


IL CINEMA DI ALAIN RESNAIS
- LO
STILE DI UN TOCCO INCONFONDIBILE – 1° PARTE
A cura di Hugo
Un architetto/pittore che sfugge
al tempo provando a intrappolarlo
Ci sono autori che fanno parte, stabilmente, del firmamento storico
cinematografico.
Alain Resnais,
classe 1922, è uno di quegli autori il cui nome può essere addirittura
parafrasato con il termine storia del Cinema. Egli è infatti divenuto un
caposaldo portante della settima arte tramite serie di innovazioni a livello strutturale-filologico ad oggi ineguagliate, almeno per
quanto riguarda il proprio creato più laborioso, la magnifica trilogia
“del ricordo”. Fino ad allora non si era mai osservata una maestria
nell’elaborazione del tessuto filmico gestita da una rete di piani
temporali tanto complicata quanto nitida nella sua messa in scena: espedienti,
in definitiva, che potevano essere rappresentati con successo solo da un patron
del grande schermo, un pioniere della Francia esploratrice di nuovi orizzonti
cinematografici, perché solo il cinema poteva dar vita alla coraggiosa creatura
di Resnais.
Un architetto, che traccia con strumenti precisi (i cui angoli potremmo
definire smussati, vedendo la meravigliosa fotografia scelta per ammorbidire
gli spigoli che inevitabilmente si vengono a creare trattando argomenti ancora
oggi sconosciuti all’uomo) le linee di riferimento per lo spostamento
cartesiano di tutti i suoi elementi, delle sue pedine, dei punti noti sulla
parabola (o, se volete, su tre rette temporali costantemente in sincronia) del
tempo inteso come spazio vitale, come condizione imprescindibile alla quale
associare la completezza delle azioni umane. Ed è il rapporto secolare tra
spazio e tempo a costituire la geometria del regista, a fornirgli gli spunti
sui quali abbozzare vedute geniali del percorso sintattico che teoricamente
ogni individuo è portato a compiere, assecondato da altri oggetti astratti
formanti il linguaggio filmico stesso, si tratti del ricordo inteso come
flashback (o viceversa) o della fotografia parallela su due (passato-presente) o più (implementazione del tempo futuro)
livelli narrativi o ancora della sinergia che si viene a creare tra i
protagonisti delle sue opere in situazioni che non avrebbero apparentemente
senso se il filo sequenziale non continuasse imperterrito a spezzarsi
frammentando sempre nuove soluzioni logiche (non a caso i due amanti di
Hiroshima non avrebbero mai potuto ritenersi tali se non lo fossero stati in un
quantomeno ipotetico passato che prepotentemente riaffiora nei gesti, negli
sguardi e nel sillogismo che si accosta più facilmente al tempo presente, la
quotidianità come periodo stretto di azioni compiute e ancora salde nella
memoria). Rigoroso se pur libero nell’espressione della sua arte, Resnais è anche
pittore dei suoi film-dipinti, con la consueta leggerezza di chi gira prima di
tutto per sé, per tentare di dare risposte alle domande esistenziali tramite
l’amore per la passione filmica. Pittore perché le linee, gli spazi e i
contesti sembrano, man mano si assimilano le intenzioni del francese,
appartenere sempre di più a un quadro irreale (discorso che vale anche nelle
sue opere più apparentemente razionali), o meglio alla realtà smagnetizzata e
dilatata all’infinito sulle sue tele criptiche per lessico e forma ma
facilmente assimilabili per contenuti e obiettivi.
Cinema di conseguenza contradditorio e (mai
abbastanza) eccessivo nella forma, complicato ulteriormente
dall’insormontabile desiderio di scoperta ricognitiva
e sensoriale per far luce sulle
prerogative più ambiziose che per natura l’uomo si pone.
La pennellatura di questo autore è unica nel suo genere e il suo tratto, liscio
e impavido come il più maledetto dei ritrattisti, si amalgama frequentemente
con le emergenti sensazioni che lo
portano a sentirsi (ri)stretto nell’essenza
sociale circospettiva.
L’esigenza di scorgere un bagliore più vasto (arte come ponte –
astratto o non -) è quindi sostenuta dal distaccamento dei criteri usuali per
gettarsi del tutto su nuovi orizzonti alternativi e possibilistici.
Esplorare un tale malloppo culturale/psico-intellettivo
è impresa piacevolmente stremante e
se il maestro francese ha creato un documento irrealizzabile attraverso
qualsiasi altro campo extracinematografico, è anche bene ricordare e donare
uguale importanza al tragitto percorso per arrivare ai primi lungometraggi, il
passato più oscuro e affascinante di Resnais, costellato da tappe basate sulla propria formazione
prettamente documentaristica.
Piccoli esempi di grande arte
E’ necessario quindi andare a scavare nella memoria del cineasta
francese, scendere per un attimo in cantina o salire un istante in soffitta
alla ricerca di antichi cimeli, oggetti che possiamo associare al ricordo (una
costante attenzione va posta a metafore, rimandi o dichiarazioni esplicite
riferite alla destrutturazione del piano temporale, alla memoria,
all’oblio, pretesti principali di cui si nutre il cinema di Resnais) per
rispolverare il loro antico ma mai defunto splendore. La “pre-filmografia” del francese, ricca di spunti per
gli amanti dello stesso, si presenta come uno scrigno ricco di preziosi
ammassati, su cui la luce dell’arte, i gridi della rabbia rivoluzionaria,
la consapevolezza di esistere in un mondo ancora pienamente sconosciuto, si
schiantano frantumando tanti strani ma pregievoli
segmenti. Negli anni ’40 il regista inizia a produrre una grande quantità
di cortometraggi, per lo più documentari. Il suo spirito visionario gli
permetterà di intravedere il talento di Van Gogh e Gauguin, allora non ancora affermati quali pittori storici
che sono tutt’ora. Nascono infatti due corti
realizzati in collaborazione con Gaston Diehl di circa 20 minuti a cavallo tra gli anni 40 e 50
che prendono
nome dai due autori impressionisti. Il risultato è la ripercussione delle opere
da parte di un occhio meccanico, che si ferma su vedute paesaggistiche o su
particolari da esplorare con la coscienza che non basta osservare, scrutare o
basarsi sui soggetti dipinti, bensì è necessario approfondire con la propria
mente lo spunto offertoci dal regista. Siamo trapassati da un ciclico vortice
di emozioni visive, proiettili simili alle pennellate schiave dei maestri
documentati, incanalate però costantemente dall’accortezza di voler
raggiungere un obiettivo unico e indiscutibile, quello di analizzare
(esponendola) un’arte libera dai canoni che l’avevano incatenata
per secoli. E noi, immobili, ci lasciamo trapassare, consci di venire
scaraventati nelle stesse strade, dinnanzi ai medesimi colori, in relazione
quindi con i protagonisti che popolano i soggetti dei tre pittori (Gauguin e Van Gogh sono
infatti i due artisti immortalati dalla mano di un terzo, Resnais), sfumando le nostre
vedute nel momento in cui la macchina sfuma o collide i propri orizzonti.
A cavallo di questi due cortometraggi ne viene prodotto un terzo, più breve ma
allo stesso tempo carico di un’intensità irripetibile, che ritrae
letteralmente (l’occhio si posa su praticamente tutti i punti del
maestoso dipinto) il quadro Guernica, di Pablo Picasso. Resnais per Picasso (in quanto Resnais per Guernica) e, indirettamente, Picasso per Resnais. L’omonimo filmato
annulla lo spazio e il colore (un bianco e nero maggiormente estremizzato)
secondo le regole prefissate dal cubista spagnolo, creando, grazie
all’apporto della mobilità cinematografica, un lucido rimando alle vedute
di Picasso
sottolineandone la drammaticità. Le inquadrature sfuggenti, rabbiose, sono la
punta che completa l’arma scagliata molti anni prima dal pittore: apre
con la città distrutta dalla stupidità umana per sfociare in un inno di libertà
che punta il suo dito sulle ingiustizie della guerra e del potere. Nel mezzo,
la moltitudine di lampi ammassati in una teorica pila, gestita con astuzia
dalla velocità camaleontica della voce fuori campo (indispensabile mezzo di
denuncia che Resnais
imparerà a sfruttare con esperienza inimitabile nel proseguimento della sua
carriera), a tratti graffiante per rabbia e velocità ( “prova a dire alla
madre perché suo figlio è morto!”, udiamo scalfiti dalla brutalità delle
parole, scagliate come pietrerivoluzionarie) e a
tratti in scrutabile ( “attori tristi ma così dolci”, riferito alla
statica e inesorabile situazione dei personaggi che loro malgrado sono
disseminati sul dipinto, è una frase quasi sospirata, sotto la quale si cela la
vergogna nell’appartenere a una razza truce come quella umana), che
recita (amalgamando le differenze sensoriali) un testo letterario studiato e
ricercato (espediente stilistico facilmente ritrovabile anche nei suoi lavori
più maturi, criticato, in seguito, da alcuni esponenti della Nuovelle Vague francese,
movimento cronologicamente parallelo a quello personalissimo – non
inquadrabile - di Resnais)
per scuotere lo spettatore per mezzo appunto dei pesanti cambi ritmici
conseguenti o anticipanti rumori volutamente assordanti, disturbanti.
Avanzando cronologicamente scorgiamo un altro importante document(ari)o
sulle arti figurative, Les statues meurent aussi (1953), simile
per forma (focus sulla produzione artistica umana
abbinato ad ampie vedute sociali e civili) ma discostato dai precedenti lavori
ricamati sull’arte pittorica e spostato su quella scultorea, estremamente
necessaria all’autore per proseguire l’elaborazione di una
personale sintassi rispettata nella totalità del suo prolifico curriculum.
Questa sintassi inizia appunto nel momento in cui Resnais squadra le radici etico-civili delle popolazioni africane nel film, opponendo
un catalogo visivo di sculture, busti, rilievi, intarsi, maschere, ornamenti,
abbellimenti, tutti provenienti dallo stesso (semplice e basilare come
l’uomo delle origini) ceppo culturale. E’ per l’appunto
l’uomo delle origini a (s)co(in)nvolgere l’autore francese, il quale, ancora una
volta usando la voce fuori campo ad illustrarci le immagini, puntualizza la
rilevanza di certi usi/costumi che sono stati alla base dello sviluppo sociale
(lo stesso che paradossalmente si impadronisce del cinema di Resnais nel
momento in cui si affrontano le tematiche belliche).
Le statue/ornamenti come feticci da custodire, come parte completante del
processo esistenziale moderno proiettato verso un passato da annullare tramite
la (in)sicurezza del materialismo affidato all’arte. Ma anche
sculture/tradizioni come unico elemento connettivo di usanze perdute nel rumore
dell’avanzamento tecnico-scientifico, con la purezza del pensiero e la
libertà dell’espressione non imprigionabile in schemi elitari.
Questa ricerca dell’errore umano (in verità in Les statues meurent aussi l’obiettivo è esattamente opposto
all’errore umano ma serve per scartare ipotesi, per avanzare teorie
partendo da diversi presupposti) è facilmente reperibile nell’opera omnia
del regista. Senza però spostare l’occhio troppo avanti, questo
atteggiamento è decrittabile dal suo successivo corto, Nuit et brouillard
(Notte e nebbia),che comincia a inquadrarlo come compositore di un certo
livello nel panorama cinematografico francese.
Il film, giustamente glorificato a capolavoro e prima realizzazione a colori
(in parte) dell’autore, è una calcata denuncia contro gli imperdonabili
crimini commessi dal progetto nazista (è però un attacco aperto direttamente al
potere per sormontare popolazioni a noi identiche per diritti, il nazismo ne è
il simbolismo lampante) ripercorrendo il cammino delle vittime stesse.
Il punto di rilievo dell’opera risiede nell’accatastare documenti
d’epoca in bianco e nero (crudi, vergognosi filmati o gelide, assurde
fotografie) su un’insieme di altrettanto fredde vedute a colori (di ancor
più grande impatto da come ci suggerisce il testo narrato, che pensa alle
rovine letteralmente impregnate di milioni di morti) dei campi di concentramento
più “famosi”.
Il film punta il dito prima che sul nazismo sull’uomo in generale,
identificando la razza umana come carnefice di delitti talmente atroci quanto
studiati e ingegnosi. Notte e nebbia
è la condizione del deportato che presuppone il cessare-rinnegare ogni speranza
verso la vita, capire fino in fondo quanto può costare essere diversi-migliori.
Ma il film è anche qualcosa di molto più sottile: musiche sinfoniche
introducono lo spietato testo di Jean Cayrol, che senza un attimo di esitazione commenta le
agghiaccianti diapositive (ce n’è forse davvero bisogno? Cayrol lo sa
bene e spesso lascia in sospeso alcuni pensieri per fare parlare il
“testo” visivo, scritto con il sangue di chi non può più
permettersi di sperare, stampato dalle anime di bambini-adulti-anziani
divenuti in seguito numeri/sigle) e cerca perennemente risposte tanto ovvie
quanto inspiegabili. Non a caso la frequente affermazione “Je ne suis pas
responsable” è il canale usato per tarpare un
fantomatico alibi allo spettatore, complice a priori dell’orrore, numero inscomponibile dell’insieme/agglomerato
numerico/umano. Si evidenziano solo difetti (l’errore umano che per
principio Resnais
tende a inseguire), del resto la guerra non ha altri meriti che crearne, da una
parte e dall’altra.
E il carrello della macchina da presa è ora posizionato accanto ai binari sui
quali i treni della morte sono transitati per anni; ancora più a fianco
sterpaglie, nuovi manti erbosi innocenti nel loro destino ma nati su un suolo
infinitamente maledetto. Fino ad arrivare agli edifici, ora privi di qualsiasi
forma di vita (probabilmente lo sono sempre stati), carichi solo di odio, da e
verso il mondo. L’abile gioco di complicità della macchina con il testo
scritto enunciato dalla voce fuori campo è il più tetro scherzo giocato allo
spettatore (non per cattiveria quanto per far riflettere quest’ultimo,
a volerci dire che esiste sempre una speranza, per quanto remota, di cambiare):
in primo piano le rovine, ferrose, lugubri, abilmente incorniciate nella tristezza
del cielo immobile e fuori da esse l’insaziabile voce che preclude,
ancora una volta, un se pur piccolo sollievo dentro di noi, asserendo che
l’inquadratura si sposta (quasi inesorabile) lontana (allargando il
campo) ma la memoria non si può cancellare, non basta quindi chiudere gli occhi
per dimenticare.
Terminando il discorso su un’autentica perla viene sponteneo
introdurne due simili, quelli che sono gli ultimi splendidi cortometraggi, che
segnano la fine del periodo documentarista (che ha conservato, per tutta la sua
durata, la medesima compagine basata su immagini+voce
narrante+sottofondo musicale ipnotico e sibillino),
delimitano il passaggio alla seguente parte realizzativa.
Il primo di questi due corti (15-20 intensissimi minuti l’uno), successivo
(1956) all’esposto sui campi di sterminio, è il maestoso (per suntuosità
e grandiosità del soggetto descritto) ritratto della biblioteca nazionale di
Parigi, dal titolo Toute la mémoire du monde.
Titolo simbolico e compito difficile, il film tenta di analizzare in tutte le
sue facce qualcosa che per la propria natura presenta estreme difficoltà anche
solo ad essere catalogato e diviso in sezioni. L’edificio (nel filmato
viene introdotto come una vera e propria fortezza) è infatti una prigione per
tutti i volumi scritti della terra, che arrivano a milioni ogni secondo tali e
quali a un fiume perennemente in piena. Il sapere, racchiuso nei meandri delle
frasi, rispecchia un aspetto classico nel cinema di Resnais, la letteratura stessa,
protagonista passiva (narrata) nei cortometraggi e attiva (parte integrante del
film) in tutti i lungometraggi.
Bunker e spazio atipico distanziato anni luce dal mondo, ma anche pianeta
avente una propria regolazione e una legislatura interna, questa complessa
biblioteca che si estende sopra e sotto terra (fino ad arrivare al cielo,
conclude il narratore) è dipinta in modo da farci sentire infinitesimabilmente
piccoli dinnanzi a sé. Lo spettatore è proiettato in spazi enormi gestiti fino
all’ultimo angolo da un meticoloso processo atto a immagazzinare la
cultura nella completezza dei suoi rami (scientifica, storica, sociologica,ecc)
per impedirne la morte preventiva e prematura. Un momentaneo ritorno al bianco
e nero (l’inchiostro che si perde nella mente del lettore formando
concetti, creando sillogismi o, semplicemente, raccontando una semplice ma
piacevole storia) risulta perfetto nell’illustrare un’istituzione
moderna, il quale obiettivo non ha però tempo. Stiamo parlando del sapere
collettivo e globale, la chiave della porta che nasconde tutte le risposte, che
la pellicola tenta perpetuamente di aprire (forzare).
Nel secondo di questa coppia di lavori terminanti un’era elaborativa riappare la magistrale figura di Sacha Vierny, già
direttore della fotografia al tempo di notte e nebbia, il cui apporto nella
realizzazione artistica è evidente tanto quanto la mano di Resnais. Stiamo parlando di Le chant du styrène, personalmente
ritenuto uno dei più grandi capolavori del regista in assoluto.
Lo scandire le varie fasi del raffinamento petrolifico
e carbonico è solo un pretesto per un chiaro esercizio stilistico, astratto e
basato sul commento quasi in versi di Raymond Queneau.
Il senso totale dell’opera sta in due righe, che permettono non solo di
decifrare un tassello importante della filmografia di Resnais, ma di decodificare
un’intera sezione logico-mentale del nostro: “On lave et on distille et puis on redistille
/ Et ce ne sont pu là exercices de style”.
Ancora una volta geniale nello sviare le proprie intenzioni da quelle che sono
le finalità captabili solo dall’occhio attento (preteso), in questa
piccola filastrocca (la quale non è altro che un exercise
de style) nasce e muore la vena contradditoria autoriale attraversante, ciclicamente, un modo atipico di
vedere e fare il cinema, necessitato e spronato dall’insoddisfattezza
generata dalla (troppo scontata e facile) colonna vertebrale portante della
vita.
Astratto, surrealista, a tratti futurista (un futuro che si è fermato
all’industrializzazione di tutto e tutti che vede l’individuo come
una macchina e la linfa vitale ad esso associato come il prodotto finito da
consegnare in tempo al padrone), di estrema avanguardia nel suo complesso,
questo astro semi sconosciuto raggiunge inaspettate verità, stimolate dagli
impasti di colore (certi mix di forme-luci-colori
restano quasi impossibili da credere) che mettono i brividi, e da
un’ossatura in ogni caso formale (gli aggettivi e le caratteristiche
appena accennate devono far pensare a un lavoro estremo ma non così estremo
come altre correnti prettamente surrealiste). Agghiacciante appunto per timbri
e tonalità, la pellicola vorrebbe catapultarci nel petrolio stesso,
all’interno dello stirene a temperature
pazzesche (ritorna il tema dell’inadattabilità dell’uomo, li
situazioni che suonano –per ora- come enigmi), unico modo probabilmente
di apprezzare a pieno (e purificandoci a nostra volta) questa meraviglia di
soli 13 minuti (nei quali vi è anche il tempo per un cameo
dello stesso Sacha Vierny, il
meritato riposo che segue l’angustiante e arduo lavoro – questa è
quantomeno la sensazione a risultati ottenuti e visionati -)
Con questo ultimo lavoro si chiude una rassegna che solca anche un epoca
formativa, quella del documentario al servizio della memoria (artistica, denunciatoria, sociale/globale che sia) per subentrare
successivamente in un’altra grande esplosione creativa, che assimila tre
film di importanza inaudita a una frotta di tante gemme lucenti.
Sacha Vierny
resterà collaboratore per molti altri progetti di Resnais continuando a anticipare vedute,
spostare visioni e intuire nuove occasioni per forgiare punti fotografici di
spessore incolmabile.
Il legame di queste due personalità solcanti i margini più avanzati del genio
(una malattia che sembra non accontentare mai i due, da quel che si evince dal
frutto della loro collaborazione) è quanto di migliore potesse chiedere la
storia del Cinema.
FINE 1° PARTE
(03/04/06)