IL REGISTA DI MATRIMONI

REGIA: Marco Bellocchio
CAST: Sergio Castelletto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey
SCENEGGIATURA: Marco Bellocchio
ANNO: 2006


A cura di Luca Lombardini

IL CINEMA E' MORTO. EVVIVA IL CINEMA!

Dopo Buongiorno Notte, dove si fece carico di ritornare su una delle morti italiane per eccellenza, Bellocchio torna a sedersi dietro la macchina da presa per dirigere un’altra cerimonia funerea: quella del cinema. Quel che resta della settima arte infatti, dopo la visione de Il regista di matrimoni, è l’immagine di una carcassa inservibile, inutile, a-moderna, fascinosa solo ai nostalgici, apprezzata da pochissimi e amata da ancora meno. Dietro la figura di Franco Elica, si cela il pessimistico sentore dell’autore, che vede sbriciolarsi le passioni e le certezze di una gioventù arcadica e ormai persa per sempre, che mal si conformano con le aspettative di un sistema e di un pubblico appiattito dalla mediocrità quotidiana, incapace di comprendere il suo prezioso contributo artistico; un muro di gomma, sensibile solo alle emozioni facili e preconfezionate, che relega il regista al ruolo di semplice operatore. Nell’ultima fatica di Bellocchio c’è molto Pirandello, ispirazione che si manifesta nell’incontro tra Elica e il suo ammiratore dilettante ( chi dei due è il vero regista di matrimoni? Il primo costretto ad essere come il secondo, o quest’ultimo che vorrebbe essere come il primo?), che si rivolge al maestro dicendogli : “vorrei fare altro, ma il pubblico chiede questo”: metaforico rimando a I quaderni di Serafino Gubbio operatore, quindi alla sensazione alienante che attanaglia l’autore, che da creativo diviene protesi di un meccanismo industrializzato, elemento fordiano intercambiabile e per nulla indispensabile, privato della mente, utile solo per il braccio. L’ombra di Pirandello danza a passi pesanti anche nella scena madre del film, quella dell’incontro tra Elica e il “fantasma” del suo collega Smamma (un maestoso Gianni Cavina), che sceglie di ripercorrere le orme de Il fu Mattia Pascal, fingersi morto per regalare la sua immagine ai posteri, decisone tanto machiavellica quanto saggia, che lo porterà a vincere ben undici David: “In Italia comandano i morti”. Preso atto di questa situazione, all’autore non resta che stravolgere le regole, ultima possibilità per tentare ancora di stupire, per tornare a far parlare di se; ecco perché Bellocchio approccia alla trasposizione cinematografica de I promessi sposi con fare “godardiano”, scegliendo prima la strada dell’omaggio (tutta la parte “pre Sicilia” è una dichiarazione d’amore a Prenòm: Carmen), e successivamente lo slancio decostruente e avanguardistico, con la vecchia cinepresa che cede il passo agli ultimi ritrovati del supporto digitale: l’innovazione che scalza la tradizione, il profano che fornica con il sacro, perché: “la cosa importante è il film non il supporto(…) io mi rivolgo all’artista che vede ciò che i comuni mortali non vedono”.
Non un film perfetto Il regista di matrimoni, ma una pellicola ideologicamente necessaria, un grido d’accusa verso la “formatizzazione” dell’arte, che ha le sue origini in un’idea stimolante e coraggiosa: rileggere con fare sperimentale e metacinematografico il più scolastico dei testi della letteratura italiana. Inevitabile che un’operazione di questo tipo trascini dietro di se qualche intoppo e qualche difetto, che si palesa in un’eccessiva e a tratti poco giustificata ricercatezza nei dialoghi, che contribuisce ad accentuare ancor di più una sceneggiatura di per se abbastanza verbosa. Ma se si va oltre ciò, si scoprirà la grandezza visiva ed emotiva di un’opera che unisce Visconti a Lynch, melodramma a thriller psicologico, solo così si riuscirà a carpire la vera essenza del film, che raggiunge il suo apogeo proprio quando implode su stesso.

(31/04/06)

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