
REQUIEM FOR A DREAM
REGIA: Darren Aronofsky
CAST: Ellen Burstyn, Jared Leto, Jennifer Connelly
SCENEGGIATURA: Hubert Selby
Jr., Darren Aronofsky
ANNO: 2000
A cura di Davide Ticchi
THE
FOUNTAIN OF HORRORS
Clint Mansell inietta il suo requiem. Dal silenzio allo strazio. Crescendo musicale di
scioccante potere acustico. Crescendo visivo di scioccante efferatezza
stilistica. Donna si chiude a chiave in una stanza. Ragazzo malnutrito e dallo
sguardo pallidamente incazzato le
ruba il televisore. Mamma! Mamma! Schermo tagliato in due. Rapporti
infranti. La chiama ancora così. Ma quando vediamo qualcuno gridare
“mamma” ad una vecchina impaurita è perché questi è un ladro, un pazzo criminale
uscito da qualche falsata “bad taste” americana(ta).
“Tutto si aggiusterà”. E invece no cara
nonnina, tutto andrà a rotoli. Archi sovrapposti. Harry,
il figlio ladro, pazzo criminale, è in realtà una vittima di un sistema ladro e
psicotico. Impegna il televisore di sua madre per farsi. Eroina. Anfetamina. Metamfetamina. Astinenza. Caffeina. Dieta. Pompelmo.
Televisione. Allucinazione. Tutto è utile per farsi, alienarsi e ricominciare. Harry ha il sogno di aprire un negozio di vestiti. La sua ragazza Marion di progettarli e prepararli alla vendita.
Il loro amico Tyrone, complesso
edipico o atroce rimorso, di farsi e continuare a farsi con una scatoletta di
cartone piena zeppa di banconote. Il giro perfetto. Arricchirsi
spacciando, senza sforzo, con le spalle coperte. Comparire in
televisione con un bel vestito rosso. Senza dieta. Pillole. Verdi la mattina.
Viola a pranzo. Blu per cena. Rosse prima di andare a letto. Arancio, la
tintura dei capelli. Ora c’è un motivo per alzarsi dal letto la mattina.
Senza marito né figlio. La televisione. Accudire sé stessi
e rovinarsi. Fallire per delle pillole. Non ci si sente male. Non si viene licenziati. Non si divorzia. Non si deve riconquistare
la fiducia dei figli. Siamo tutti drogati, di televisione, di sesso, di droga,
di sintetico, di realtà, di materialità. Chi grida “mamma” lo fa
rivolto ad una tossicomane. Chi ha un bel lavoro, una bella
ragazza e aspetta un nipotino. Ma di fronte a
sé ha solo un coglione con della merda
infetta nel braccio. Beccare la vena. Non sbagliare. Bruciarsi. Godere. Beccare
la vena. Avere la scimmia. Quando scoppi ti aspetta
l’astinenza. Soffri. Culo
contro culo. Per drogarsi ancora. Per raggomitolarsi
sul divano stringendo tra le mani una cazzo
di dose. Ancora una. Ancora una dose per favore. Perdere la
dignità per una fottuta dose ancora. Perdere
il braccio per non farsi più. Ma voglio ancora una
dose perdio! Perdere i neuroni sotto elettroshock. Ma voglio ancora televisione. WE GOT A WINNER! C’è un
vincitore! C’è… un vincitore! Il fallimento! IL FALLIMENTO! Di una
società alla frutta. Di dottori che si riempiono le tasche di
centoni con la malattia dei propri pazienti. Scatola vuota. Non
c’è più un soldo. Requiem for a dream. Il sogno
è svanito. L’incubo anche. Rassegnazione. Apatia. Per
una vita che non può più offrire un cazzo.
“Sporco negro spaccati la schiena!”.
Razzismo. Dolore altrui. Dolore. Sono cazzi tuoi.
Nessuno ci pensa a te, se non te stesso. Aronofsky lo sa. Lo sa meglio di
chiunque altro. Lo dimostra meglio di qualunque Boyle o Akerlund. Aronofsky è autore di un film
composito. Terribilmente intelligente. Videoclipparo(?).
Porcamente cinematografico. Sbatte in faccia tutto. Frame
di mezzo secondo. Frame di mezzo secondo. Entrambi
stomachevoli. Entrambi schifosamente reali. Abusa come un drogato della sua
roba. I mezzi che ha li sfrutta appieno. Fino all’overdose. Forma
all’usufrutto del contenuto. Funzionale allo schifo che
c’è in giro e di cui lui va a caccia. Imbraccia la mdp e filma. Lo fa con ricercatezza. Fa recitare i
“suoi” con un ardore raro a scovarsi in altri lidi. Dove non c’è merda. Pillole
verdi. Prati verdi. Pillole rosse. Tramonti plastificati. Pillole rosa. Corpi
ipocritamente intrecciati. Pillole viola. Vestito cangiante. Vene viola.
Infezione. Sangue che scorre nei tubi. Tubi aperti. Fontana.
Chissà se sarà all’altezza di questa maledetta finestra che si apre sul
mare. Su un sogno che non c’è. Che è ancora allucinazione.
Aronofsky
ed Ellen Burstyn qui
superano sé stessi. Li ritroveremo insieme. Che il fallimento e la redenzione
li uniscano ancora una volta nel sacro vincolo del
grande cinema. Quello che della deiezione, fa un vero prodigio.
(15/08/06)