vari campi
(partecipando al proprio singolare gioco di carte asserirà “posso
perdere, ma vinco sempre” ) o per redarguire (ma anche qui il
comportamento è eccessivamente ambiguo, quasi non curante al tempo stesso) la
moglie quando sembra destinata a partire con il testardo sconosciuto (?). Le
tre entità si mischiano e si avvicendano nel cuore dell’imponente ed inscalfibile palazzo, sconfinando però talvolta nel
metafisico (le ombre delle piante in esso cosparse
ordinatamente non vengono riflesse al contrario di quelle umane) giardino,
mondo distaccato dall’ albergo-pianeta. In esso
la coppia principale si apparta timidamente, riscopre particolari fondamentali
della pseudo-relazione vissuta l’anno prima (e
l’anno prima ancora, e ancora, la storia può essere riavvolta
incommensurabilmente) e stipula le clausole per il futuro legame (esisterà
mai?), la vita successiva seguente l’utopica fuga dal
passato/presente/prigione.
Se L’anno scorso a Marienbad è entrato di diritto nella storia (e premiato
con il Leone d’oro 1961) è anche grazie al culto, al mistero che attorno
ad esso si è depositato per anni. Studiato e
interpretato sino ad oggi, il mito è stato nondimeno criticato aspramente (come
già successo per Hiroshima mon amour) per la sue
radici puramente letterarie, commissionate stavolta a Alain Robbe-Grillet.
La fotografia (Sacha Vierny) ha un
peso equivalente a quello registico (intenzionalmente
nullo è in questo caso l’apporto del suono di sottofondo a sottolineare
un ambiente rigido, asciutto) ed è influenzata da noti indizi pittorici,
spazianti dal cubismo di Picasso
alla corrente più futurista per spingersi fino ai limiti del surrealismo.
Pertanto ogni frame è riconducibile a un qualsiasi dipinto di Escher, e le tecniche di cui
abusa il montaggio non fanno altro che avvalorare la tesi. I quadri appesi alle
pareti delle sale sono a loro volta ipnotici e vorticosi,
inghiottiscono la solidità ambientale e l’attenzione del
testimone-spettatore. Nell’ultimo, fatale, fermoimmagine
è impossibile non ricordarsi di Magritte e del suo L’impero
delle luci, disarmante manifesto surrealista che nel film viene riproposto sulla facciata notturna dell’albergo,
quando il ciclo è pronto a concludersi al fine di rinascere, ossessivo e
interminabile, all’inizio di una (necessaria) ulteriore visione.
L’anno scorso a Marienbad
è dunque un punto di non ritorno, ma l’astuzia di Resnais gli permette di
introdurre la postilla (di lusso) che va a concludere
la trilogia.
Si tratta di Muriel, il tempo di un ritorno, girato due anni
dopo Marienbad (1963), dal quale estrapola e
rielabora diversi concetti. Naturale risultato dell’addizione di Hiroshima mon Amour (il tema della
guerra e dell'amore/odio documentato a cavallo tra francia/giappone/algeria) e appunto L'anno scorso a Marienbad
(sfasamento e collasso dei piani temporali, deinterlacciamento
dei dialoghi e della messainscena, rimbalzanti
stacchi e cambi stilistici, situazioni concatenate e personaggi seminascosti),
"Muriel ou le temps d'un retour",
apparente parentesi lineare (in parte è così), è il più sottile, labirintico e
stratificato gioco creativo dei tre punti concettuali che formano la trilogia
del tempo. La mutante Delphine Seyrig da
ricca aristocratica tormentata nel suntuoso edificio di L'anno
scorso ci viene ora presentata come casalinga di mezza età, imprigionata a Boulogne, cittadina di provincia dove tutti sembrano
conoscere tutti e non conoscersi affatto. Imperversa immediatamente un
parallelismo generazionale vertente sull'arrivo della coppia Alphons-Francoise (dichiaratisi parenti, sono invece
compagni con una sensibile differenza d'età) la quale si stabilisce a casa di Helene (Seyrig) e del figliastro Bernard. Il nucleo famigliare sembra così delinearsi, tutti i personaggi hanno caratteristiche che li
rendono diversi dagli altri ma direttamente legati (basti pensare alla genetica
somiglianza tra i due uomini, giovane e anziano, o a quella generazionale del
ragazzo e della ragazza, per ritrovarsi in una rete che tocca tutti i punti
senza esclusioni) per altri aspetti: da questo intreccio si andranno a svelare
ulteriori rapporti, a poco a poco spuntano nuovi volti che siedono alla grande
tavola inbastita da Resnais per le sue creature. L'uomo si confronta nuovamente (tesi
evidenziata esponenzialmente nei precedenti lungometraggi) con l'ambientazione
spazio-temporale (Boulogne come comprensorio presente
di fredde emozioni derivanti da un passato spietato) che conferma l'ambiguità
non di un determinato ambiente (come quello puramente aristrocratico
di l'anno scorso) quanto di una determinata stirpe,
quella umana, che inghiottisce il passato utilizzandolo spesso incoscientemente
(tema dei corti, nuti e brillard,
Guernica). E Muriel chi è? Nuovamente (altra caratteristica importata da
Marienbad) una parte del titolo è nascosta nei
discorsi e viene menzionata (quasi richiamata) nei
meandri più oscuri: sappiamo infatti che è esso è il nome della (fantomatica)
compagna di Bernard persa per sempre in Algeria (una
relazione personale stroncata da qualcosa di troppo grande per essere
controllato, come accade in Hiroshima Mon amour), forse sterminata dai selvaggi
abusi dell'uomo. L'importanza di un personaggio velato (ma ad ogni modo centro
nevralgico delle azioni/reazioni di tutti gli altri soggetti) come Muriel è determinante quanto i
dialoghi, architettati ad hoc per spremere la rabbia (condizione
imprescindibile del genere umano, direbbe ancora Resnais) dai pori di questa gente
comune munita di una propria storia (passato) personale e immutabile, che
vorrebbe rispecchiarsi nel presente ma che non trova le condizioni per farlo
(se il passato è quasi sempre collegato al RICORDO, felice appunto perchè defunto, il presente si stringe ad altri stati
psico-fisici, quasi sempre negativi): l'esito è una stremante scalata attuata
per raggiungere qualcosa di irraggiungibile (la serenità - eterna? -), al quale
vertice è affissa la condizione degenerante interiore di ogni
minuscolo essere vivente. Succede anche alla famiglia di Muriel, il tempo di un ritorno, dopo aver spinto troppo il pedale emotivo-relazionale: gli effetti sono differenti, ma
ugualmente riconducibili allo stesso presupposto, allo stesso processo che
porta la scintilla a scalfire la stasi degli eventi.
Di nuovo (dopo Hiroshima e L'anno scorso) viene
portato alla luce il micro/macrocosmo Resnaisiano, nel quale il singolo frame,
la specifica situazione potrebbe essere copiaincollata
(per quanto ne sappiamo noi della strutturazione dell'imbroglio temporale)
all'infinito (un giorno è un giorno? e un secondo?)
senza apparire come successione interminabile, l'atto finito che ne nasconde
mille copie (varianti? Se su ogni diapositiva successiva trovassimo una
differenza - pur essendo infinitesimale - il risultato sarebbe una n-esima
sequenzialità divorata e profanata dall'errore), facendo tornare d'attualità il
tema dello spazio-tempo come forma (im)perfetta di incalcolabile (im)precisione.
Boulogne è quindi la città Hiroshima e l'albergo di
"l'anno scorso" allo stesso tempo, è ossia la medesima trappola
mentale da cui è impossibile fuggire se non nel (ipotetico) finale (la fine non
come atto terminale bensì come propulsione verso il futuro - sappiamo infatti che la donna parte da Hiroshima come la figura X
dall'albergo , qui sarà Alphouns a farlo -) ma è
anche lo specchio del ricordo (truce, tormentato, sorretto dalla crudeltà di
scene indelebili) che puntualmente si frammenta sull'inerme animo umano. Il
tempo è poco/infinito, il trascorrere qualche giorno è in realtà il
sopravvivere per infinite giornate (tentativi): serve a poco, ormai lo
sappiamo, scandire il tempo in base ai mutamenti genetici dei personaggi
(pedine) del regista, basti pensare all'inossidabilità dell'uomo e della donna
di "L'anne derniere"
che si ripropongono, inscalfibili
dal e nel tempo, ogni anno nello stesso periodo (??) all'interno della suntuosa
dimora, o ai cambiamenti evidenti nel giro di pochi giorni (ore?anni?)
trascorsi a Boulogne da Alphouns
(sarà proprio la compagna Francoise a fargli notare
il fatto : "Sei diventato più vecchio da quando siamo qui" - senza
però mai far riferimento a un periodo preciso e soprattutto finito). La cura
con cui vengono descritti i personaggi è estremamente
particolare nel proprio corso, per certi versi maniacale (l'insicurezza della Seyrig che si incanala nelle esigenze relazionali e
psico-fisiche – rapporti umani, denaro - , la chiara determinazione di Kérien-Alphouns, la sfacciata onestà di Bernard
e la smania giovanile di Françoise, a loro volta
microcosmi dal profilo noto che si incastrano con quello altrui nella più
tipica rappresentazione di interlacciamento
esistenziale) e per altri sfocata, volutamente imprecisa e confusionaria (è il
caso di quasi tutti gli altri personaggi che non rientrano nella cellula
semi-famigliare dei quattro attori principali). Si plasmano in ogni caso
diversi paradigmi di meta-cinema libero e personale,
il cui esempio più evidente (il giovane Bernard)
rappresenta anche in parte Resnais stesso: Bernard filma, documenta, rinchiude ricordi e sensazioni
(sia parole che immagini che l'unione di entrambe, a seconda delle tecnologie
utilizzate) nei diabolici strumenti-feticci, le sole armi artificiali (ma
derivanti dal pensiero umano) per fermare la cinica avanzata dell'eterno lasso
temporale.
La moltitudine di decisioni stilistiche è sorretta dall'originale e
apparentemente sobria (a tratti ogni paradigma utilizzato si manifesta
irrecuperabile rispetto al disegno preimpostato)
costruzione tecnica: l'autore si serve infatti della
garanzia di Sacha Vierny, il
trasformista al servizio della fotografia, in grado di mutare i toni di Muriel (primo film interamente a colori di Resnais) in un
quasi bianco e nero (cupo e insaziabile come quello adottato nei due precedenti
capitoli) di straziante malinconia, per ricordare gli orrori (del passato
globale) attraverso le rovine, il grigiore della provincia e della (sempre
protagonista) plasticità umana. A completare il quadro (l'imprevisto gioco di
parole porta ancora a considerare come tutti i film di Resnais non siano altro che
"strategie implementate su magiche tele") affiora l'insieme di suoni extradiegetici curati da Georges Delerue (ora barocchi
ora moderni, sempre comunque congiunti con estrema efficacia e consapevolezza
filmica all'immagine) i quali inizialmente appaiono amalgamarsi in modo puro e
normale ma che scopriamo prendere rapidamente il sopravvento sull'aspetto
visivo. Il ritmo è perciò presto scandito dai timbri e dalle musiche, gli
stacchi (che spesso calzano l'identica frequenza usata nell'alternare campi
lunghi a primissimi piani) e le dissolvenze (poche) hanno nuove prerogative in
funzione del sonoro.
Gli strumenti impiegati per legare tale vasta e complessa pila di eventi in maniera originale sono pertanto quelli
collaudati precedentemente dall'autore, che raggiunge con Muriel
la maturità definitiva e consacra i tre (o uno sintatticamente grande e
completo) film-tasselli nella storia di un cinema affascinante e
irraggiungibile, figlio del teatro, della letteratura e delle arti figurative,
il quale però non rinuncia mai a soffermarsi sulla condizione umana nel momento
in cui essa viene attaccata da forze preponderanti e inaccertabili. L'unica via
d'uscita, direbbe Resnais,
dal caos evolutivo propagato dalle diverse disposizioni nodali (passato-presente-futuro), è perciò
l'identificazione di tale schema attraverso l'irrazionale potere dell'arte, il
quale non muore al tramonto ma si consolida e si rinforza ad ogni nuova alba.
FINE 2° PARTE
(09/04/06)